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Presidenziali francesi, l’estrema destra impone la sua agenda

L’immigrazione, la questione del velo islamico, la sicurezza, sono diventati i temi centrali del dibattito tra quasi tutti i candidati, confermando un’egemonia ultraconservatrice

19 Novembre 2021 Sandro De Toni  1542

L’estrema destra ha già vinto le elezioni presidenziali dell’aprile prossimo: nel senso che ha vinto la battaglia delle idee. La sua egemonia si estende a quasi tutto lo schieramento politico francese. Un vero e proprio naufragio intellettuale: non solo della destra “rispettabile”, quella gollista, ma anche del centro liberista di Macron e perfino di una parte della sinistra.

Di Éric Zemmour abbiamo già parlato (vedi qui), ma occorre ritornare su questo personaggio, che sembra condizionare l’intero quadro politico francese. Un “reazionario integrale”, come lo ha definito il settimanale “Obs”, i cui idoli sono i teorici storici dell’estrema destra d’Oltralpe, da Maurice Barrès a Charles Maurras (il leader della fascista Action française del primo dopoguerra) e al suo amico Jacques Bainville, intellettuale di riferimento dei Camelots du Roi, una milizia monarchica degli anni Trenta. Si tratta in sostanza di un ultra-nazionalista xenofobo che proclama l’inferiorità delle donne ed è perfino antisemita, pur essendo un ebreo di origine algerina. Per quanto concerne l’immigrazione, si va dal rifiuto dei ricongiungimenti familiari, alla non iscrizione nelle università degli studenti venuti dall’Africa, alla soppressione dello ius soli, fino alla ridicola imposizione per l’iscrizione all’anagrafe di nomi presi dal calendario cristiano. Il proposito è quello di impedire la “grande sostituzione” della popolazione cristiana con una islamica.

In merito ai diritti civili, Zemmour considera il matrimonio omosessuale un errore e parla della necessità di regolare in maniera più restrittiva l’aborto. I giudici vanno messi sotto controllo. Vanno ristabilite le classi differenziali nei licei. Basta con le sovvenzioni alle associazioni antirazziste e, ovviamente, più mezzi alla polizia che sarà incoraggiata a reprimere con severità i delinquenti, mentre va ristabilita la pena di morte. Per lui Marine Le Pen è una “donna di sinistra”. Sostiene anche che Pétain, il capo del governo collaborazionista di Vichy, avrebbe salvato gli ebrei francesi e avrebbe consegnato ai nazisti solo quelli stranieri che si erano rifugiati in Francia (anche loro degli immigrati!). Un falso palese, come denunciato dallo storico della Shoah, Serge Klarsfeld: “Tra il 17 luglio e il 30 settembre 1942, 33mila ebrei sono stati deportati, degli stranieri come dei francesi, tutti arrestati sulla base di decreti presi dalle autorità di Vichy”. Ecco, il soggetto è questo.

La “zemmourizzazione” della vita politica

Il punto è che l’immigrazione, il velo, la sicurezza, sono diventati i temi centrali del dibattito tra quasi tutti i candidati alla presidenza della Repubblica. Secondo un sondaggio, il 67% dei francesi temerebbe la “grande sostituzione” della popolazione franco-francese con gli immigrati di religione islamica. Sarà vero? Molti esponenti politici comunque si regolano di conseguenza. Se in una giornata in cui splende il sole, Zemmour sostiene che piove, molti responsabili di partito cercano le nubi e Macron controlla le previsioni del tempo.

Gli ultimi sondaggi danno di nuovo Le Pen in leggero vantaggio su Zemmour, e la leader del Rassemblement national confida di arrivare al secondo turno di fronte a Macron per la seconda volta. Ma certo non si fa pregare sul terreno della repressione dell’immigrazione, con delle proposte che sono state riprese anche da esponenti di sinistra, come dirò più avanti.

I 124mila aderenti al partito gollista Les Républicains, devono decidere il 4 dicembre prossimo chi sarà il loro candidato tra cinque pretendenti: Xavier Bertrand, Éric Ciotti, Michel Barnier, Philippe Juvin e Valérie Pécresse. Si sono già svolti due confronti televisivi che li hanno visti impegnati a dimostrare chi avrebbe la mano più ferma nel contrastare l’immigrazione, il terrorismo, e nel garantire la sicurezza.

Qualcuno ha denunciato che, in certi quartieri, si ha l’impressione di non essere più in Francia; un altro ha chiesto la fine dell’automatismo dello ius soli, ancora di sopprimere l’assistenza medica per gli stranieri, e ovviamente di aumentare le pene per i delinquenti. Ciotti ha voluto ribadire, per esempio, che “è inutile negare la realtà. Chiamate questo fenomeno come volete, ma io lo constato e voglio che finisca […], se bisogna parlare di grande sostituzione, io parlo di sostituzione”. Zemmour forse dichiarerà ufficialmente la sua candidatura a ridosso del congresso dei gollisti, tanto per fare il guastafeste.

Per non essere da meno, Macron ha ridotto i visti accordati ai Paesi del Maghreb, a causa del loro rifiuto di accogliere i migranti irregolari da rimpatriare, provocando una crisi diplomatica con l’Algeria. Peraltro alcuni suoi ministri, come Sarah El Haïry e Jean-Baptiste Djebbari, hanno giudicato “abbastanza interessanti” le questioni poste da Zemmour. Per non parlare delle polemiche dei macroniani contro il “comunitarismo” islamico e l’islamo-gauchismo.

Persino uno dei sette candidati della sinistra, Arnaud Montebourg, il 7 novembre scorso, ha voluto riprendere un’idea di Le Pen, proponendo che di fronte alle centomila procedure di espulsione che non riescono ad andare a buon fine per la resistenza dei Paesi d’origine dei migranti, procedure che riguardano persone “che spesso sono dei delinquenti”, si possano bloccare i loro trasferimenti di denaro: “Ci sono undici miliardi di trasferimenti di soldi che passano tramite Western Union verso l’insieme dei paesi d’origine. Dobbiamo bloccare tutti i trasferimenti, finché non c’è cooperazione per i rimpatri. Questi trasferimenti di soldi sono una manna per questi Paesi. Oggi abbiamo l’esigenza di dire: basta”. A lui sono andati i complimenti al vetriolo di Éric Zemmour: “A corto di idee, Montebourg ha visto in replay i miei video su YouTube. Bravo Arnaud!”. D’altronde, Montebourg aveva avuto già modo di affermare qualche giorno prima che “la paura della grande sostituzione è forse irrazionale ma essa corrisponde a un certo numero di fenomeni”.

La “gauche” si è persa?

Il segretario del piccolo Partito radicale di sinistra – un po’ l’equivalente del nostro ex Partito repubblicano –, Guillaume Lacroix, ha dichiarato che il suo partito non sosterrà nessuno dei sette candidati di sinistra alle presidenziali: “Non possiamo arbitrare tra gli uni e gli altri in questa corsa con i sacchi dove alla fine tutti cascano […]; avevo proposto un anno fa una coalizione e delle primarie della sinistra…” Se entro la metà di dicembre non accadrà niente, “ognuno si assumerà le proprie responsabilità”, e “il Partito radicale di sinistra presenterà un suo candidato”. E sarebbero otto! Già, perché l’impresa unitaria appare disperata, e queste dichiarazioni sembrano più che altro destinate a fornire un alibi alla presentazione di una candidatura dei radicali. In realtà tutti danno per scontato – si direbbe – la sconfitta della “gauche” alle presidenziali e si preparano, tramite la visibilità che può dare una candidatura alla presidenza, a impostare le alleanze per le successive elezioni legislative: alleanze indispensabili, con il meccanismo basato sui collegi, avendo misurato sul campo i rispettivi rapporti di forza.

Per memoria, gli altri sette (o, per meglio dire, nove) candidati sono: Anne Hidalgo per i socialisti; Arnaud Montebourg per la Remontada, un suo partito personale; Yannick Jadot per i verdi; Fabien Roussel, segretario del Partito comunista; Jean-Luc Mélenchon per la France insoumise; Djorje Kuzmanovic per la République souveraine, e inoltre tre candidati trotzkisti: Philippe Poutou per il Nuovo partito anticapitalista, Nathalie Artaud per Lutte ouvrière e Anasse Kazib per Révolution permanente. Di che scoraggiare le migliori volontà, anche perché il tutto non supera il 25% dei voti, stando ai sondaggi.

Ha buon gioco Mélenchon a dichiarare che “se si fa finta di essere tutti d’accordo la gente denuncerà la bugia […], oggi è abbastanza chiaro che gli altri candidati non sono d’accordo con me sull’Europa, sulla Sesta Repubblica, sulla pianificazione ecologica, o sulla necessità di condividere seriamente la ricchezza di questo Paese con i poveri e gli esclusi”. Triste a dire, ma temo che abbia ragione. L’estrema destra ha imposto il suo terreno di gioco, e la sinistra ha perso la battaglia delle idee. Oggi – a differenza delle mobilitazioni del movimento operaio d’antan – essa non riesce più a trovare il coagulante simbolico che collegava la collera e la ribellione all’attesa di una logica sociale più egualitaria. Dunque le difficoltà vengono da lontano. A far difetto è il “principio speranza”, caro al filosofo Ernst Bloch. Certo, riuscire a riunificare la sinistra resta un obiettivo necessario; ma non si devono sottostimare le pesanti contraddizioni che la attraversano. L’avvenire della sinistra passa innanzitutto per la sua rifondazione intellettuale, simbolica, pratica e organizzativa. Si tratta di aprire un cantiere, non di fare proclami.

Nella foto Éric Zemmour

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