Riprendo, con queste righe, il filo della riflessione che Rino Genovese ha dedicato alla rivolta dei liceali francesi (vedi qui), provando a spingerla un po’ più in là. Quei ragazzi, infatti, non parlano soltanto delle loro scuole. Parlano di un continente in cui, da Parigi a Madrid, la gente torna a riempire le strade per ciò che dovrebbe essere scontato. Altrove, però. Da noi, silenzio.
In Francia, a scendere in strada, è stata un’intera generazione. In una sola giornata più di mille istituti si sono bloccati; i fermi hanno superato quota cinquemila, e quasi tutti riguardavano minorenni. Un ragazzino di quattordici anni ha avuto la mandibola spezzata da un colpo di lanciagranate, a Tours uno studente è stato colpito a un occhio, a Lens un altro ha perso una mano. A Nantes il fuoco si è mangiato un’ala del liceo Nelson Mandela. E subito il racconto si è diviso tra due trincee: chi mostrava soltanto bidoni in fiamme e chi soltanto manganelli pronti a colpire. Il governo, con le presidenziali alle porte, ha indicato all’istante i mandanti: quelli della France insoumise.
Basta però prestare orecchio a quei ragazzi perché la tesi del complotto si sgonfi da sola. Nessuno di loro sogna di rovesciare il mondo, come nel Sessantotto. Vogliono impianti di climatizzazione, servizi igienici degni di questo nome, aule non sovraffollate, professori in numero sufficiente. Richieste quasi modeste. Ed è proprio questo a inquietare: se per avere l’indispensabile bisogna arrivare allo scontro, vuol dire che qualcosa, molto prima, si è inceppato.
La miccia si è accesa nelle banlieues. Sulla carta i licei di periferia hanno le stesse risorse di quelli del centro; di fatto, sono tirati su con pochi soldi e invecchiano a vista d’occhio. Lì finiscono i docenti alle prime armi, perché chi ha accumulato punteggio chiede, appena può, il trasferimento verso il centro. Quando anche gli studenti dei licei “eleganti” si sono uniti alla mobilitazione, lo hanno fatto per solidarietà e per una presa di coscienza dolorosa: il motto inciso sui frontoni della Repubblica vale a intermittenza. Nascere nero in periferia significa partire con un futuro più leggero di quello di un coetaneo bianco cresciuto a Parigi.
Poi, da lì, il bersaglio si è allargato fino a investire il macronismo e la sua meritocrazia diventata spietata, capace di sollevare pochi, sempre gli stessi, e di lasciare indietro tutti gli altri. Il suo emblema è Parcoursup, l’algoritmo di Stato che stabilisce, a diciassette anni, chi potrà ambire ai percorsi migliori e chi dovrà accontentarsi. E c’è l’inganno di fondo: uno Stato che ha alleggerito il fisco dei più ricchi, ha lasciato deperire scuole e ospedali, e nel frattempo ha continuato a presentarsi come un genitore amorevole. La formula macroniana dell’en même temps si è rivelata un gioco di prestigio: non si può servire contemporaneamente i cittadini e i mercati. Così, dietro le barricate, c’è una generazione impaurita, stretta tra competizione globale, clima che si guasta e macchine pronte a rubarle il lavoro. Non pretende la luna: pretende verità.
Oltre i Pirenei, la parola che accende le piazze è un’altra: casa. Il “popolo delle chiavi” ha piantato le tende a Puerta del Sol contro affitti raddoppiati, a volte triplicati, da fondi e proprietari che conoscono un solo comandamento, il rendimento. La sua icona è Maricarmen, ottantasette anni, sfrattata e portata via in ambulanza dalla casa in cui aveva trascorso l’intera esistenza. In questi giorni è venuta a mancare. Intanto, nei palazzi, gli indipendentisti di Junts, indispensabili alla maggioranza di Sánchez, hanno affossato il decreto sulla casa, insieme alla destra, probabilmente per alzare il prezzo. Così Ada Colau, che è stata sindaca di Barcellona, torna a manifestare là dove la sua storia politica era cominciata.
E da noi? Dove finisce la collera che riversiamo ogni giorno nei commenti sui social? Eppure, c’è stato un tempo in cui, mentre la Spagna soffocava sotto Franco, era l’Italia la scuola di democrazia a cui guardavano gli oppositori del regime. Che fine abbiamo fatto? Forse abbiamo smarrito la memoria? Lo suggerisce La bola negra, il film dei “Los Javis”: quando una generazione dimentica da dove viene, basta una palla nera, un voto senza nome, a segnare il destino di tutti.
Gli spagnoli hanno gli indignati; noi inseguiamo da trent’anni il miraggio di un centro che rimpiazzi la vecchia Dc. Qualcuno, certo, alza la voce: contro gli immobili pubblici ceduti ai fondi e ripresi in affitto dallo Stato, a canoni due o tre volte superiori al ricavato. Ma è una minoranza. Gli altri si limitano a cambiare canale, e intanto arricchiscono influencer che si spacciano per giornalisti d’inchiesta. Chi si spende davvero per il bene comune, di solito, ci rimette. Seguite il denaro, e capirete. Quando il paladino mediatico fa fortuna e Maricarmen resta senza un tetto, il meccanismo si è guastato. Spagnoli e francesi hanno avuto il coraggio di reclamare l’essenziale ad alta voce; così facendo, ci hanno messo davanti al nostro fallimento. Noi, nel frattempo, scivoliamo verso il baratro con il telecomando stretto in mano.











