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L’Unione europea e la difficile revisione dei trattati

Il processo di unificazione europea è notoriamente un esperimento ancora in corso, e al tempo stesso un ambito in cui si sta testando la...

Un riarmo discutibile e in ordine sparso

I venti di guerra che, da oltre un mese, soffiano pericolosamente forti vicino alle frontiere hanno riaperto una questione rimasta in sospeso per decenni: quella del riarmo dell’Europa. Per una serie di ragioni – cui non sono estranee riserve dei singoli Stati, abitudine a dipendere dall’ombrello americano, e una certa riluttanza postbellica nell’affrontarlo –, il problema della creazione di una forza militare europea è restato ai margini del dibattito sulla costruzione dell’Europa unita. Gli stessi accordi di Helsinki del 1999, che avrebbero dovuto avviare la costruzione di una difesa comune, rispecchiano fino in fondo queste ambiguità.

Notava già anni fa il generale Fabio Mini che quello che venne salutato come il momento fondativo di un esercito europeo, in realtà si è poi articolato in una serie di norme che hanno de facto impedito la costituzione di un esercito autonomo, finendo per delegare in toto la difesa europea alla Nato. Da Helsinki uscì unicamente una struttura burocratica, peraltro arenatasi rapidamente, dato che il contingente previsto dagli accordi può essere utilizzato solo con l’assenso e l’unanimità di tutti i Paesi membri dell’Unione: ed è – più che un esercito in senso stretto, inteso come una entità con una preparazione comune, tecnologie condivise, esercitazioni e manovre – una sommatoria di contingenti più o meno raccogliticci forniti dai singoli Paesi.

Il chiacchiericcio sulle armi e il vincolo della deterrenza

Guerra in atto e pandemia niente affatto conclusa rendono le polemiche italiane sull’aumento delle spese militari un chiacchiericcio. Ci sarà l’ennesimo voto di fiducia chiesto da Draghi, o altra soluzione parlamentare, a fare testo e a dare il via libera all’aumento del budget militare auspicando una politica di difesa su scala europea. Intanto, Giuseppe Conte vede legittimata la sua leadership su ciò che rimane dei 5 Stelle, con il 94% nel referendum interno e con il suo alzare la voce cercando di recuperare la radicalità delle origini. Come risponderà il ministro Lugi Di Maio, che su guerra e armi marcia come un soldatino, è un dettaglio che interessa solo chi è ancora grillino.

Il problema non è perciò la precarietà degli equilibri di governo – destinati a restare tali fino alle elezioni politiche del 2023 –, quanto piuttosto l’atteggiamento politico nei confronti della guerra Russia-Ucraina. Forse l’Italia tornerà in gioco se si dovesse scegliere la linea della soluzione di Paesi garanti della neutralità e della sicurezza dell’Ucraina (il negoziato in corso in Turchia); non c’è dubbio, però, che finora il governo Draghi (come il Pd) non abbia brillato per iniziativa in campo europeo. Il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno avuto maggiore protagonismo e visibilità, provando a convincere Putin alla trattativa e parlando con le parti in conflitto (grazie al ruolo avuto da Macron nell’ultimo mese, quasi sicuramente sarà lui l’inquilino riconfermato all’Eliseo nelle prossime elezioni di aprile in Francia).

Uno strano viaggio: Schröder a Mosca

Ha suscitato molti interrogativi il viaggio intrapreso la settimana scorsa dall’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che si è recato improvvisamente a Mosca, dove ha...

Le ceneri della Ostpolitik

Con le bombe su Kiev, tramonta anche l’ultimo simulacro della Ostpolitik. Il sogno di Willy Brandt – quello di una Germania che sapesse guardare a oriente, espresso nella sua estrema incarnazione dalla politica di Olaf Scholz nei confronti della Russia – pare cancellato per sempre, o quantomeno archiviato fino a un’epoca diversa e certo non prossima. Eppure, quanto a lungo il rapporto con la Russia, nel bene come nel male, è apparso un destino ineludibile per i tedeschi! E viceversa, quante volte sull’asse Mosca-Berlino si sono consumate le sorti dell’Europa!

Il governo della coalizione “semaforo”, dopo essersi mostrato a lungo esitante, poco allineato con le posizioni della Nato, in “concorde disaccordo” con i francesi, e dopo avere fino all’ultimo scommesso sulla trattativa, si è deciso solo in extremis a bloccare le verifiche al gasdotto Nord Stream 2, e anzi lo ha fatto giusto il giorno prima che le cose precipitassero. Il gasdotto sottomarino, ormai ultimato, è importantissimo, perché dovrebbe collegare direttamente la Germania, affamata di energia dopo la chiusura delle ultime centrali nucleari ancora operative, ai giacimenti russi, senza dovere transitare attraverso paesi terzi. Chiuderlo non è solo una “sanzione” al pari di altre: vuol dire rinunciare a un progetto ambizioso.

La questione ucraina e i dilemmi della Germania

Sembra che sulla questione ucraina Olaf Scholz sia finora riuscito a scontentare tutti. Di certo gli alleati della Nato, che hanno ritenuto opportuno rafforzare la loro presenza e ribadire la linea adottata con la conferenza congiunta del 25 gennaio a Berlino, durante la quale un muscolare Emmanuel Macron ha affermato che “in caso di aggressione all’Ucraina ci sarà una risposta e il prezzo sarà molto alto”; mentre Scholz, pur confermando in linea di massima la sua adesione alla posizione francese, ha voluto prudentemente aggiungere che “è necessario lavorare a una soluzione mediante un dialogo bilaterale”.

La “Frankfurter Allgemeine”, il giorno seguente, ha sottolineato che questi colloqui tra leader europei “avvengono troppo tardi”; e che le relative debolezze di una Germania con un governo inedito, la cui tenuta è tutta da valutare, e di una Francia con le prossime elezioni, probabilmente le più confuse della sua storia, hanno condizionato pesantemente la valutazione dei tempi di sviluppo della crisi ucraina. Ora si starebbe cercando, in tutta fretta, di “rimettere un piede nella porta” nel momento in cui le cose stanno precipitando. Anche i media russi, del resto, non hanno apprezzato, e parlano di incoerenza e di “irresolutezza” della leadership europea, che renderebbe difficile avanzare nelle trattative. Proprio questa incertezza europea finirebbe per rendere pericolosa una situazione in cui la Russia – come ha sostenuto l’agenzia “Novosti”, commentando l’incontro di Berlino – è unicamente alla ricerca di garanzie sulla sua sicurezza e di interlocutori affidabili.

Il nucleare europeo e i dilemmi della coalizione “semaforo”

Il sole che ride ammiccante, associato alla scritta Atomkraft nein danke (“energia atomica no grazie”), è un ricordo che accompagna tutta una generazione di militanti antinucleari. I verdi tedeschi sono stati tra gli antesignani del movimento di critica all’impiego del nucleare per la produzione di energia già molto prima della catastrofe di Chernobyl. Ricordo che da ragazzo mi colpì il racconto di un amico che descriveva la loro presenza di massa e la loro organizzazione durante quella che è passata alla storia come la “battaglia di Malville” del 1977, una giornata di scontri violenti che si svolsero intorno a un’allora costruenda centrale francese, e a cui parteciparono anche molti militanti italiani. Questo avveniva ancor prima che si costituissero formalmente in partito nel 1980, e cominciassero il loro lungo processo di conquista delle istituzioni.

Oggi che i verdi sono uno degli elementi integranti della colazione che governa la Germania, non è difficile immaginare come la decisione di includere il nucleare nella “tassonomia verde” delle energie in cui investire per la transizione ecologica dell’Unione europea sia stata tormentata, e abbia scosso non poco le acque all’interno della coalizione. Due importanti ministri del governo, Robert Habeck, che presiede al dicastero Economia e protezione del clima, e Steffi Lemke, che sta all’Ambiente, hanno espresso durissime critiche alla decisione presa in sede europea. Habeck ha liquidato con disprezzo tutta la faccenda come greenwashing, mentre Lemke ha tuonato alla radio di una “gravissima falsificazione” in corso, pur ammettendo che sarà difficile “fare macchina indietro”.

Germania, con Scholz una svolta per l’Europa?

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