• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » Milano città immateriale

Milano città immateriale

Il capoluogo lombardo è ormai un centro extraterritoriale, il laboratorio politico di una combinazione di interessi, che condiziona il partito che l’amministra

2 Dicembre 2022 Michele Mezza  1394

Nelle prossime settimane Goldman Sachs sposterà da Londra a Milano il suo stato maggiore di operatori e consulenti finanziari. Insieme con la famosa banda d’affari anglo-americana, anche altri centri finanziari, come Morgan Stanley, porteranno nuclei operativi consistenti dalla capitale britannica a Milano. La notizia ovviamente rende felici gli amministratori del capoluogo lombardo, e soprattutto gli operatori del mercato immobiliare e della ristorazione, che si troveranno qualche centinaio di nuovi clienti di alto target. Lo stesso capiterà ai master del politecnico e della Bocconi, che avrà ulteriori opzioni per i suoi super-laureati.

Ma il dato che politicamente ci sembra utile sottolineare riguarda proprio il profilo che sta assumendo Milano: città extraterritoriale dei primi e degli ultimi. Una caratteristica che si associa all’essere la retrovia, il ridotto al Nord, della sinistra. Per certi versi, proprio come Londra – meno Parigi e Madrid, che sono le altre componenti del quadrilatero metropolitano europee – la città meneghina si trova a declinare la sua aristocrazia immateriale che la rende il più grande territorio produttivo senza fabbriche italiano, con la sua opzione a favore del centrosinistra.

Se vogliamo fare un po’ di storia, non è certo la prima volta che la metropoli lombarda si trova a fare da contraltare del governo nazionale, trainando una sinistra, persino inconsapevole della circostanza, a governare l’innovazione. Nel 1961, a Milano, nasceva la prima grande giunta di centrosinistra, mentre a Roma Fanfani e Moro chiedevano ancora tempo per portare tutta la Dc al tavolo con i socialisti. In quella compagine amministrativa – benedetta dall’arcivescovo Giambattista Montini, prossimo papa Paolo VI – era centrale l’assessore Piero Bassetti, futuro presidente della prima giunta regionale nel 1970, ma soprattutto esponente dell’ala tecnocratica della sinistra democristiana, che già guardava al postindustriale finanziario come piattaforma per ridurre le ambizioni conflittuali della sinistra socialista e comunista e dare un assetto europeo alla città.

In quel passaggio, si può leggere molto del destino successivo della politica italiana: il perché l’espansione industriale del Paese – siamo nel pieno del mitico miracolo economico dei primi anni Sessanta – non coincise con un’adeguata espansione dell’influenza della sinistra politica;le successive delusioni del fronte riformatore dinanzi alla controffensiva reazionaria di ceti economici legati alla rendita che non acconsentivano a una modernizzazione radicale del tessuto economico del Paese; infine l’incomprensione, soprattutto da parte del Pci, delle dinamiche delle forze del mercato, che pure proprio l’intellighenzia comunista riuscì ad analizzare brillantemente nel 1962, nel corso di uno storico convegno sul neocapitalismo dell’Istituto Gramsci, ma senza che poi ci fosse un seguito politico a quelle intuizioni elaborate da giovani ma già rappresentativi quadri quali Bruno Trentin e Lucio Magri, con Lucio Libertini e Vittorio Foa della sinistra socialista.

Come allora, ci troviamo oggi dinanzi a uno snodo dei processi di riorganizzazione del capitalismo, che investe il nostro Paese passando per la porta di Milano. Mentre larghe aree del Nord, dal lombardo-veneto al Nord-ovest piemontese, fino a consistenti porzioni della ex rossa Emilia, ormai stabilmente si sposta verso la sponda sovranista – passando dall’autonomismo localistico della vecchia Lega a un sovranismo di tutela nazionale, rappresentato dal melonismo –, le grandi città, soprattutto Milano e Torino, rimangono ancora di marca democratica e di centrosinistra. Ma in particolare nella cinta daziaria ambrosiana è in corso un processo di mutazione, che sta paradossalmente trasformando proprio l’identità del Pd, che guida l’amministrazione ormai da molti anni. Milano, infatti, proprio sulla scia di Londra, a cui sta strappando pezzi rilevanti di indotto finanziario, sta diventando un laboratorio sociale in cui si sta radicalizzando una combinazione di interessi estrema.

Si allarga la piattaforma del globalismo finanziario, che ormai chiaramente ha scelto la città del duomo come terminale di un riposizionamento europeo. Un globalismo nel quale primeggiano i centri dell’immateriale: dalla moda, alle progettazioni informatiche, alle applicazioni dell’intelligenza artificiale nella sanità o nella logistica. Collante di queste componenti è, appunto, la finanza come lingua, prima ancora che come pratica. Fra la prima e la seconda cerchia dei navigli la residenzialità delle nuove figure di professionalità multinazionali, che vivono anche a Milano, si combinano con i tecnici delle diverse modalità di declinazione di quell’esperanto tecnologico che sono i sistemi di profilazione degli utenti di qualsiasi attività o servizio. Siamo al vertice di skills pregiati e sperimentali, che fanno surfing sulle nuove esperienze tecnologiche e creano strategie commerciali e produttive, basate sulla raccolta dei dati. Sono giovani che stressano le proprie capacità con la consapevolezza che stanno vivendo una storia intensa, redditizia ma provvisoria. In questo sentirsi di passaggio, si riconosce una cultura della vivibilità che limita e contiene la frenesia del guadagno, lasciando spazi a valori e atteggiamenti democratici e inclusivi.

Questo popolo della competizione momentanea, che considera la città un hub e non una residenza, si rivolge, nelle sue ritualità assistenziali, a un altro popolo, quello degli ultimi, quell’immigrazione che oggi si mischia a forme di impoverimento immediato e improvviso, che colpisce anche settori indigeni della ricca Milano. Cosi, negli stessi quartieri, nelle stesse isole urbane, convivono gli uffici di banche e software-house con fondazioni e onlus che assistono e tutelano chi cerca un supporto per mangiare e continuare a vivere.

Aldo Bonomi, nei giorni scorsi sul “Sole 24 ore”, parlava di città-regione, connettendo i flussi immateriali ai luoghi di questa nuova Milano, a cui si ricollegano le innovative filiere del valore che si ramificano nella regione. Una città, però, che si trova arroccata su due figure sociali dominanti: gli iper-professionalizzati e coloro che sono alla deriva.

La convergenza fra i primi, che sono comunque un pulviscolo di individui diversi e separati gli uni dagli altri, e gli ultimi, che invece tendono a diventare omologhi e omogenei nell’invisibilità, determina il nuovo carattere della metropoli più ricca del Paese, ma anche il tratto sociale del consenso che raccoglie il Pd. Un voto, quello che porta i democratici ormai da tre sindacature a governare la città, che si basa su opzioni di stile di vita, di affinità culturali occasionali, che individuano nel Pd la proposta meno distante, meno vincolante, la più innocua e funzionale per una città che deve essere aperta e inclusiva. Il partito leggero – anzi, il voto leggero –, che trascende ogni idea di partito, si deposita in un contenitore che non chiede militanza o presidi territoriali, ma solo esibizione di valori da contrapporre alla destra che assedia Milano con le sue truppe provinciali.

Diciamo che la convergenza con questo ceto globale è la scorciatoia che la sinistra sceglie per poter entrare nel Ventunesimo secolo senza pagare lo scotto di un consapevole cambio di base sociale, per attivare forme di conflitto che sostituiscano lo sbandieramento di innocui diritti. Proprio questo dualismo fra diritti e conflitti, riporta a un lontano dibattito originato nella pancia di una lontana sinistra che, a metà degli anni Novanta, a Chianciano, scelse per il sindacato una strada di omologazione alla frammentazione sociale, usando i diritti per giustificare l’assenza di conflitti contro i nuovi poteri dell’automatizzazione della democrazia.

1.432
Archiviato inArticoli
Tagsconflitto sociale diritti Goldman Sachs Michele Mezza Milano partito democratico Pd sinistra

Articolo precedente

Sulla Cina 2. Conversazione di Michele Mezza con Francesco Sisci

Articolo successivo

Il papa e la proposta di una nuova Helsinki

Michele Mezza

Articoli correlati

L’ondata di rivolta giovanile

Questione dell’abitare: l’Italia non è un altro continente

Tsipras ci riprova: l’obiettivo è vincere

A Milano un ritorno al passato?

Dello stesso autore

Benni, a seppellirci sarà una risata?

Est/Ovest: la contesa è sul conflitto sociale

Musk, le privatizzazioni, la sicurezza militare e l’Europa

Le dimissioni di Belloni e la nuova tecno-destra all’attacco

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Né ordine né disordine: gli studenti della generazione europea
Stefania Tirini    19 Ottobre 2026
Cittadinanza, in arrivo norme aberranti
Stefania Limiti    16 Ottobre 2026
Legge elettorale: oltre trenta ricorsi alla Corte costituzionale
Stefania Limiti    13 Ottobre 2026
Ultimi articoli
In Marocco prima donna premier per un re che governa
Luciano Ardesi    21 Ottobre 2026
L’ondata di rivolta giovanile
Agostino Petrillo    19 Ottobre 2026
Ex Ilva, quelle piazze da ascoltare
Guido Ruotolo    19 Ottobre 2026
Il Brasile verso il ballottaggio
Claudio Madricardo    16 Ottobre 2026
In India le manifestazioni dell’opposizione
Marco Santopadre    15 Ottobre 2026
Ultime opinioni
Le piazze degli altri
Stefania Tirini    12 Ottobre 2026
Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola
Giorgio Graffi    28 Settembre 2026
Escissione amore mio
Rino Genovese    22 Settembre 2026
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Renzi e la sua volontà di sopravvivere
Vittorio Bonanni    27 Luglio 2026
Ultime analisi
Questione dell’abitare: l’Italia non è un altro continente
Agostino Petrillo    13 Ottobre 2026
Hamas, questo sconosciuto
Eliana Riva    30 Settembre 2026
Ultime recensioni
“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”
Luca Baiada    16 Ottobre 2026
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giuseppe Conte governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA