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Home » Editoriale » Cile, Svezia e tra qualche giorno l’Italia: una sinistra senza bussola

Cile, Svezia e tra qualche giorno l’Italia: una sinistra senza bussola

13 Settembre 2022 Michele Mezza  2099

A Stoccolma, la più gloriosa tradizione socialdemocratica – peraltro rinnovata e modernizzata in questi ultimi anni di governo, con una robusta presenza di ceti innovativi – non sembra reggere all’avanzata della destra populista, dopo che a Santiago anche l’alleanza di un “populismo di sinistra”, reso vitale da una salda tradizione di militanza operaia, ha perso smalto con il referendum costituzionale (vedi qui).

I risultati italiani daranno un’altra versione di una sconfitta seriale: la sinistra sembra non riuscire più a parlare nel Ventunesimo secolo. La dinamica svedese appare proprio esplicita. Al di là della contabilità finale, che potrebbe vedere, sul filo di uno o due seggi, prevalere uno o l’altro degli schieramenti, il dato politico vede il centrosinistra, con la potente socialdemocrazia integrata dall’alleanza di due ali (una di sinistra più radicale e l’altra di centristi più moderati), in affanno rispetto all’offensiva sociale della destra. Più che una proposta, è un sentimento che mette in ombra le singole strategie programmatiche del governo socialdemocratico uscente, ossia l’insoddisfazione e la paura di vedere logorati i propri margini di benessere. Persino quando non ci sono.

Il deludente risultato della componente radicale della sinistra svedese, che non raccoglie l’ondata di protesta, risultando ancillare al governo uscente, dimostra come nessun linguaggio, per quanto radicale, che arriva dal versante socialdemocratico riesca a fare breccia nelle mobilitazioni anti-elitarie. Siamo dinanzi alla più spettacolare dimostrazione di come la tradizionale alleanza fra i primi e gli ultimi – i ceti urbani elitari, che giustificano i propri privilegi con un assistenzialismo articolato per il disagio sociale e l’immigrazione – sia sbaragliata dalla montante protesta di tutti gli altri, ossia dei secondi e dei penultimi, per tener dietro alla stessa metafora.

In Italia, poi, dove si trovano a convergere ceti proprietari e gruppi di evasione fiscale, insieme con fasce di piccole e medie imprese insidiate dai processi di globalizzazione e non protette a sufficienza dalle norme europee, il mondo del lavoro, nel migliore dei casi, si distribuisce fra questi due campi. Al Nord è ormai parte integrante di un patto sociale dei produttori, che mira a realizzare fatturati strappati all’intrusione statale, come dicono sia i padroncini sia i dipendenti, come ormai li chiama anche Landini. Al Sud si scompone fra l’assistenzialismo di un “reddito di cittadinanza” purchessia, e le forme di autotutela mafiosa che attraversano le amministrazioni locali.

In questa geografia della rappresentanza, rimane del tutto escluso il mondo dei nuovi processi di riprogrammazione dei servizi, a partire dalla sanità e dalla scuola, e della produzione con le automazioni intelligenti, che hanno alle spalle possenti comunità di ricerca e creatività. Parliamo di circa quattro milioni di persone, fra università, start-up e pubblica amministrazione, che non vengono contattati in quanto popolo dell’innovazione, ma scomposti in maniera clientelare per singole necessità professionali.

In questo buco nero sta cadendo la sinistra di tutto il mondo, che vede disagiati e lavoratori, senza nessuna ambizione di sistema, acquattarsi nelle pieghe delle proprie occupazioni ambendo solo al premio di produzione, come unico risultato. Come diceva Gramsci, il vecchio muore ma il nuovo stenta a nascere. E nel frattempo, anche a Stoccolma, la sinistra piange.

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TagsCile elezioni politiche Italia Michele Mezza sinistra Svezia

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