(Questo articolo è stato pubblicato il 15 febbraio 2021)

Ha avuto un discreto successo la protesta soft annunciata da Leonid Volkov, braccio destro di Naval’nij, che ha invitato i sostenitori del blogger ad uscire in cortile, accendendo la torcia del telefonino ad un’ora prestabilita, le 20.00 di domenica 14 febbraio, ora di Mosca, puntando la luce verso il cielo. “L’amore è più forte della paura” è stato il claim della protesta: una scelta volutamente di basso profilo, dopo gli incidenti, i fermi, gli arresti delle scorse settimane, quando migliaia di manifestanti erano scesi in piazza in quasi tutte le città della Russia.

La lettura della nuova situazione che si è venuta a creare non è facile. In particolare dopo i diversi episodi accaduti in successione dalla scorsa estate, quando Aleksej Naval’nij venne presumibilmente avvelenato da una sostanza neurotossica, forse il Noviciòk, mentre si trovava a Omsk. Né è meno arduo immaginare cosa accadrà nell’immediato futuro. In particolare per due elementi che quasi coincidono da un punto di vista cronologico: la telefonata tra il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e il neo-segretario di Stato Usa, Anthony Blinken in cui è stata affrontata la questione delle proteste di piazza e dell’arresto di Naval’nij e, contemporaneamente, l’annuncio fatto da Leonid Volkov che in un primo momento aveva dichiarato la sospensione di ogni manifestazione di piazza per evitare una quasi certa mole di fermi e arresti e il rinvio delle proteste alla prossima primavera o all’estate, in modo da potersi concentrare sulle elezioni parlamentari, fissate per settembre 2021.

Poi la decisione di S. Valentino (che anche in Russia si festeggia) di postare foto sui social con gruppetti più o meno numerosi e sparsi su tutto il territorio russo, col telefonino acceso in mano nei cortili sotto casa, in mezzo ai cumuli di neve, scesa abbondante in questi giorni. Insomma, invece di cavalcare l’onda emotiva che si è venuta a creare in questi mesi per le numerose vicende che Naval’nij ha saputo gestire con una certa abilità mediatica (dopo il presunto avvelenamento ci fu la telefonata ingannevole con uno di quelli che vengono considerati tra gli avvelenatori, poi l’annuncio del ritorno in Russia con relativo arresto, il processo e la condanna e il richiamo alla piazza: tutto in pochissime settimane), il blogger dal carcere manda ai suoi collaboratori l’invito ad un temporaneo stop.

Di fronte al coro unanime dell’opposizione in sostegno del blogger e delle sue traversie, nei giorni scorsi però si è levata pure qualche voce critica. Talvolta anche fortemente critica. Dal suo blog, il decano dei liberali russi, Grigorij Javlinskij, leader e fondatore del partito “Jabloko”, in un lungo articolo pubblicato sul suo sito, ha lanciato infatti gravi accuse di neo-populismo (tendente al fascismo) all’indirizzo di Naval’nij, invitando il popolo dell’opposizione a Putin a non seguirlo più. Javlinskij conosce bene Naval’nij: proprio nel suo partito infatti, l’allora giovane avvocato e blogger mosse i suoi primi passi politici. Fu quello un periodo molto controverso per Naval’nij, che ancora oggi qualcuno gli rinfaccia. Era il tempo in cui marciava accanto ai nazionalisti col braccio teso della Russkij Marsh, la Marcia russa, non facendo mancare appelli a “schiacciare gli scarafaggi”, cioè gli immigrati nord-caucasici (che, come è noto, sono russi: ceceni, ingusci, daghestani).

Anche la stampa internazionale e quella italiana, in quel periodo notarono questo comportamento, come fece nel 2012 il quotidiano di Torino, La Stampa (non certo un giornale con simpatie per Putin) che titolò: “Il blogger xenofobo che unisce la piazza contro lo zar Putin”. Proprio per quell’imbarazzante presa di posizione di Naval’nij, Grigorij Javlinskij si convinse allora a espellerlo dal partito. Nella sua invettiva Javlinskij faceva notare che soltanto qualche mese prima di quelle marce, i fascisti russi uccidevano in un agguato l’avvocato e la giovane giornalista, entrambi antifa, Stanislav Markelov e Anastasja Baburova, come si può leggere nell’articolo all’indirizzo https://www.yavlinsky.ru/article/bez-putinizma-i-populizma/ (“Senza putinismo e populismo”).

La sostanza delle accuse di Javlinskij è questa: la mole di attivismo politico e la chiamata in piazza da parte del blogger non hanno prodotto risultati ma soltanto migliaia tra fermi e arresti, anche di minorenni (il leader di Jabloko punta il dito su questo particolare aspetto, al pari del Cremlino che ha spesso stigmatizzato “l’uso strumentale” degli adolescenti da parte del leader della protesta). Non solo: anche le inchieste sulla corruzione di Putin e degli oligarchi, secondo Javlinskij, non avranno l’effetto di smuovere l’opinione pubblica russa (che conosce da sempre il livello di corruzione capillare del Paese). In definitiva, il vecchio liberale russo, che cita anche la storica dissidente sovietica e anti-putiniana, Valerija Novodvorskaja, deceduta nel 2014, secondo la quale “se le folle andranno dietro a Naval’nij ci attenderà un futuro di fascismo”, rinfaccia al leader in carcere il suo passato ambiguo anti-immigrazione, il suo appoggio all’annessione russa della Crimea, di aver “flirtato” con il capo dei separatisti del Donbass, Igor’ Strel’kov e anche di mostrare un eccesso di protagonismo. La sua ovviamente non è una critica “da sinistra”: è un convinto sostenitore del sistema del libero mercato e delle privatizzazioni. Non mancando di citare, peraltro e forzando un bel po’, il “1917” o la repressione di Tien an Men come sbocco pericoloso della situazione che si è venuta a creare oggi in Russia.

Ora va detto che Javlisnkij, 68 anni, liberale ante-litteram ai tempi di Boris El’tsin, che fu direttore del Dipartimento dell’Economia nel 1990 e autore del documento programmatico dei “400 giorni”, a indicare il tempo ipotetico stabilito per passare dall’economia di Stato a quella di mercato, ha avuto alterne fortune. Dopo quel primo periodo “pionieristico”, si dimise da tutte le cariche e fondò poi il partito “Jabloko” che, pur resistendo ancora oggi, non ha mai incontrato un grande successo elettorale. È comunque ritenuto un padre dell’economia liberale russa, anche se oggi sembra diventato più una specie di zio brontolone, anche per il ruolo sempre più marginale che nel tempo gli è toccato di occupare. Anche il suo passato carisma sembra essergli venuto meno se in risposta a quel suo articolo arrivano parole di fuoco come quelle del giornalista Mikhail Schchipanov su news.ru che lo accusa di fare manfrina perché spinto dalla gelosia nei confronti di Naval’nij e anche perché il suo partito si sta spaccando, raggiungendo così i minimi termini. Quasi a conferma di questo, in conseguenza dell’articolo di Javlinskij, il sindaco di Ekaterinenburg, Evghenij Roizman, eletto proprio con Jabloko, ha deciso di lasciare il partito e anche lui è sceso in cortile a puntare la torcia del suo telefonino verso il cielo. Per ora comunque, dopo le polemiche suscitate da quell’articolo, Javlinskij ha incassato l’unanime fiducia del gruppo dirigenziale di Jabloko.