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Palamaragate. La lotta per il potere

Le nuove forze politiche dell’ultimo decennio, renziani e grillini, rompono gli equilibri preesistenti all’interno della consorteria che gestiva le nomine in magistratura

23 Febbraio 2021 Rita Di Giovacchino  1315

Il caso di Michele Prestipino, il procuratore di Roma rimosso dall’incarico, a distanza di quasi due anni dallo scandalo che ha scoperchiato il Sistema delle nomine al Csm, ci fa ripiombare “nella notte più buia delle Toghe” come qualcuno lo definì. A inoltrarci nei meandri del Sistema (*), è proprio Luca Palamara, protagonista indiscusso del caos provocato da chat e intercettazioni scovate sul suo cellulare dalla procura di Perugia. Dopo essere stato radiato dalla magistratura e privato dello stipendio, la parola è passata all’autodifesa. “Ho soltanto svolto un ruolo di ‘pontiere’ tra magistratura e politica, al solo scopo di portare a buon fine i contrasti scatenati da divergenze ideologiche ma soprattutto da litigi e ambizioni di diecimila magistrati in lotta per un incarico o una promozione”.  E non senza un pizzico di orgoglio aggiunge: “Quando il Sistema ero io tutto funzionava bene”. 

Un “pontiere” in grado di avere un ruolo decisivo nella spartizione degli incarichi, nelle promozioni come nelle punizioni. Rare in verità “perché cane non morde cane”. Ma il panorama emerso dopo l’apertura dell’inchiesta di Perugia ha rivelato, per dirla con il Presidente Mattarella, la “modesta etica” e il “dilagante malcostume” presente ai piani alti della magistratura. Eppure, in tutto quello che è avvenuto, sembra difficile ravvisare un reato. La commistione tra politica e giustizia è prevista dalla Costituzione: nel CSM siedono due magistrati di Cassazione, 16 membri togati e 8 laici la cui nomina proviene dai partiti ed è garantita dal Parlamento. A ciò va aggiunto che l’inchiesta era partita con una precisa accusa di corruzione che è però subito caduta. Palamara è riuscito a dimostrare di non aver mai conosciuto l’avvocato Piero Amara, consulente dell’Eni coinvolto e condannato in vari processi che, secondo un testimone, gli avrebbe versato 40 mila euro per favorire la promozione di un magistrato messinese mai avvenuta.  L’altra accusa riguardava 7900 euro, pagati nell’arco di sei anni per saldare il conto di alberghi e ristoranti dall’imprenditore Fabrizio Centofanti, amico di Palamara ma anche di molti magistrati come Pignatone e, ironia della sorte, anche di De Ficchy il procuratore che lo indaga. Centofanti aveva soltanto anticipato i soldi per evitare che tali somme comparissero sulla sua carta di credito, in uso alla moglie, trattandosi non di trasferte professionali ma di vacanze in compagnia di un’amica. Un motivo del tutto privato, diciamo intimo.

Resta il sospetto, sostiene Palamara, che l’accusa di corruzione sia stata usata per giustificare l’utilizzo del famigerato trojan, inoculato nel suo telefonino, non al fine di indagare sul presunto reato di corruzione ma per spiare la sua attività in ambito correntizio che in quel momento puntava a penalizzare la corrente di Area, o ex MD, in importanti nomine ai vertici della magistratura. Una decisione che spezzava gli equilibri e che vedeva la sua corrente Unicost coalizzata con Magistratura Indipendente per sconfiggere, a suo dire, l’asse giustizialista che si andava prefigurando con l’ingresso dei pentastellati, rappresentati dalla nuova corrente Autonomia e Indipendenza capeggiata dall’ex magistrato di Milano Davigo, all’epoca di Mani pulite grande alleato di Di Pietro.

Alle origine di tanto sconquasso ci sarebbe dunque soltanto un duro scontro di potere tra Toghe. Niente di nuovo sotto il sole, gli scontri c’erano sempre stati. Ricordiamo il memorabile attacco del presidente Cossiga, durante una telefonata a sorpresa del Presidente emerito alla trasmissione Sky di Maria Latella di cui Palamara era ospite. Siamo nel gennaio 2008, Palamara a soli 39 anni era stato appena eletto segretario dell’Anm, in quei giorni il ministro della Giustizia Clemente Mastella aveva rassegnato le sue dimissioni dopo l’arresto della moglie, Sandra Lonardo, che provocò la caduta del governo Prodi, Cossiga era furibondo: “Lei ha la faccia da tonno, il tonno Palamara, sono in politica da 50 anni e riconosco le facce da tonno”. Ma non finì qui: “Come rappresentante dell’Anm lei è a capo di un’associazione nazionale di stampo mafioso”. Una folgorante intuizione.

“E’ innegabile che a partire da Violante e forse ancor prima c’è sempre stata una cinghia di trasmissione tra politica e magistratura. La presenza con me all’hotel Champagne di due politici come Lotti e Ferri può sembrare sconveniente. Ma dietro ogni nomina c’è un patteggiamento che coinvolge le correnti, i membri laici del Csm e direttamente o indirettamente i loro referenti politici” racconta Palamara. Ovvero i partiti e i loro segretari. Luca Lotti e Cosimo Ferri erano con lui l’8 maggio 2019, nel famoso dopocena all’Hotel Champagne, dove si discuteva della nomina del procuratore di Roma. Il primo era ancora l’uomo ombra di Renzi, non più presidente del Consiglio e neppure segretario del Pd, ma pur sempre leader di spicco della maggioranza. Palamara lo aveva conosciuto qualche anno prima, “quando i renziani dalla sera alla mattina erano piombati da Firenze a Roma e governavano”.  Lotti capì subito che il “ras delle nomine” era l’uomo giusto per trovare una sponda nel Sistema, di cui ancora nulla sapeva e con il quale il suo gruppo entrò subito in conflitto. Più navigato Ferri, figlio di Enrico ministro con De Mita e sottosegretario alla Giustizia con Letta, poi Renzi e anche Gentiloni, che era sia deputato Pd in quota renziana che leader di MI.

 A ben vedere i guai di Palamara, che continuava a fare il suo mestiere di sempre, sono iniziati quando è entrato in contatto con due esponenti del renzismo. Prima ancora dei 5 Stelle era stato Renzi il “rottamatore” a rompere gli equilibri tra politica e giustizia. Molte cose avvenute, la nascita stessa del Sistema, sono legate al rapido mutare degli scenari politici a partire dagli anni Novanta quando il potere giudiziario con la fine della Prima Repubblica prende il sopravvento sulla Politica in una sorta di lotta del Bene contro il Male, dove il bene era rappresentato dalle inchieste su mafia e corruzione e il male dai partiti travolti dalle inchieste su Tangentopoli. A dividere politica e giustizia erano intervenuti i processi a leader politici di primo piano. Berlusconi, Renzi e infine Salvini. Fece scalpore lo scambio di chat tra Palamara e il collega Auriemma che criticava la procura di Agrigento per il provvedimento preso nei confronti dell’allora ministro dell’Interno: “Non funziona neppure sotto il profilo tecnico”. Lui replicava: “Sono d’accordo, ma Salvini va staccato”.

Non rinnega niente Palamara, ma insiste: “Non ho fatto tutto da solo e non posso pagare per tutti”, così ha fatto ricorso contro la radiazione certo di poter rientrare nei ranghi della magistratura. La sua convinzione si basa sul fatto che delle decine di magistrati, che gli hanno chiesto nomine e favori, coinvolti in chat e intercettazioni, alla fine soltanto 27 sono stati sottoposti a provvedimenti disciplinari e nessuna denuncia penale è seguita. Il processo sul suo conto è diventato il processo al “metodo Palamara” che prende quota nel 2007 quando lui decide di partire alla conquista di Unicost per sparigliare la partita tra MI e MD puntando al centro.

I risultati non sono mancati: nel complicato risiko tra correnti riesce a far eleggere tre vicepresidenti del Csm. Nel 2008 Michele Vietti in quota Casini dell’Udc; nel 2014 Giovanni Legnini in quota Pd; nel 2018 David Ermini ancora in carica. E ora rivela: “Lotti l’ho conosciuto quattro anni prima dell’Hotel Champagne, anche la nomina di Ermini è stata concordata con lui e con il placet di Bersani”. La politica, come la matematica, è una scienza esatta. A decidere chi vince e chi perde sono i numeri e lui aveva sempre in tasca il pacchetto di voti giusto. Da due anni sapeva che stava arrivando la sua fine e con lui la fine del Sistema che aveva faticosamente costruito. Lo sapeva molto prima di quella mattina del 3 giugno 2019, tre settimane dopo la notte dell’Hotel Champagne, quando la Guardia di Finanza bussò alla porta, stavolta non per scortarlo ma per perquisirlo. E lo sapevano anche tutti gli altri, eppure fino all’ultimo lo avevano lasciato fare e disfare. E lui ne approfittò per mettere a segno una “doppietta” che accelerò la sua condanna a morte. L’ultimo atto del Palamaragate. (qui un precedente articolo sul tema uscito su “terzogiornale”)

(*) Le dichiarazioni di Luca Palamara sono tratte dal libro Il Sistema. Poteri, politica, affari. Storia segreta della magistratura italiana di Alessandro Sallusti ed. Rizzoli

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