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Governo Meloni, l’autarchia impossibile

3 Gennaio 2023 Paolo Andruccioli  1528

Distinguere la realtà dalla propaganda. La propaganda: “La Commissione ha promosso la nostra manovra giudicandola in linea: l’Italia è quindi inserita nella metà dei Paesi europei che sono dalla parte giusta. Questo risultato è una grande soddisfazione. Abbiamo smentito i gufi nazionali”. Sono le parole usate dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a proposito del giudizio di Bruxelles sulla manovra. Ovviamente, anche la presidente del Consiglio ha tirato un sospiro di sollievo. Alla sua prima manovra, Giorgia Meloni era in ansia come una liceale di fronte ai “quadri” dell’esame di maturità: “Siamo particolarmente soddisfatti del giudizio espresso dalla Commissione europea sulla legge di Bilancio – ha detto –, una valutazione positiva che conferma la bontà del lavoro del governo italiano, sottolinea la solidità della manovra economica e ribadisce la visione di sviluppo e crescita che la orienta”.

La realtà: la Commissione europea ha effettivamente promosso la manovra italiana sugli aspetti riguardanti i conti, la spesa pubblica e le misure contro il caro energia, ma ha bocciato senza esitazioni tutte le norme sulla lotta all’evasione, con preciso riferimento ai pagamenti elettronici e al tetto del contante. Bocciata anche sul fisco, perché non è stata approvata “la legge delega sulla riforma fiscale per promuovere ulteriormente la riduzione delle imposte sul lavoro.”. Quasi gli stessi concetti erano stati espressi nelle audizioni parlamentari da autorevoli istituzioni italiane, prima fra tutte la Banca d’Italia.

Il brindisi: i ministri del governo Meloni non si sono messi sul balcone come avevano fatto i 5 Stelle, ma sicuramente hanno festeggiato la prima vittoria politica pensando ai sondaggi e ai ritorni delle tante piccole e grandi mance elargite a gruppi di interessi, fasce professionali e lobby, come quella dei balneari, che non solo sono stati finora premiati, ma ai quali si promettono altri affari con la privatizzazione di spiagge libere occupate da “drogati e nudisti”, che, per ripulirle, bisognerà vendere alle società che gestiscono (senza bandi pubblici) gli stabilimenti balneari.

Forti con i deboli. La protervia e le mirabolanti riforme che avrebbero completamente cambiato il volto del Paese (della “nazione”) dove sono finite? Tutti gli attacchi all’Europa, giudicata di volta in volta una banda di burocrati egoisti, una masnada di usurai e di ipocriti che si girano sempre dall’altra parte quando vedono le scene degli sbarchi, sono stati provvisoriamente accantonati. Il nemico, per ora, è un nemico interno, ed è facile far passare il frame del povero come parassita dello Stato (della “nazione”), spalmato sul divano, con i pasti e l’affitto pagati dal reddito di cittadinanza. I poveri sono un obiettivo facile. Bruxelles, come il Paradiso, può attendere. E anche la rivoluzione flat tax deve essere messa in sordina, sebbene, nel frattempo, il regalo fiscale alla fascia alta del ceto medio e dei lavoratori autonomi sia evidente. Ma evitiamo di innervosire i burocrati che controllano le risorse del Recovery Fund.

Fare da soli? Non è possibile riproporre forme postmoderne di autarchia. Nessuno crede alla riproposizione del ministero Scambi e valute (1935-1939), creato da Mussolini per fronteggiare gli effetti della crisi mondiale del 1929 sul commercio internazionale, e che diventò progressivamente lo strumento dell’esperimento autarchico del regime. Come ci insegnano gli storici, sotto la guida di Felice Guarnieri, il ministero sviluppò competenze di ampia portata: dalla decisione sulle licenze di importazione, alla disciplina dei cambi e dei pagamenti, all’autorizzazione sulla cessione o assunzione di partecipazioni italiane all’estero, fino al controllo sulle frodi valutarie. Giorgetti come Guarnieri? Fantapolitica.

La terza via della destra. Prima di diventare la prima donna sulla poltrona di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni ha spiegato la sua volontà di affidare ai Fratelli d’Italia la missione storica di realizzare la “terza via blairiana di destra”. In Europa bisogna starci da protagonisti, e gli eredi del Msi hanno intenzione di stare “in Europa con i partiti che condividono un modello confederale, con Nazioni che collaborano ma restano sovrane in casa propria”.

La parola chiave. Dunque, se Berlusconi e Salvini avevano provato a creare l’immagine di un’Italia “nazione” laboriosa, prospera, con un workfare leggero, difesa ai confini e con una vita economica senza sindacati, Meloni vuole invece costruire una “patria” fondata su uno Stato presente ma che non intralci l’impresa, su un welfare selettivo, su una contrattazione sociale al servizio della “nazione”, e sulla tutela della famiglia tradizionale.

Ecodipendenti. In occasione della revisione della “Strategia industriale Ue” (2021), la Commissione aveva compiuto una prima analisi delle dipendenze europee da importazioni esterne. Lo studio, compiuto su oltre 5.200 beni, aveva individuato inizialmente 390 prodotti di dipendenza esterna nei vari settori industriali, ridotti poi a 137 per le esposizioni esterne più sensibili e strategiche. È la Cina il partner commerciale da cui dipende maggiormente la fornitura di questi materiali in termini di valore (52%), seguita dal Vietnam (11%) e dal Brasile (5%). Complessivamente, la Russia pesa invece solo per il 3%, anche se Mosca rimane il primo fornitore della Unione europea di commodities strategiche quali palladio (per il 40%) e alluminio (17%); il secondo di vanadio (32%) e fosforite (20%); il terzo di sali di potassio (11%); il quarto di nickel (17%).

Fuori dal giro. Romano Prodi ha scritto: “Limitandomi alle decisioni di investimento verso il nostro continente, debbo constatare che l’Italia, pur essendo il secondo Paese industriale d’Europa, è finora, come si usa dire, fuori dal giro. È nota la decisione di Tesla, leader americano di auto elettriche e di batterie, di localizzarsi in Germania (…), sembra ormai dirigersi verso Dresda anche il più grande e raffinato produttore mondiale di semiconduttori, il colosso taiwanese Tsmc. E l’elenco potrebbe proseguire. Eppure è noto che la produttività di Torino, Ivrea, e di molte altre città italiane, non è affatto inferiore a quella di Berlino o Dresda, e il costo del lavoro quasi la metà”.

Dopo la finanziaria. A questo punto si potrebbe compilare un piccolo elenco delle prossime mosse: revisione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, trasformazione del welfare universale in un welfare familistico, stretta sull’ordine pubblico (le norme sui rave sono solo l’inizio), scuola pubblica meno finanziata e comunque più autoritaria, progressiva marginalizzazione del sindacato confederale e dei corpi intermedi. Pacificazione storica nazionale da costruirsi con una rilettura alleggerita del ruolo della destra neofascista negli anni Settanta e, soprattutto, con la messa definitiva in soffitta del 25 aprile. Se l’obiettivo di creare una “nazione” autosufficiente tra le nazioni sembra irrealizzabile anche per i più fanatici, l’obiettivo di creare un welfare selettivo – qualcuno parla di welfare chauvinism – può essere invece alla portata. Insieme con il presidenzialismo.

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TagsCommissione europea finanziaria fisco governo meloni lotta all'evasione manovra di bilancio Paolo Andruccioli patria

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