(Articolo pubblicato il 19 febbraio 2021) Dodici mesi di episodi gravi o imbarazzanti: cinque carabinieri arrestati a Napoli, marescialli in galera perché nascondevano refurtiva e depistavano le indagini, luogotenenti finiti nei guai come collezionisti di armi da guerra illegali, le notizie sul cold case di Serena Mollicone, Piacenza ed altro, l’ex comandante generale Tullio Del Sette (in carica dal 2015 al 2018) condannato in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento. Il volto indelebile di Stefano Cucchi.

Ci siamo chiesti cosa stia accadendo nell’Arma, c’è un problema democratico che incombe? L’Arma dei Carabinieri è un comparto che gode di una notevole fetta di risorse pubbliche e svolge compiti importanti. In base all’ultimo Bilancio dello Stato: 7 miliardi provengono dai fondi del ministero della Difesa, 500 milioni da quello dell’Interno, 1,5 milioni dall’Agricoltura, ben 20 milioni dall’Ambiente, 500 per il personale ex Forestale, 10 milioni dai Nas provenienti dal ministero della Salute, 8 per il nucleo tutela archeologica. Come è noto, la riforma Renzi-Madia del 2016 ha servito su un piatto d’argento allo Stato maggiore dei Carabinieri lo storico Corpo delle Guardie Forestali, indebolendo i loro storici compiti di prevenzione e controllo del territorio (qui un articolo di approfondimento tratto da Il Fatto Quotidiano).

Eppure il Comandante generale Giovanni Nistri, al quale è da poco subentrato Teo Luzi, non poté fare a meno di lanciare un appello al Parlamento per il buco di organico: mancano 10 mila carabinieri, disse, e quelli che abbiamo sono vecchi .

Abbiamo raccolto alcune ‘voci di dentro’. Ma oggi ha accettato di parlare con noi Domenico Di Petrillo, un carabiniere di grande professionalità e prestigio.   

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Parla il colonnello Domenico Di Petrillo, “arriverà un nuovo regolamento dell’Arma”

Salernitano di Torre Orsaia, padre casertano, madre greca di quando il Dodecaneso era italiano, Domenico Di Petrillo, un passato nel Nucleo speciale del generale dalla Chiesa, è in senso pieno un uomo dello Stato. Un carabiniere leale e profondamente legato alla Costituzione, alla storia della Benemerita e ai suoi ragazzi che ancora oggi, lui pensionato, vanno a trovarlo per avere consigli, e sfogarsi. Colonnello che succede nell’Arma? Si comprende il tormento nel parlarne. “Non penserà mica che la crisi riguarda solo noi? Crede sia diverso per le altre forze di sicurezza? E gli altri corpi dello Stato, che so, vogliamo parlare della magistratura?”. È comprensibile che il colonnello voglia parlare di ciò che non va e però allo stesso tempo difendere, “accoratamente”, sottolinea, l’istituzione di cui è figlio. “È vero colonnello, la società va male ma nell’Arma che lei conosce così bene cosa c’è che non va? ”Il problema è complesso”, risponde. Ci spieghi. “Innanzitutto l’Arma funziona, i carabinieri fanno tanto ogni giorno nelle città e nei piccoli paesi. Ma sono avvenuti tanti fatti che ci mortificano e che sono frutto di un enorme problema: il reclutamento non funziona. È una cosa molto seria perché può portare alla perdita di coerenza nell’attività operativa e a una mancanza dell’azione di controllo – come ci insegna la storia di Stefano Cucchi. Le faccio un esempio della mia esperienza, quando arrestai Barbara Balzerani ad Ostia: la brigatista venne fotografata il giorno precedente e dalla foto era chiaramente visibile la canna di una pistola, sistemata in una fondina. Era molto probabile che potesse scaturire un conflitto a fuoco ma preferii agire con tutte le cautele facendo in modo da immobilizzarla prima che potesse mettere mano alla pistola. Avrei avuto tutti i requisiti di legge per l’uso legittimo delle armi ma non siamo assassini. Non ho fatto nulla di eccezionale, ho svolto il mio compito nel modo più corretto. Tempo fa ho visto in televisione, come tutti noi, quella foto di un indagato incappucciato e mi colpisce non solo quell’orribile gesto ma anche il fatto che nessun ufficiale di quella stazione sia intervenuto. Il carabiniere non è uno sbirro, è una figura del territorio, e deve fare essenzialmente prevenzione. L’arruolamento sbagliato, non selezionato, porta a una scelta non accurata. Anche le lunghe permanenze nelle sedi di servizio, cosa che riguarda principalmente i sottoufficiali e sottoposti, possono essere una sciagura: se si resta troppo a lungo in uno stesso tessuto territoriale si stratificano conoscenze e condizionamenti. Non va bene. Il caso Mollicone nasce così, secondo me. Poi c’è un secondo punto molto importante: penso ci sia una autolesionista applicazione dei limiti imposti dalla privacy che da conquista sociale è stata trasformata in uno strumento ottuso che toglie le giuste valutazioni di opportunità per stabilire se un giovane è idoneo o degno di far parte di un organo dello Stato così delicato”. Sono valutazioni molto importanti, sta dicendo che un corpo dello Stato che gode di una buona fetta di risorse pubbliche non è in grado di scegliersi il personale e addestrarlo adeguatamente? “La preparazione tecnica e militare è altissima ma questo non fa un buon carabiniere. È necessario far fronte alla situazione e cambiare marcia e mi risulta che sia in fase avanzata una revisione del Regolamento generale dell’Arma con disposizioni più stringenti certamente motivate, compresa la possibilità di acquisire elementi di responsabilità a carico del carabiniere sin dalle prime fasi del procedimento penale. Occorre più severità nelle sospensioni per opportunità: chi è sottoposto a procedimenti giudiziari deve godere delle garanzie di uno Stato di diritto ma nel frattempo, mentre la giustizia compie il suo corso, occorre mettere in sicurezza l’istituzione, come si sta tentando di fare. Io ho molta fiducia in questo intervento di riforma”. Il colonnello Di Petrillo non crede che la norma del 2004 – che ha cancellato la tradizione di un esterno all’Arma al comando generale – sia un problema: non ha scatenato una corsa interna al leaderismo? “No, non credo che sia così, credo che i problemi siano altri come ho esposto fino a ora”. E la prossimità alla politica? Non crede sia anch’essa un malcostume? “Mah, guardi, è un discorso complesso perché la vicinanza c’è sempre stata, anche per il ruolo che svolge nel Paese. Ma anche questo aspetto ritengo si inserisca in un più ampio contesto nazionale. Le cronache continuano ad evidenziare rapporti anomali tra rappresentanti delle istituzioni e della politica e il mondo criminale. Ricordo che quando andai a interrogare nel carcere americano Tano Badalamenti (nell’ambito del processo per la morte del direttore di Op Mino Pecorelli, Nda) il boss mi prese il braccio e sa cosa mi disse: ‘eravamo dalla stessa parte’… Può immaginare come mi sia sentito?”. Posso immaginarlo colonnello. È una immagine molto dura delle interferenze dei poteri illegali nella sfera pubblica. Lei è tra i fondatori della Dia, la polizia investigativa antimafia, non crede sia stata una struttura ‘in più’? “Ricordo che non ebbe inizialmente la simpatia delle altre strutture investigative che già esistevano: lo Sco della Polizia di Stato, lo Scico della Guardia di Finanza, il Ros dei Carabinieri. Io partecipai con convinzione in quella difficilissima fase del nostro Paese anche perché era una struttura investigativa costituita da tutte le forze di polizia, in maniera paritaria. Ma poi nel tempo credo che la forza della Dia si sia affievolita, ed oggi so di pesanti criticità”.

terzogiornale ringrazia il colonnello Di Petrillo per aver concesso questa intervista. Ricordiamo che il colonnello ha svolto un ruolo importante in Eni, come responsabile della sicurezza, congedato pochi mesi dopo l’arrivo di Paolo Scaroni che pretese un manager di sua fiducia, Umberto Saccone. Due eccellenti giornalisti, Andrea Greco e Giuseppe Oddo, scrivono di poter “serenamente affermare in base alle testimonianze e alle informazioni raccolte che la security dell’era Scaroni-Saccone sta a quella delle gestioni Bernabè-Di Petrillo e Mincato Di Petrillo come la guerra termonucleare al duello rusticano” (Lo Stato parallelo, Chiarelettere, 2016).