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Remigrazione nel Paese che fu dell’apartheid

In Sudafrica si susseguono le manifestazioni xenofobe. Il governo ha messo in atto una politica di espulsioni nei confronti degli immigrati

13 Luglio 2026 Luciano Ardesi  969

La xenofobia non si ferma in Sudafrica, nel Paese che in astratto avrebbe sconfitto l’apartheid, ma che continua ad alimentarlo con una politica inadeguata e corrotta. Non sembri un paradosso, perché le cause sono profonde e le risposte sono state finora insufficienti. Le manifestazioni anti-immigrati sono ripartite da metà marzo in tutto il Paese, in particolare attorno alle grandi città. Chiedono l’espulsione di quelli in situazione irregolare. Secondo i dati dell’ultimo censimento (2022) gli immigrati sarebbero più di tre milioni, pari al 5,1% dei 62 milioni di abitanti. Negli ultimi anni, tuttavia, la loro presenza viene percepita come di molto superiore, dando vita a episodi di rigetto talvolta violenti. La maggior parte degli immigrati viene dall’Africa australe, cioè dai Paesi vicini.

Il fatto nuovo è il vigore di queste manifestazioni organizzate dal movimento March and March, fondato due anni fa da una giovane attivista, ex conduttrice radiofonica, Jacinta Ngobese-Zuma, a partire dalle regioni del Kwa-Zulu e del Natal, ed esteso progressivamente al resto del Paese. Il movimento ha cominciato col contestare l’accesso dei migranti e delle loro famiglie a ospedali e scuole, a rivendicare un più stretto controllo delle frontiere, ad accusare gli stranieri di rubare il lavoro ai sudafricani. Un classico della cultura xenofoba, che ha trovato sempre più spazio. Le manifestazioni degli ultimi mesi hanno instaurato un clima di paura, tanto da indurre gli stranieri a chiedere ai governi dei Paesi di origine non confinanti col Sudafrica (Nigeria, Ghana) di essere rimpatriati, per non subire violenze sempre più frequenti.

A fine giugno, migliaia di migranti sono state quindi rimpatriate, altri 35.000 risultano espulsi, forzatamente o meno, attraverso la frontiera di Beitbridge, sul fiume Limpopo, al confine con lo Zimbabwe. Il governo di Harare, da parte sua, dichiara di aver aiutato 21.300 connazionali a rientrare in patria, mentre 56.800 vi sarebbero ritornati con mezzi propri; in totale, fino all’inizio di luglio, 78.000 zimbabwesi hanno dovuto lasciare il Sudafrica. La situazione ha creato forti tensioni sul piano diplomatico, erodendo il prestigio della leadership sudafricana nel continente, con una politica opposta alla solidarietà panafricana prospettata da Nelson Mandela. Il Ghana ha annullato la visita del presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, che doveva svolgersi all’inizio di agosto, per il timore di disordini.

Sull’onda del successo, March and March ha indetto una mobilitazione nazionale, il 30 giugno, posta come data limite agli immigrati irregolari per lasciare il Paese. Nel tentativo di abbassare la tensione, il governo di Pretoria ha moltiplicato le dichiarazioni rassicuranti su provvedimenti di controllo e di espulsione, sulla creazione di centri di rimpatrio provvisori, e ha diffuso i dati sugli arresti di immigrati irregolari: quarantamila, dall’inizio dell’anno, fino a metà giugno, in attesa di una riforma delle norme sull’immigrazione e sull’asilo politico. Ciò non è bastato a disinnescare la violenza, anche se le manifestazioni del 30 giugno si sono svolte in tutto il Paese con un numero relativamente limitato di incidenti (assalti ai negozi tenuti da stranieri, tentativi di espellere gli immigrati dalle loro abitazioni), e senza vittime come temuto dal governo, che aveva dispiegato un importante apparato di sicurezza.

La protesta però non smobilita. March and March, il 9 luglio, ha rilanciato un’iniziativa settimanale con manifestazioni da tenersi ogni giovedì nei diversi centri del Paese. Intanto, intimidazioni e aggressioni proseguono quotidianamente. Medici senza frontiere Sudafrica ha lanciato l’allerta per il traumatismo e lo stato di terrore che gli immigrati vivono nell’attesa della loro espulsione. Le condizioni peggiori sono naturalmente quelle delle donne in gravidanza e dei bambini senza cure adeguate. In questo momento, nell’Africa australe è inverno, e le condizioni climatiche sono difficili per chi è costretto a vivere nei centri di raggruppamento o a tentare la fuga. Di fatto, una statistica affidabile delle espulsioni, in questa situazione, è impossibile da tenere, ma l’esodo è ininterrotto.

Le proteste si avvalgono dell’appoggio di movimenti e partiti di opposizione. Il più attivo si è mostrato il “uMkhonto weSizwe” (ovvero “Lancia della nazione”), di Jacob Zuma, ex presidente costretto a dimettersi nel 2018, dopo una gestione controversa degli affari pubblici, e finito cinque anni fa in prigione, per un breve periodo, dopo la condanna della Corte costituzionale. La crisi dell’African National Congress (Anc), lo storico movimento di Mandela, ininterrottamente al potere dalla fine dell’apartheid con le prime elezioni libere (1994), si è manifestata in maniera sempre più acuta ed è sfociata nella perdita della maggioranza assoluta nelle ultime elezioni legislative del maggio 2024 (vedi qui). In previsione delle elezioni comunali del 4 novembre prossimo, i partiti di opposizione cercano di sfruttare questa ondata populista per dare un’ulteriore spallata all’Anc. La sfida elettorale si presenta difficile per il partito di maggioranza relativa, poiché le municipalità locali hanno la responsabilità della gestione dei servizi pubblici essenziali (come acqua, elettricità, rifiuti) e il governo ha dovuto far fronte a ripetute crisi per la cattiva gestione delle reti elettriche e di distribuzione dell’acqua (vedi qui).

Il problema di fondo è che, paradossalmente, il Paese dell’apartheid di fatto non è uscito da quella condizione. Il Sudafrica detiene ancora uno dei più alti indici di disuguaglianze al mondo (il 10% più ricco della popolazione ha l’86% della ricchezza) e, secondo l’ultimo World Inequality Report, la situazione non è affatto migliorata negli ultimi dieci anni. C’è dunque una responsabilità del governo nel non avere saputo migliorare la condizione della popolazione, soprattutto se si pensa alle enormi ricchezze del Sudafrica. Anche se proprio quest’anno ha perso, a favore del Marocco, lo scettro di Paese più industrializzato dell’Africa, le sue potenzialità economiche sono enormi. La disoccupazione rimane invece altissima, 32,7% secondo l’Istituto di statistica sudafricano, e quella giovanile è quasi il doppio, raggiungendo il 60,9%. Si comprende facilmente come il disagio economico e sociale – unitamente alla corruzione di cui la classe politica ha dato prova nel corso degli anni – possa alimentare la rabbia e la violenza degli “ultimi” nei confronti di chi è più svantaggiato di loro.

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Tagsapartheid immigrazione Luciano Ardesi March and March remigrazione Sudafrica xenofobia

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