Niente da fare. A metà mattinata di oggi, lunedì 19 ottobre, dalla prefettura di Genova fumata nera. I siderurgici di Acciaierie d’Italia si preparano a passare anche la notte in aeroporto. Rischia di saltare davvero il banco perché irresponsabilmente i commissari straordinari dell’ex Ilva, venerdì sera – dopo che, con il decreto legge del governo, la convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi per il 27 e il cronoprogramma di ripresa del lavoro per Taranto, Genova e Racconigi si era rasserenato il clima –, hanno spedito le raccomandate via pec, con l’annuncio di raddoppiare il numero dei lavoratori in cassa integrazione.
Vediamo cosa succederà nelle prossime ore. A Taranto, la frattura tra città e sindacati sembra insanabile. “Ci avete tolto tanto, ci riprenderemo tutto”. Erano sorprendentemente migliaia in piazza, sabato sera, contro il “mostro”. Quei tarantini non solo chiedevano lo spegnimento per sempre degli altiforni, dell’area a caldo. Ma ribadivano che non si sarebbero accontentati dei forni elettrici e degli impianti per il “preridotto”, che nei forni elettrici si trasforma in acciaio. È l’acciaieria, con i suoi laminatoi e treni nastri, tubifici e tutto il resto, che deve chiudere per sempre.
Non va bene. Anzi, va malissimo. Si deve prendere atto che, comunque, una parte della città – minoritaria? – la pensa così. E questa Taranto dice di non essere contro i lavoratori, che li vorrebbe impegnati nella bonifica ambientale e in percorsi formativi per nuove opportunità di lavoro. Questa Taranto non ha più neppure sponde istituzionali locali e regionali, dal momento che Comune, Provincia e Regione Puglia sostengono i sindacati e i lavoratori nella piattaforma per “una continuità produttiva, purché sostenibile e compatibile con la salute”.
C’è un punto di non ritorno, di frattura tra sindacati e comunità locale. Il cinismo del governo è evidente. Scarica tutto sulla magistratura e i cittadini. Colpisce la vicinanza dell’arcivescovo di Taranto, monsignor Ciro Miniero, alle ragioni della città: “Abbiamo chiesto salute e siamo stati ignorati. Abbiamo chiesto lavoro e lo stiamo perdendo. Non si può produrre acciaio come nel Novecento. Non ci si può ammalare e morire per l’acciaio. Non si può tenere in ostaggio una comunità”. “È tempo di risarcire Taranto. La città è esausta per le rivendicazioni ignorate. Riconciliamoci con la nostra comunità e ricostruiamola insieme. Chiediamo insieme prospettive di lavoro alternative”.
Siamo davvero all’epilogo di una storia tormentata e contraddittoria? Davvero i cinque giorni di sciopero generale di tutto il gruppo Acciaierie d’Italia (ex Ilva) e degli appalti e indotto hanno cambiato il finale di questa storia? Il solo annuncio che i sindacati torneranno a palazzo Chigi il 27 ottobre, che i commissari straordinari delle Acciaierie d’Italia si sono impegnati a non chiudere gli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, possono far scommettere che il malato non è più terminale?
Brutte notizie hanno incupito gli umori dei sindacati e dei lavoratori, venerdì sera, con l’annuncio dell’azienda del raddoppio della cassa integrazione fino alla fine di febbraio prossimo. Se, fino a oggi, i “sospesi” dalla fabbrica erano 4.450 adesso sono diventati 8.622. Cioè quasi il 90% di tutti i dipendenti dell’ex Ilva. Vanno fuori produzione 870 lavoratori su 917 a Genova, 6.964 su 7.875 a Taranto. A Novi Ligure 515 su 542. A Milano 117 su 125.
Non solo è acqua sul fuoco della speranza, per una parte dei sindacati (non tutti) è una provocazione, dal momento che, domani, al ministero del Lavoro, i sindacati avrebbero dovuto discutere delle misure straordinarie che dovranno essere adottate, e il 27 dovrebbe riprendere il tavolo negoziale a palazzo Chigi. Che fretta c’era di avviare venerdì sera le procedure della nuova cassa integrazione?
Tra l’altro, proprio domani, si riuniranno le Sezioni unite della Cassazione per decidere se, effettivamente, va sospesa immediatamente la produzione dell’area a caldo, o se torna alla Corte d’appello di Milano il decreto per essere riformato, con il via libera al ripristino dell’altoforno Afo2, l’unico dei tre in funzione. Ricapitoliamo quello che è successo nell’ultima settimana. Da lunedì a venerdì, sciopero generale e blocchi stradali a Taranto e negli altri stabilimenti del gruppo; martedì, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto che stabilisce “il mantenimento in riscaldo degli impianti dell’area a caldo fino alla pubblicazione delle motivazioni della pronuncia delle Sezioni unite della Cassazione”. Insomma, governo e sindacati si aspettano una decisione della Cassazione che riapra i giochi sull’area a caldo. Avviando contemporaneamente la transizione green con i forni elettrici e gli impianti di “preridotto”.
Sempre mercoledì scorso, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia hanno comunicato che Taranto e Genova, e anche Novi Ligure, non chiuderanno. A Taranto i commissari hanno avviato con alcune principali imprese siderurgiche accordi per “laminazioni conto terzi”. Siamo già a ordini per 365.000 tonnellate di bramme (i “materassi” di acciaio che finiscono sotto i rulli dei treni nastri, dei laminatoi) da lavorare. I commissari hanno spiegato che è stato richiamato il personale degli impianti marittimi e della manutenzione, e richiamato dalla cassa integrazione speciale il personale degli esercizi e manutenzione del treno nastri 2, a partire dai primi di novembre. Le 350.000 tonnellate di acciaio saranno lavorate dal 10 novembre al 14 dicembre, e la messa in sicurezza degli impianti avverrà entro il 19 dicembre. Una seconda fase di lavorazione delle bramme dovrebbe completarsi dal 7 al 30 gennaio del 2027.
Navighiamo a vista. In tutto, sono ipotizzate circa otto settimane di lavoro che coinvolgeranno poche centinaia di unità lavorative, in attesa di nuovi accordi di “laminazione per conto terzi”. Per Genova, le linee di zincato, del “decappaggio”, cioè della pulitura chimica dei metalli e della banda stagnata, andranno a esaurimento a fine novembre. Come per Taranto, parallelamente sono in corso trattative per accordi commerciali “anche di laminazione conto terzi”. Entro una decina di giorni, i commissari straordinari contano di chiudere accordi di fornitura per 35.000 tonnellate mensili di “coils” (i grandi rotoloni di acciaio prodotti dai treni nastri). Il personale necessario sarà richiamato in produzione dall’11 gennaio prossimo. Sottolineano i commissari che si tratta, dunque, “di una sospensione tecnica solo di alcune settimane”. Per il momento, buio pesto per Novi Ligure, ma i commissari sperano di trovare qualche soluzione entro il primo trimestre del 2027.
Naturalmente – sostengono i sindacati (non tutti) – la decisione di giovedì sera di annunciare complessivamente 8.622 cassaintegrati contraddice lo spirito della condivisione del percorso a tappe delineato dai commissari. Insomma, siamo a un colpo di coda del governo, dei commissari, siamo a una provocazione. I sindacati insistono sul riannodare la trama della loro proposta: “Serve un forte intervento pubblico che governi il processo di decarbonizzazione e la riconversione industriale garantendo tutti i lavoratori del gruppo”. “La transizione non può essere un alibi per ridurre l’occupazione, né un nuovo capitolo di sacrifici per il territorio. Taranto non può più accettare di dover scegliere tra occupazione e diritto alla salute”.
Troppe incognite e variabili rendono un percorso a ostacoli l’epilogo della vertenza ex Ilva. A partire dalla decisione della Cassazione fino alla chiusura della gara per la cessione di Acciaierie d’Italia. E i finanziamenti per la “transizione ecologica”, e le risorse necessarie da stanziare per poter far ripartire gli ordini di acquisto del carbone e dei minerali necessari per riprendere la produzione di acciaio nell’unico altoforno in funzione? E poi sarebbe un errore madornale se governo, sindacati e lavoratori non ascoltassero la piazza, quella Taranto, per dirla con le parole del vescovo della città, “esausta per le rivendicazioni ignorate”.
Post-scriptum (ore 18,40) – “Contrordine camerati”. Il ministro del disastro industriale, Adolfo Urso, dall’assemblea dell’Unione industriali di Torino, in mattinata, confermava che “se gli stabilimenti ex Ilva sono fermi la cassa integrazione è necessaria. Non vedo cos’altro si possa fare”. Ma nel pomeriggio la ministra del Lavoro, Calderone, ha annunciato il “congelamento” della nuova cassa integrazione fino a dopo il 27 ottobre, data in cui il governo incontrerà le parti sociali a palazzo Chigi. Dunque, gli operai dell’ex Ilva di Genova hanno lasciato l’aeroporto occupato.







