Un forte contrasto interno minaccia di fratturare la maggioranza peronista che governa l’Argentina. Pur indebolita, la presidenza di Alberto Fernández, tuttavia, non sembra vacillare. Finora non ha fatto ricorso a nessun cambio di ministri, sebbene si dica che ne farà nei prossimi giorni. Anche la vicepresidente Cristina Kirchner – dichiarato riferimento della dissidenza nelle istituzioni –, pur contrariata, rimane al proprio posto. Chiede, però, la testa del ministro dell’Economia, Martín Guzmán, che sostenuto dal presidente ha preferito un oneroso accordo con il Fondo monetario internazionale al default. Per il Frente de todos, la coalizione elettorale di centrosinistra che fa perno sul peronismo, è comunque una svolta critica. Nella formazione egemone, che si richiama direttamente alla figura di Perón, c’è chi vede e teme il rischio della scissione.

La caratterizzazione populista del movimento – sedimentata in settant’anni di trionfi, congiure fratricide, colpi di Stato, tradimenti e sanguinose rese dei conti, seguiti nondimeno da clamorosi ricongiungimenti – resta socialmente e politicamente eterogenea. Una natura che oggi, con la proliferazione dei populismi in ogni continente e sistema politico, non desta più lo sconcerto di altri tempi, restando, purtuttavia, vivissime le preoccupazioni per gli effetti di logoramento che esercita sulle istituzioni delle democrazie moderne: senza che si possa chiarire, una volta per tutte, se i populismi ne siano le cause o le conseguenze. Se, cioè, non siano proprio le incompiutezze, i bisogni insoddisfatti delle democrazie, a sgretolare le società che governano, favorendone le tendenze alla disintermediazione politica e al provvidenzialismo opportunista di un leader.

Ad accendere lo scontro interno al governo argentino, da tempo latente, è stata l’intesa che, dopo due anni di trattative, il ministro Guzmán ha raggiunto per la restituzione dei 44mila milioni di dollari, ottenuti in prestito dal precedente governo neoliberista di Mauricio Macri. La metà dei quali sarebbe sfumata oltre frontiera, nel compiacente arcipelago delle banche off-shore, al momento stesso della riscossione. L’accordo concede di fatto due anni di tempo all’Argentina per cominciare a pagare, e una certa flessibilità nei canonici controlli trimestrali del Fondo monetario internazionale sulla politica fiscale, soprattutto sui criteri di spesa pubblica del grande Paese sudamericano. Non se ne conoscono i termini esatti. Il rifinanziamento, com’è ovvio, non è comunque a titolo gratuito.

L’ala radicale del movimento – ai tempi di Evita detta dei descamisados, oggi incolonnata dietro Cristina nella tendencia La Campora, di fatto un partito condotto dal figlio Máximo – nega ogni legittimità all’accordo. Lo considera inaccettabile, impossibile da pagare se non a prezzo di una recessione, che finirebbe comunque nel default. Ritiene – così come altre componenti di sinistra della coalizione e alcuni economisti indipendenti – che l’accordo andasse respinto e denunciato. Si tratta del credito più grande mai concesso dal Fondo monetario internazionale nella sua lunga storia dal secondo dopoguerra a oggi. È comprovato che le procedure seguite per concederlo abbiano violato norme e modalità interne in vigore nello stesso istituto. Ma non sono previste né un’istanza né prassi specifiche per denunciarlo.

Di fronte alla defezione dei parlamentari, che rispondono alla sinistra radicale, per ottenere la necessaria approvazione d’entrambe le Camere del Congresso nazionale all’accordo, Alberto Fernández si è rivolto all’opposizione, riuscendo a mettere insieme il voto favorevole di una ampia maggioranza trasversale, però convinta come lui che la rottura con il Fondo avrebbe spinto il paese al default, lasciandolo privo di accesso al credito, con l’inflazione alle stelle e la moneta nazionale in caduta libera. Con lo Stato impotente che sarebbe finito in bancarotta, in attesa che un qualche tribunale sovranazionale gli riconoscesse, chissà quando, ragioni in ogni caso d’impervia esigibilità. Una sfida in fondo a cui si sarebbero intraviste possibili riforme costituzionali di fatto, e non meno pericolose turbolenze di piazza.  

Fernández non ignora i rischi che insidiano il Paese. E neppure che nella primavera australe dell’anno prossimo, la campagna per le elezioni generali potrebbe trovarsi a coincidere con un periodo di severissima austerità, alta disoccupazione e ridotti aiuti sociali. Da cui, con ogni probabilità, deriverebbe una dura sconfitta per la sua coalizione, ammesso che questa riesca ad arrivare compatta alle urne. Peggiore di quella già subita in circostanze analoghe con il voto di mezza legislatura nel novembre scorso, che ha fortemente ridotto l’agibilità parlamentare del governo. L’ulteriore sconfitta sarebbe infatti irrimediabile. Perciò il presidente evita lo scontro aperto, tanto con la dissidenza interna quanto con l’opposizione macrista, convinto di potere sopravvivere così alla tempesta.

Catastrofica, del resto, l’eredità ricevuta dal governo di Macri: debito pubblico impagabile, media e piccola industria in rovina, salari tagliati del 20% nella capacità reale d’acquisto (dato ufficiale). E poi i due anni di pandemia, piombata sul Paese a poche settimane dall’insediamento del nuovo governo, con la conseguente crisi sanitaria e della produzione. Un carico monstre. La nuova presidenza avrebbe potuto restarne schiantata, e si sospetta che questa fosse l’aspettativa dell’opposizione. Invece, nel 2021, il Pil è cresciuto del 10,3% e la ripresa, nell’anno in corso, supera le previsioni. I conti pubblici sono nettamente migliorati. La produzione di ferro, cemento e laterizi ha raggiunto un record storico. La disoccupazione è scesa del 7%. L’export galoppa. Le buone notizie, però, finiscono qui. Diluite nell’immediata congiuntura da quelle di segno opposto.

I prezzi al consumo non cessano di lievitare sotto gli occhi dei consumatori, spinti nelle ultime settimane anche dagli effetti della guerra in Ucraina sulla finanza internazionale e gonfiati dalla speculazione. La povertà è stata ridotta dal 46,6% al 37,3%: ma si tratta pur sempre di oltre dieci milioni di persone, delle quali un quarto in condizioni d’indigenza. L’economia informale occupa quattro lavoratori su dieci. E l’inflazione diventa (in negativo) l’unico fattore unificante che, arrivando a un abbondante 50% negli ultimi dodici mesi, divora senza distinzioni salari e pensioni, tutti i redditi fissi, prescindendo dall’origine più o meno certificata. Tanto che perfino economisti vicini al governo si domandano se l’incremento, determinato da certi settori produttivi, non sia in concreto spiegabile con l’abbattimento di fatto del costo del lavoro.  

Pur sommaria, questa sintesi economica generale lascia comunque intendere come lo scontro sul debito sia solo la punta dell’iceberg (tanto più che l’accordo con il Fondo monetario internazionale è ormai legge dello Stato). La divaricazione, nella maggioranza di governo, scaturisce da punti di vista diversi nella redistribuzione degli utili prodotti tra capitale e lavoro. Problema ricorrente del riformismo a diverse latitudini. Per esempio, nell’immediato argentino, attraverso bonus una tantum finanziati dai recenti super-profitti della grande industria alimentare, così da attenuare le incontestabili difficoltà delle famiglie per nutrirsi; e, nel lungo periodo, creando un fondo per il pagamento del debito estero attraverso la tassazione del capitale non dichiarato depositato nelle banche estere (circa quattrocento miliardi di dollari, secondo stime recenti e attendibili). Operazioni non prive di una logica etica e giuridica, ma, con ogni evidenza, né semplici né rapide.

Si tratta, in ogni caso, di proposte che – anche quando fossero più facilmente praticabili – urtano contro la pratica del dialogo mediante cui Fernández intenderebbe portare l’opposizione, o almeno una parte di essa, a una politica di concertazione. Che la vice Cristina e i suoi descamisados, non proprio senza ragioni, ritengono illusoria, sia a causa dell’animoso estremismo di tanta destra argentina, sia perché la concertazione, pur costituendo storicamente un asse centrale delle politiche economiche del peronismo, può funzionare per periodi limitati e in fasi economiche espansive. Come si vide tanto con il primo Perón – alla metà del secolo scorso, quando il peso argentino arrivò a fare aggio sul dollaro –, quanto con il secondo, negli anni Settanta, quando il caudillo, rientrato dal lungo esilio nella Spagna franchista, cercò d’imporsi sia contro la sinistra del justicialismo sia contro la destra militare, e soprattutto contro l’inflazione, riuscendo tuttavia a sconfiggere solo la prima.