Manca ormai poco più di un mese alle elezioni per il rinnovo del Bundestag, che avranno luogo esattamente il 26 settembre. Dalla tornata elettorale dovrà emergere la coalizione che deciderà il nuovo cancelliere dopo i sedici anni di governo di “Mutti” Merkel. La questione della successione appare ancora molto confusa e non c’è un candidato chiaramente favorito.

I sondaggi più recenti dell’Istituto Forsa, datati 24 agosto e condotti su un campione piuttosto significativo, danno nelle intenzioni di voto pressoché appaiati i conservatori della Cdu-Csu e i socialdemocratici della Spd, cui viene attribuito al momento un risultato intorno al 22% dei suffragi; segnalano però anche una forte crescita dei Verdi rispetto ai risultati della tornata del 2017, che li proietterebbe intorno al 18%. Ridimensionate sarebbero tanto la Linke (il partito della sinistra radicale) quanto l’estrema destra dell’AfD, a conferma di una tendenza che del resto era emersa dalle recenti elezioni amministrative in Sassonia.

Quanto siano affidabili questi sondaggi non è facile dirlo, anche perché le variazioni negli ultimi mesi sono state rilevanti quanto rapide, a testimonianza di un elettorato volubile, ed è dunque lecito aspettarsi spostamenti ulteriori. Ancora ad aprile la Cdu era accreditata di un oltre il 30% e la sua rapida discesa è da imputarsi, probabilmente, alla scelta di un candidato alla cancelleria che è apparso in molte occasioni goffo e inadeguato. Armin Laschet è diventato il candidato ufficiale dei conservatori dopo un’aspra contesa interna al partito – nella quale ha infine prevalso sul favorito, il bavarese Markus Söder – e non è gradito a buona parte della base. Le gaffe di Laschet nelle uscite pubbliche sono già numerose, fin da quando è stato beccato dai media a ridacchiare scioccamente mentre il presidente Frank-Walter Steinmeier commemorava i morti delle alluvioni, per proseguire poi con una serie di dichiarazioni inopportune durante la sua visita nei territori flagellati dalla inondazioni, fino a uno sgradevole intervento recente sull’Afghanistan in cui il candidato della Cdu ha dichiarato che “bisogna evitare a tutti i costi di ripetere l’errore del 2015”, alludendo all’accoglienza concessa ai profughi siriani. Non sono mancate le risposte anche recise dall’interno della stessa Cdu a questa lapidaria affermazione: la stessa Merkel è intervenuta ribadendo che, a livello europeo e in Germania, si farà tutto il possibile per aiutare i profughi.

Se Laschet non gode di buona stampa, non sono mancate critiche e piccoli scandali che hanno interessato gli altri candidati di spicco: in particolare ad Annalena Baerbock dei Verdi è stato rinfacciato di avere plagiato da testi celebri interi brani del suo e-book Jetzt. Wie wir unser Land erneuern (“Adesso. Come rinnoviamo il nostro paese”). Baerbock si è difesa dicendo che si trattava di un piccolo libro di propaganda in cui non aveva senso citare tutte le fonti. Ma sulla Baerbock sono piovuti anche gli strali della stampa più conservatrice che la ha accusata di avere presentato un programma elettorale “visionario” e “regressista” per via dell’accentuazione delle tematiche ambientaliste a scapito degli aspetti economici.

Anche il candidato della Spd, Olaf Scholz, è nel mirino. Gli viene infatti imputato di essere solo un politico di carriera, e di avere sempre preso le difese della polizia e delle forze dell’ordine in occasione di manifestazioni e di scontri di piazza, come avvenne quando era sindaco di Amburgo nel 2017. In quell’occasione, di fronte alle proteste contro il vertice del G-20 che aveva luogo in città e alle violenze che seguirono, l’allora sindaco dichiarò che “la polizia non aveva fatto niente” e che i cittadini non dovevano preoccuparsi perché egli “avrebbe garantito la sicurezza a qualunque costo”. Certo Scholz è uomo di apparato e appartiene all’ala più moderata della Spd, cosa che potrebbe sottrargli i favori della componente radicale dell’elettorato socialdemocratico.

Nel complesso, dunque, la corsa alla cancelleria appare sempre più incerta, e non a caso Merkel ha dichiarato che queste sono “le elezioni più difficili dopo quelle del 1949”. Con ogni probabilità, in mancanza di un chiaro favorito, sarà il gioco delle coalizioni a decidere la partita della cancelleria. Anche qui si sprecano le lotterie e le previsioni: se appare remota la possibilità di una nuova grande coalizione, con le intenzioni di voto finora dichiarate sembra anche difficile che possano esserci i numeri per le altre alleanze finora sperimentate: da quella cosiddetta Kenya (dai colori della bandiera: Cdu-Spd-Verdi), passando per la Giamaica (Cdu-Verdi-liberali) fino alla rosso-rosso-verde (Spd-Linke-Verdi).

La partita è apertissima, e saranno decisive per l’orientamento di un elettorato estremamente volubile le vicende politiche delle prossime quattro settimane. La politologa Andrea Römmele, docente di Scienze Politiche a Berlino, in una intervista recente ha insistito sulla importanza di tre questioni la cui ricaduta sarà determinante per gli spostamenti dell’elettorato: la pandemia e la sua gestione, le inondazioni e il necessario intervento governativo, la crisi afghana nelle sue implicazioni nazionali e internazionali.

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