La drammatica vicenda che ha visto, pochi giorni fa, una torre di abitazione prendere fuoco nella periferia milanese solleva una serie di questioni che investono l’ambito sociale e politico. L’incendio della Torre del Moro di via Antonini, infatti, interroga sulle modalità di sviluppo urbano e di crescita della città negli ultimi decenni. Prescindendo da imbarazzanti questioni tecnico-giuridiche specifiche riguardanti l’evento, com’è stato possibile che i pannelli del rivestimento non fossero ignifughi? Perché mai la legge, fino al 2013, tollerava che si costruisse in quel modo? Mentre rimane da approfondire la più ampia problematica circa le scelte abitative e il diffondersi della tipologia della torre in città.

Gli edifici alti sono uno degli elementi architettonici che hanno più consistentemente contribuito alla costruzione di una nuova immagine di Milano negli scorsi decenni. Il Piano di governo del territorio ha insistito sulla rigenerazione urbana e sul recupero di aree industriali dismesse: rigenerazione che è stata spesso interpretata dagli operatori privati come la costruzione di nuovi edifici di abitazione, il che è sensato, in linea di massima, viste le proporzioni della crisi degli alloggi che da tempo attraversa la città. Ma – come nota in una intervista un docente del Politecnico, Christian Novak – è stata lasciata una grande libertà di manovra alle immobiliari: e ciò ha condotto alla produzione e alla reiterazione di un “modello urbanistico molto semplificato: esiste sempre la torre, elemento anche simbolico in architettura, con alcuni edifici bassi intorno, con un legame molto debole con il contesto”. Il rischio – prosegue Novak – è quello di “sostituire a una monofunzionalità produttiva del passato una monofunzionalità abitativa del futuro”. La rigenerazione, praticata in questo modo, non costruisce città, ma “monoliti”, cioè elementi concepiti come monadi autonome che non creano tessuto vero e proprio, non conoscono la molteplicità e la varietà di funzioni dell’urbano.

Al tempo stesso – aggiungeremmo noi – le torri perseguono una strategia di valorizzazione economica delle aree dismesse che finisce per premiare la rendita nelle sue varianti moderne e induce una proliferazione del modello. Torri stanno crescendo ovunque nella periferia della città: palazzi di venti-trenta piani in mezzo al nulla, ai bordi di lunghe strade senza alberi, in cui sopravvivono vecchi capannoni e residui di architetture industriali. Il problema principale, però, pare essere il parziale successo che arride alle nuove costruzioni, il motivo, o l’insieme di motivi, che spinge le persone ad andarci a vivere.

Nota ancora Novak che l’importante non è il luogo in cui sorge l’edificio, ma il suo “comfort interno”. Insomma, sembra affermarsi un’idea dell’abitare completamente avulsa dal contesto, che rovescia la consueta iconografia negativa della “torre di edilizia popolare”. Un’offerta molto vicina ai ceti medio-alti, cui la pubblicità garantisce riservatezza e sicurezza.

Ma quanto c’è di moderno, quanto c’è di globale in questa nascente “ideologia delle torri”?  La costruzione di una “sfera” della privatezza all’insegna della “estasi della domesticità”, ci ha insegnato un filosofo come Peter Sloterdijk, è una delle caratteristiche della contemporaneità. In fondo la torre propone un rifiuto della città intesa come luogo dell’incontro e della mescolanza sociale. Sotto questo profilo quello che avviene a Milano va più nella direzione della costruzione di una città separata, frammentata, che non in quella recentemente vagheggiata da alcune élite di una “Milano città Stato”.

L’ideologia delle torri è infatti più apparentata ad alcune scelte insediative da megalopoli del Sud del mondo, alla Buenos Aires degli edificios altos e dei barrios cerrados, in cui si sono trincerati i ceti medio-alti superstiti, che non alla vivacità sociale e politica, della rete intensa di contatti, che da sempre ha caratterizzato la storia delle città Stato. L’impressione è che i developers milanesi abbiano colto molto bene questa richiesta di “domesticità”, la pubblicità martella con proposte abitative che narrano di “quartieri del Futuro”, propongono una “rivoluzione giapponese” (a Crescenzago…), mentre i prezzi salgono anche in aree a lungo considerate marginali, dando luogo a una sorta di strisciante gentrification delle periferie. Rimane nel frattempo inevasa buona parte della domanda abitativa, quella dei ceti medio-bassi, sempre più esclusi da un mercato immobiliare che tocca cifre stratosferiche.

In una città sostanzialmente ridisegnata dalla rendita, per ora incapace di pensare su larga scala una nuova stagione della edilizia popolare, si sta scavando una divisione sempre più netta tra chi riesce ad avere accesso stabile a un’abitazione e chi è obbligato a percorrere una sorta di “carriera abitativa” al rovescio, costretto ad arrabattarsi tra un affitto temporaneo e un altro, continuamente risospinto sempre più lontano dal centro, nella confusa e caotica “regione urbana” milanese. La rigenerazione urbana, in alcune delle forme che ha assunto, finisce per privilegiare l’interesse economico rispetto alle politiche sociali. Il “modello Milano”, se esiste qualcosa che può veramente andare sotto questo nome, è dunque più il frutto di un insieme di scelte speculative, di cui le torri sono lo specchio, che non un nuovo modello di organizzazione e di produzione. E intanto le disuguaglianze, all’ombra delle torri, crescono.

Articolo precedenteLa risposta di Bergoglio alla domanda: che cos’è la secolarizzazione?
Articolo successivoLa rottura tra l’Algeria e il Marocco: pace sempre più difficile nel Maghreb