Palamara, ultimo atto. Il 9 ottobre 2020 il Csm lo radia dalla magistratura. Il giorno prima, nell’aula della commissione disciplinare del Csm, l’avvocato generale Pietro Gaeta aveva chiesto la sua testa per “fatti di elevatissima gravità”, comprovati da intercettazioni che aveva letto frettolosamente per poi accusarlo di essere “sceneggiatore e regista” nelle nomine ai vertici delle procure di Roma e Perugia. Un capo d’accusa circoscritto a due sole procure ed è questo il nodo di una requisitoria  che soltanto alla fine rivela  il suo obiettivo politico: Palamara non viene radiato per le decine, forse centinaia, di favori resi ma per aver consentito l’incauta presenza di Luca Lotti, uomo ombra di Renzi, all’hotel Champagne dove con Cosimo Ferri e altri magistrati si discuteva della nomina del procuratore di Roma, trovando alla fine un accordo sul nome del procuratore generale di Firenze Marcello Viola. In effetti Palamara viene poi indagato a Perugia, Lotti a Roma e il famigerato dopocena diventa così “la prova che inchioda” il Sistema delle nomine alle interferenze della politica. Poco importa che il Pg fiorentino sia stato poi silurato da Prestipino.

Palamara è rimasto in silenzio nell’aula della Commissione disciplinare, dove nei mesi precedenti aveva inutilmente tentato di difendersi esibendo testimonianze e documenti. non accolti dal Procuratore generale Giovanni Salvi che riteneva più che sufficiente quanto emerso dalle intercettazioni. Taceva e pensava al padre Rocco, anche lui magistrato, morto d’infarto nel 1988 in una sala del ministero degli Interni, mentre firmava un importante trattato sull’estradizione dagli Usa che molto interessava Giovanni Falcone. Pensava anche a Giuliano Gaeta, padre dell’Avvocato generale che aveva tenuto l’onoranza funebre e al figlio che ora stava pronunciando la sua condanna a morte dallo scranno dove proprio lui l’aveva aiutato a salire. In cosa aveva sbagliato, chi aveva ordinato l’imboscata?  Il pensiero torna alla fine del 2017 quando al Csm si preparava la nomina del Procuratore generale di Cassazione e del Primo Presidente.

Una “doppietta” decisiva, ma non era mai accaduto che uno dei due posti non venisse assegnato a Magistratura democratica che stavolta puntava su un cavallo di razza per la Procura generale: proprio Giovanni Salvi, il magistrato che ha firmato la sua radiazione. Una vita alla Procura di Roma e poi a Catania, di nuovo a Roma come procuratore generale, fratello di Cesare Salvi già ministro del Lavoro nel governo D’Alema.  Ma Palamara, che inseguiva un disegno diverso, lo aveva segato grazie a un patto di ferro con Cosimo Ferri di Magistratura Indipendente, praticamente all’insaputa dei consiglieri giuridici di Mattarella, ed era riuscito a ottenere la nomina di Riccardo Fuzio come lui di Unicostop. Una partita spericolata tanto più che la stella di Renzi, presunto beneficiario, era calante dopo la sconfitta al Referendum costituzionale. Eppure nel 2016 era partita da Napoli l’inchiesta del pubblico ministero Woodcock su Consip e quasi contemporaneamente si era attivato il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo che da tempo mirava al padre Tiziano. Tutto questo preoccupava Ferri, renziano e deputato Pd, mentre per Palamara la nomina di Salvi,  rafforzando l’alleanza tra la sinistra giudiziaria e la nuova corrente di Autonomia e Indipendenza nata nel 2015 e dove erano confluiti i grillini, spezzava gli equilibri interni del Sistema alimentando quel giustizialismo che lui intendeva sconfiggere.

Quella stessa sera Palamara andò a trovare Pignatone. Due chiacchiere sull’esito della votazione, il procuratore lo ascolta, si congratula poi quasi distrattamente gli comunica: “Ho incaricato la Finanza di indagare il tuo amico Centofanti…c’è un fatto…dalle indagini è emerso che tu hai dormito in albergo con una donna che non è tua moglie e non hai pagato il conto”. Palamara capisce al volo che è fottuto: l’amico imprenditore, l’amante, il sospetto di corruzione. Gli ingredienti dello scandalo c’erano tutti. Lo sa ma va avanti per la sua strada fino ad agosto 2020 quando la procura di Perugia chiede il rinvio a giudizio per lui, la sua amica Adele e Centofanti. Al centro dell’accusa quattro viaggi: Dubai, Londra, Madrid, Ibiza. Vacanze pagate dall’amico per garantirne la riservatezza in famiglia. L’inchiesta poteva essere archiviata, anche per l’assenza di un movente che giustificasse l’ipotesi di corruzione. Ma c’era un fatto nuovo: tre mesi prima a Perugia il procuratore De Ficchy era andato in pensione e al suo posto era subentrato Raffaele Cantone, magistrato salernitano esperto di camorra, prima che nel 2015 Matteo Renzi lo nominasse Presidente dell’Anticorruzione. Sempre con Renzi era volato alla Casa Bianca per partecipare alla cena d’addio di Barack Obama. Era dunque targato come renziano e la sua nomina fu assai contrastata, Di Matteo, il pm della Trattativa Stato-mafia, di Autonomia e Indipendenza, tuonò: “Cantone stava per essere nominato premier impossibile mandarlo a capo di una procura come Perugia che si occupa dei magistrati di Roma anche in procedimenti che hanno risvolti politici”. Alla fine se la cavò grazie al voto  dei membri laici ma per non offrire il fianco a critiche su Palamara ha tenuto la linea dura.

A conti fatti furono soltanto 27 i magistrati sottoposti a procedimento disciplinare. Il primo a rassegnare le dimissioni il 3 luglio 2019 era stato proprio Fuzio che salì da Mattarella per concordare il pensionamento anticipato, giusto in tempo prima di ricevere un avviso di garanzia dalla procura di Perugia per aver rivelato a Palamara segreti istruttori legati all’indagine che lo riguardava. In definitiva l’inchiesta si era conclusa con quattro viaggi e una fuga di notizie.

Palamara era ormai fuori gioco quando, con l’uscita di Fuzio, si era liberato il posto di Procuratore generale e Salvi finalmente ottenne l’ambito incarico. La sua nomina racconta l’ultimo capitolo della guerra tra toghe, il più sanguinoso. Lo scenario politico è cambiato, il M5S nel 2018 aveva stravinto le elezioni e al Csm appoggiò il Pg Salvi che gestì la resa dei conti con il pugno di ferro. Un po’ per mettere la parola fine a uno scandalo che rischiava di delegittimare tutta la magistratura, ma un po’ anche per quel vecchio conto in sospeso con Palamara. Pochi giorni prima della nomina di Fuzio lui e Palamara si erano incontrati sulla terrazza di un albergo romano e il Ras gli aveva fatto credere che lo avrebbe appoggiato. Una volta radiato, come sappiamo, Palamara è passato al contrattacco: tacitato nella sede istituzionale parla parla parla, è gettonatissimo nei talk show, con il direttore de Il Giornale pubblica un libro che in pochi giorni vende migliaia di copie. Il Re è nudo. Forse non è oro colato tutto ciò che racconta, ma un po’ questa storia già la conoscevamo. Ogni procura è chiamata a tutelare la giustizia sul suo territorio ma anche gli interessi politici di chi lo governa e tra questi può esserci la demolizione degli avversari per via giudiziaria.

La spiega così Palamara: “Se un procuratore in gamba ha nel suo ufficio un paio di aggiunti e sostituti svegli, un agente di polizia giudiziaria che sa fare le indagini, un paio di giornalisti che appartengono a testate importanti e magari frequenta l’abitazione del giudice che decide i processi, quel procuratore in poco tempo diventa più importante del Parlamento, del premier e del governo”. Di chi parla Palamara? Di Pignatone, il più potente procuratore di Roma degli ultimi decenni? Che proprio lui aveva portato da Reggio Calabria a Roma per coronare la sua lunga carriera, poi proseguita con la nomina a Presidente del Tribunale della Santa Sede. Perché Pignatone incaricò la Finanza di utilizzare il trojan che ogni tanto però smetteva di funzionare magari quando, anche con Prestipino, erano insieme a cena per discutere del futuro procuratore di Roma. Siamo ai titoli di coda di un brutto film. In attesa della sentenza delle sezioni unite della Cassazione, chiamate a decidere sulla radiazione di Palamara. non si può archiviare la storia giudiziaria degli ultimi venti anni che più volte ha cambiato i destini politici del nostro Paese. (Qui il precedente articolo sul tema, uscito su “terzogiornale”)

(foto di Ester Fiorito)

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