L’Afghanistan, governato col pugno di ferro dal regime fondamentalista dei talebani, sta ottenendo, a cinque anni dalla scomposta e precipitosa fuga delle truppe occidentali e dalla riconquista del potere, un graduale allentamento dell’ostracismo internazionale. Già da tempo, sfruttando le rivalità geopolitiche tra le diverse potenze regionali e globali, Kabul ha ottenuto prima il riconoscimento formale da parte della Russia, e poi l’avvio con la Cina di importanti relazioni economiche e commerciali. Nel Paese operano varie imprese turche e pakistane, e anche il Qatar e l’India hanno aperto dei canali diplomatici con l’Afghanistan, che però deve fronteggiare un conflitto armato con il Pakistan (vedi qui), che, da strategico sponsor del movimento fondamentalista, si è trasformato in un acerrimo nemico dei talebani, accusati di sostenere alcuni movimenti ribelli in lotta contro il governo di Islamabad.
Ora gli “studenti coranici” stanno tentando di allacciare rapporti con l’amministrazione statunitense, sfruttando la bramosia di Washington nel mettere le mani sulle risorse naturali in tutto il globo per strapparle ai competitori e sostenere la propria economia. Da questo punto di vista, l’Afghanistan ha molto da offrire, possedendo riserve minerarie globali stimate per un valore di circa mille miliardi di dollari. Nel sottosuolo del Paese, si trovano ricchi giacimenti di rame, litio, cobalto, oro, ferro, carbone e pietre preziose, oltre a importanti quantità di quelle terre rare, sempre più ambite.
Si tratta di una ricchezza potenziale in gran parte non sfruttata, a causa prima della lunga guerra, poi dell’isolamento internazionale, politico ma anche economico, e dell’incapacità della nuova classe dirigente di guidare un piano di modernizzazione e di sviluppo economico del martoriato Paese. In un’intervista pubblicata, alla fine di agosto, dal quotidiano economico “Financial Times”, il ministro degli Esteri di Kabul, Amir Khan Muttaqi, ha fatto presente che l’Afghanistan è aperto agli investimenti esteri e in particolare a quelli statunitensi non solo nel settore minerario, ma anche nell’agricoltura e nelle infrastrutture. Sebbene, nell’intervista, Muttaqi non lo specifichi, in cambio Kabul chiede l’alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco dei beni del Paese sequestrati all’estero, in particolare di 9,5 miliardi di dollari di riserve della Banca centrale di Kabul, di cui ben sette trattenuti dalle istituzioni finanziarie di Washington.
Il governo di Kabul ha una necessità urgente di riempire le proprie casse, visto che il Paese è in una condizione di estrema povertà, con milioni di abitanti che sono fuggiti nei Paesi limitrofi o emigrati in Occidente, per sfuggire alla repressione e alla cappa oscurantista, ma anche alla gravissima crisi economica. Si calcola che, attualmente, circa quattordici milioni di persone, un terzo della popolazione, non possa contare su risorse sufficienti e soffra di malnutrizione acuta. Nell’intervista, Muttaqi ha dichiarato che “i rapporti tra l’Afghanistan e gli Stati Uniti non dovrebbero essere valutati sulla base degli ultimi vent’anni di guerra, ma piuttosto sulla base della cooperazione futura. La nostra politica economica è aperta”. Qualche settimana fa, il ministro talebano aveva già spiegato al “New York Times” che il capitolo della guerra con gli Stati Uniti è da considerarsi chiuso, e che si aspetta “relazioni basate sul rispetto reciproco e un nuovo capitolo di impegno positivo”. Insomma, i talebani corteggiano esplicitamente Washington, che vede con sospetto i massicci investimenti – da parte soprattutto della Cina, ma anche dell’Iran, per un totale di circa sette miliardi – nell’estrazione dell’oro, delle pietre preziose e di altri minerali presenti nei giacimenti afghani.
A fare il primo passo, sono state alcune imprese a stelle e strisce, che hanno deciso di investire nei settori minerario, infrastrutturale e agricolo. Per ora, però, la Casa Bianca non si è pronunciata, mentre il Dipartimento di Stato ha fatto presente che gli investimenti statunitensi potrebbero rafforzare un regime repressivo e illiberale. Anche le Nazioni Unite hanno invitato la comunità internazionale a non normalizzare i rapporti con il regime afghano finché non comincerà a rispettare i più elementari diritti umani. Ma che l’attenzione di Donald Trump sia appuntata sull’Afghanistan non è un segreto, almeno da quando il presidente degli Stati Uniti ha espresso la volontà di tornare a controllare la base aerea di Bagram, strategica per il controllo di vaste porzioni del continente asiatico. Ovviamente, il regime talebano si è detto contrario, ma l’avvio di massicci investimenti economici statunitensi, con annesso allentamento delle sanzioni e sblocco delle riserve afghane, potrebbe convincere gli “studenti coranici” ad avviare quantomeno una trattativa sul rientro in Afghanistan di un limitato contingente militare a stelle e strisce. Se le imprese minerarie statunitensi decidessero di investire massicciamente in Afghanistan, inoltre, l’amministrazione Trump diventerebbe più sensibile alla necessità di promuovere la necessaria stabilizzazione del Paese, diminuendo quindi il sostegno ad alcuni gruppi armati che, in alcune regioni, contestano l’autorità del governo centrale, e che producono un clima di instabilità finora utilizzato da Washington per boicottare gli investimenti cinesi e russi.
L’ostacolo che preoccupa di più gli investitori, infatti, non è rappresentato certo dalla mancanza di democrazia, dalla repressione delle minoranze politiche, sessuali o religiose, o dalla sistematica violazione dei diritti delle donne, ma dall’esistenza di vari focolai di instabilità che rendono attualmente rischioso impegnarsi nello sfruttamento dei giacimenti afghani. E questa instabilità non è determinata soltanto dall’esistenza di ribellioni armate locali – o dagli attacchi condotti dalla branca locale dello Stato islamico, ancora più estremista degli “studenti coranici” –, ma anche dalla rivalità tra comandanti talebani e gruppi tribali nello sfruttamento delle risorse del Paese. Nel gennaio scorso, per esempio, violenti scontri tra residenti e operatori di un’impresa che estrae oro, nel distretto di Chah Ab, nella provincia di Takhar, hanno provocato la morte di quattro persone obbligando le autorità a sospendere l’attività.
Nonostante la conquista del potere a livello centrale, con Kandahar che ormai rappresenta il centro politico e ideologico da cui si irradia l’autorità della Guida suprema, Hibatullah Akhundzada, i talebani non riescono a controllare efficacemente tutto il territorio nazionale – e soprattutto le regioni più remote, come il Badakhshtan, il Logar e altre, dove si concentrano le ricchezze minerarie. In questi territori, i clan tribali e gruppi talebani locali sfruttano in solitario alcuni dei giacimenti, e stanno opponendo non poca resistenza alla centralizzazione del controllo delle attività economiche promossa dalle autorità di Kandahar.
Il controllo delle miniere rappresenta una preziosa fonte di introiti economici, consente la crescita dell’influenza politica dei diversi clan, e sorregge il controllo del territorio e delle comunità locali. Anche il ministro degli Interni di Kabul, Sirajuddin Haqqani, ha sviluppato una rete nel Paese che persegue i suoi obiettivi politici ed economici, e che controlla l’estrazione, il trasporto e l’esportazione di alcuni prodotti minerari: quindi non sono pochi i potenziali investitori che si domandano quanto valga effettivamente l’invito rivolto loro dal ministro Muttaqi a investire i propri capitali nel Paese asiatico. Nel giugno scorso, il governo centrale ha schierato circa mille militari nel Badakhshan – una provincia montuosa nord-orientale, confinante con Tagikistan, Cina e Pakistan, che ospita ingenti giacimenti di oro e pietre preziose – proprio per recuperare il controllo della zona e indebolire i comandanti locali. Ma la mossa, accompagnata dalla sostituzione o dall’arresto di alcuni funzionari locali, avrebbe sortito effetti relativi.
A frenare i potenziali investitori, inoltre, è la cronica mancanza di vie di comunicazione e di infrastrutture, anche di base, che renderebbe molto dispendioso e difficoltoso lo sfruttamento delle risorse, obbligando le multinazionali a promuovere lo sviluppo delle strade, delle reti elettriche e degli impianti di lavorazione e raffinazione, indispensabili per condurre la propria attività economica. I talebani stanno tentando di trasformare le ricchezze minerarie dell’Afghanistan in una leva per lo sviluppo di una redditizia diplomazia commerciale, ma la strada sembra ancora lunga. Certo, però, la prospettiva di uno sfruttamento intensivo del sottosuolo afghano a condizioni di favore rappresenta un boccone molto interessante per il capitale americano e per la stessa Casa Bianca.










