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L’ondata di rivolta giovanile

Tanto tuonò che piovve: una violenza nuova in una città resa un campo di scontro

19 Ottobre 2026 Agostino Petrillo  690

In un vecchio romanzo di fantascienza di Frederik Pohl e Cyril M. Kornbluth (Frugate il cielo), gli astronauti giungono su un pianeta, abitato da esseri umani, in cui regna una spietata gerontocrazia. Una società fossilizzata in cui si è adolescenti fino ai quarant’anni e solo successivamente si ottengono i privilegi della maggiore età. I bollori della gioventù sono tenuti a freno mediante un attento dosaggio di sostanze dopanti, l’imposizione di restrizioni umilianti e l’erogazione gratuita di volgari spettacoli di intrattenimento. Inutile dire che sarà il cosmonauta americano di turno a guidare alla riscossa gli eterni adolescenti infantilizzati.

Sono pagine che tornano alla mente, quando si riflette sull’ondata di rivolta giovanile che sta attraversando l’Europa, e che pare appartenere a qualcosa di diverso dai movimenti del passato.  In una realtà europea ingessata e incapace di rinnovamento, da tempo c’è nell’aria una violenza nuova, cui vanno ascritti i moti di Exarchia ad Atene, nel 2008-09, i riots londinesi del 2011, i “gilet gialli” francesi del 2018-2019. Una violenza che non è solo quella di chi si ribella, ma è anche, per converso, quella che scaturisce da tutta una serie di eventi, trasformazioni e dispositivi urbani che rendono le città oggettivamente un campo di scontro. Realtà urbane contraddistinte dagli sfratti, che scandiscono ormai la vita dei quartieri popolari, dai processi di gentrification e di espulsione, dalla introduzione di meccanismi securitari e dall’inasprimento dei controlli.

Sono molti i luoghi in cui la rivolta prende forma, dove si sviluppano forme a volte tenaci e silenziose, a volte clamorose e aggressive di resistenza a questi processi, dove si scende in strada e si occupano le piazze. Una resistenza che va ben oltre il momento e l’evento – oltre i segnali lanciati all’opinione pubblicata mediante l’occupazione, il blocco stradale, il saccheggio – e che denuncia una saturazione, un livello di sopportazione raggiunto e superato. Non è solo la Francia: sabato 17 e domenica 18 ottobre, un’improvvisa fiammata ha attraversato anche l’Italia, con un flash mob autoconvocato via social media da un’anodina sigla “Italia in piazza”, che ha raccolto un’adesione sorprendente. Per quanto strano potesse sembrare, il messaggio di convocatoria che recitava più o meno: “Italia in piazza è una manifestazione apartitica, con lo scopo di mettere il focus sulle problematiche che affrontiamo ogni giorno”. E curiosamente aggiungeva un tratto decisamente generazionale: “Non importa che siamo, in cosa ci identifichiamo, quale sia il nostro orientamento sessuale o quale divinità preghiamo”. Decisamente chiari anche gli obiettivi dei fantomatici organizzatori: “Lavoro sicuro, futuro sicuro, basta morti sul lavoro e giovani in fuga”, e ancora: “Basta stipendi da fame incapaci di coprire il costante aumento del costo della vita”. E la piazza ha risposto: si è riempita di gruppi, la cui composizione sociale ha visto prevalentemente giovanissimi e studenti (alcuni dei quali reduci dalle manifestazioni studentesche del giorno prima), ma soprattutto molti ragazzi delle “seconde generazioni”, provenienti dalle periferie metropolitane, che sventolavano bandiere albanesi, palestinesi e italiane. Erano diverse migliaia i giovanissimi in piazza Duomo a Milano, a Torino, a Bologna, che hanno aderito all’iniziativa e si sono scontrati con la polizia. I momenti di maggiore tensione sono stati a Milano, quando il corteo è stato duramente caricato.

La protesta monta in tutta Europa: dall’Albania al Belgio, al Portogallo, alla Spagna. Il costo della vita è diventato insostenibile e, nel nostro Paese, i giovani sono schiacciati dai salari da fame e dall’impossibilità di farsi una vita propria, dalla difficoltà di pagarsi gli studi. Dimostranti arrestati, lacrimogeni, idranti. La pentola bolle, ed è sempre più difficile tenerci sopra il coperchio. Diceva una ragazza intervistata a Torino: “Siamo intelligenti, siamo preparati, perché dobbiamo essere poveri?”. Ma quanto è avvenuto, a Milano, richiama altri momenti analoghi di insurrezione popolare: la memoria va alle giornate del dicembre 2001 a Buenos Aires, la “rivoluzione senza soggetto” di cui parlai in un mio libro (Città in rivolta, 2004). Una sollevazione non preordinata, senza partiti e leader a guidarla. Anche a Buenos Aires il movimento fu spontaneo, sebbene nascesse da una lunga insoddisfazione della cittadinanza, con la conseguente disaffezione alle urne nelle tornate elettorali precedenti la rivolta.

Al di là delle evidenti differenze di epoca e di contesto, anche oggi, come allora in Argentina, ciò che si muove in Europa appare il frutto della incapacità del neoliberismo di generare benessere, anche nel caso in cui i dettami della dottrina vengano eseguiti alla lettera. I riots dei giorni scorsi sono lo svelamento di una gestione economica del continente che sta producendo solo miseria e distruzione di ricchezza sociale. Secondo alcuni organi di stampa nostrani, i colpevoli degli scontri in Italia sarebbero i soliti “maranza”, anche se ora si affacciano alla ribalta addirittura le terze generazioni, mentre, pur se disperatamente cercati, non si intravedono cattivi maestri all’orizzonte. Certo, c’è molta aria di banlieue in quanto avviene, anche per le tecniche di guerriglia utilizzate, che ricordano molto più la periferia francese che non i cortei ingessati e col servizio d’ordine cui siamo abituati. D’altro canto, chi scrive ha per anni sostenuto che, anche nelle nostre periferie, c’era una polveriera che attendeva soltanto di essere accesa. E a essere spiazzato non è solo l’osservatore comune, ma la stessa polizia, non abituata a questo tipo di dimostrazioni e di tattiche. Che poi Meloni se la cavi secondo il consueto copione, buttandola sulla questione della violenza, in modo da fare passare in secondo piano i motivi del sommovimento, non è per nulla nuovo. Il furbo sindaco Sala, che fiuta l’aria che tira e guarda al suo futuro politico, insiste sul fatto che, se non ha abbastanza polizia, i manifestanti gli fanno scappare i miliardari che ha attirato in città. Gli andrebbe ricordato che fu proprio lui – all’indomani dei disordini al Corvetto, seguiti alla morte di Ramy Elgaml – a dichiarare che Milano non ha periferie, ma solo posti dove si sta meglio e posti dove si sta peggio…

Ma non serve ora recriminare e tirare in ballo singole responsabilità politiche e dichiarazioni avventate; è chiaro che siamo di fronte a un fattore imprevisto, che esula dai parametri classici della politica e dalle stesse dinamiche di movimento. C’è un cambio d’epoca: pare che molti nodi stiano venendo al pettine, in tutta Europa e in particolare in Italia, dove le condizioni di vita sono da tempo in costante peggioramento, ed è presente una pluralità di contraddizioni sociali che interagiscono tra loro, creando una massa critica. Forme spontanee di organizzazione e di protesta, quelle cui stiamo assistendo, che quando emergono svelano a modo loro una conflittualità sottostante più estesa, su cui chi è al potere farebbe meglio a riflettere, invece di esorcizzarla e di pensare di risolverla a manganellate o aumentando la popolazione carceraria.

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TagsAgostino Petrillo città Europa giovani guerriglia urbana Milano periferie riots rivolta

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