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Elezioni

30 Giugno 2026 Rino Genovese  728

Diciamoci le cose come stanno: se il “destra-centro”, spostandosi ancora più a destra, dovesse arrivare a un accordo con il gruppo di Vannacci alle prossime elezioni, non ci sarebbe quasi più partita per il “campo largo”. Se anche, infatti, il cartello delle destre dovesse perdere alcuni voti in direzione di Calenda e dei suoi (sempre che questo piccolo nucleo centrista si presenti separato dal centrosinistra), quelli che ne guadagnerebbe dai fascisti-fascisti sarebbero comunque di più. E neppure ci sarebbe da sperare che qualcuno degli elettori meloniani, deluso da come sono andate le cose, finisca con il rifugiarsi nell’astensione, perché, a quel punto, proprio la presenza di Vannacci funzionerebbe da elemento compattatore. Ci sarebbe da chiedersi come si sia arrivati a questa situazione: ma, da una parte, siamo ancora sotto l’effetto dell’onda nera internazionale, come dimostrato di recente dall’America latina alla Gran Bretagna; e, dall’altra, è proprio un pezzo della storia del Paese che, anzitutto con la Democrazia cristiana, permise la ricostituzione di un partito fascista come il Movimento sociale italiano – dichiaratamente richiamantesi a Salò, com’era facile vedere già dal nome –, in nome di un centrismo costruito in chiave anticomunista e attorno alla teoria degli “opposti estremismi”, e in seguito, nella crisi successiva alla fine della guerra fredda, sdoganò definitivamente quella formazione con il berlusconismo politico e di governo degli anni Novanta. Insomma: fascisti, neofascisti e postfascisti sono da più di cento anni con noi, e ci tocca tenerceli.

Il punto sarebbe di ricacciarli almeno all’opposizione. Per questo il “campo largo” è al momento l’unico strumento disponibile. Ma è possibile seguitare in una situazione di confronto al suo interno non sul programma da costruire insieme, ma sulla questione della leadership e su quell’altra della presenza di un personaggio poco affidabile come Renzi? Non si resta così nel cerchio della più pura autoreferenzialità? Che fare, allora, per uscire dall’impasse, tenendo conto che, se l’insieme delle destre trova un accordo sulla nuova legge elettorale, il prossimo passaggio alle urne potrebbe esserci addirittura già in autunno (vedi qui)?

Stringere i tempi è diventato impellente. Bene hanno fatto Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni a lanciare due appuntamenti collettivi in luglio – ma non è sufficiente. Si deve dire chiaramente all’elettorato che cosa si vuole, a partire dalla politica fiscale. Come abbiamo già avuto modo di dire e di ripetere, è il punto dirimente. Se infatti si vuole rilanciare il welfare, il tema delle risorse, insieme con quello della progressività della tassazione, diventa centrale. Questo sarebbe anche un modo per cercare di coinvolgere un po’ di quella larghissima parte di cittadini e cittadine che abitualmente non vota o ha smesso di votare. Se le destre insisteranno sulla paura – la sicurezza, gli immigrati ecc. – per lasciare le cose come stanno, cioè la miseria civile di sempre, quella che essi non hanno fatto altro che accompagnare in questi ultimi anni di governo (peraltro – bisogna dirlo – in continuità con il precedente governo Draghi), il “campo largo” deve basarsi sull’attivazione della speranza: non più persone che s’impoveriscono, da un lato, e, dall’altro, un gruppo neanche tanto piccolo di proprietari, speculatori e redditieri che ingrassano.

Lo sappiamo, è un messaggio elementare, in fondo al limite del “populismo di sinistra”. Ma iniziare a lanciarlo, costruendo un credibile programma comune, sarebbe la priorità. Non ci sarà quasi partita – abbiamo detto – se Vannacci dovesse entrare nel cartello delle destre, e alla fine ci sono più probabilità che entri di quante non ne resti fuori. Il solo Salvini potrebbe essere interessato finanche a perdere le elezioni pur di non vedersi mangiato, più di quanto non sia già oggi nei sondaggi, il proprio bagaglio di voti dalla presenza dell’ex generale nel “destra-centro”. È una logica politico-elettorale stranota: se ti tengo fuori trattandoti da reprobo, ci sono più chance, se si tiene conto del cosiddetto voto utile, che tu abbia un risultato non troppo significativo.

Ma ciò non interessa più di tanto il “campo largo”, che deve giocarsi tutto nel rapporto con gli elettori. L’unica possibilità, senza considerare le eventuali provvidenziali divisioni nello schieramento avversario, è quella di raccogliere il maggior numero di potenziali elettori attorno a un programma condiviso, preparato per tempo. Al fine di raggiungere quest’obiettivo, Schlein potrebbe mettere da parte la rivendicazione della leadership, peraltro giustissima, essendo lei la segretaria del maggiore partito, e con un accordo di vertice cedere il posto a Conte. Ci pare che una soluzione del genere, per quanto nient’affatto ottimale, sia comunque meno rischiosa, per il “campo largo”, di una battaglia intestina mediante delle primarie di coalizione. Che vedrebbero per giunta in lizza anche la componente centrista (non si sa al momento con quale candidato o candidata), cosa che aggiungerebbe confusione a confusione.

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Tagscampo largo destra-centro Elly Schlein fascismo Giuseppe Conte Rino Genovese

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