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Home » Editoriale » Referendum, le maglie si stringono

Referendum, le maglie si stringono

6 Marzo 2026 Luca Baiada  1921

Mancano due settimane alla consultazione referendaria e la maggioranza governativa disegna un nuovo tavolo: la legge elettorale. C’è chi considera l’iniziativa come segno di paura. Non è da escludere, ma può darsi che ci sia altro. Anche voglia di tenersi aperte più strade, comunque, nel cammino verso l’alterazione dell’equilibrio dei poteri. Se vince il “sì”, niente di meglio che una nuova legislatura di destra, frutto di una legge elettorale su misura, e a quel punto con la magistratura frammentata e indebolita. Se vince il “no”, la legge elettorale è la carta di riserva per il controllo sia del legislativo sia dell’esecutivo (e quindi anche per la successiva prevaricazione del giudiziario). Il minimo che si può dire è che i moniti di Mattarella, andato apposta a presiedere il Csm dopo undici anni, per dare un segno forte e far sentire parole inequivocabili, parlano ai sordi.

Il figlio di Licio Gelli, intervistato dal “Fatto quotidiano” – una mossa fatta non senza qualche malizia –, ha dichiarato che l’impronta della modifica costituzionale risale a suo padre. La cosa ha fatto chiasso, come se fosse chissà quale rivelazione. Eppure, la conformità di certi aspetti della riforma al Piano di rinascita democratica della P2 è stata denunciata da tempo. Recentemente, anche da Gherardo Colombo, intervistato da “Articolo 21” (vedi qui). Il ministro Nordio ha creduto di uscirne, tempo fa, dichiarandosi poco informato sui progetti di quel sodalizio. Cioè, il ministro della Giustizia sembra distratto su un passaggio ineludibile della storia italiana del secondo Novecento: la loggia P2, la scoperta degli elenchi (o di una parte), il lavoro di una commissione parlamentare, innumerevoli interventi e dibattiti. Se valesse la pena seguire un filo sicuro, in tutto questo, ci sarebbe da perdersi. Qui è meglio provare a ricapitolare questa riforma disastrosa, e a mettere una scala di priorità fra alcune cose.

La novità più inascoltabile è il sorteggio dei magistrati per la componente togata dei due consigli, quello dei giudicanti e quello dei requirenti. Sorteggio tossico, perché mentre i magistrati sono individuati coi dadi fra tutti quelli dell’una oppure dell’altra funzione, invece per i laici il sorteggio pesca in un elenco di provenienza politica: l’elenco potrebbe anche essere poco più ampio del numero dei giuristi da destinare al consiglio, e comunque garantirebbe una selezione preventiva. Quella dei laici, insomma, è una nomina, altro che sorteggio: i dadi sono truccati. In ogni caso, il timbro simbolico e politico sottinteso nel sorteggio dei magistrati è un senso di intercambiabilità, di livellamento.

Direttamente, dall’immediato dopoguerra italiano, dal tempo delle corriere coi bagagli sul tetto e del “quando c’era Lui, caro Lei…”, ecco che grazie al sorteggio l’Uomo qualunque ha figliato il Magistrato qualunque: una toga senza volto, senza politica cioè senza idee, una macchina, un burattino caricato a molla. Queste implicazioni – che hanno visto anche qualche cedimento di una minoranza di magistrati – “terzogiornale” le ha presenti da anni, insieme alla tara del fatalismo (vedi qui).

La divisione del Csm in due organi consiliari ha molti inconvenienti. I due consigli mettono sullo stesso piano i giudicanti e i requirenti, benché ci sia sproporzione numerica; i requirenti, non bilanciati dai giudicanti, finiscono per acquistare troppo potere; la divisione in due organi rende complicato affrontare casi specifici che riguardano procure e uffici giudicanti nella stessa sede; persino il presidente della Repubblica può essere messo in imbarazzo, per via di questa duplicazione.

Ma vale la pena insistere su questo? È impossibile evitare il sospetto che gli inconvenienti siano ben noti, a chi ha voluto questa riforma, e che siano stati messi in conto. Potrebbero essere stati persino il terreno di una tendenza consapevole, per lasciare nell’assetto dei poteri alcune disfunzioni eventuali: disfunzioni tali da costringere a rimettere le mani nella Costituzione, dopo, appena possibile, con altri accentramenti e condizionamenti. Tornerebbe comodo farlo dopo le elezioni svolte con una legge elettorale sistemata ad arte, così da ottenere l’approvazione coi due terzi ed evitare il referendum. Insomma, forse per i “pieni poteri” conviene fare il pieno un po’ alla volta, facendo rabbocchi, travasi, macchie.

Un discorso a parte, per l’Alta corte dei provvedimenti disciplinari. È stato notato che l’impossibilità di impugnare i suoi provvedimenti in Cassazione finisce per appiattire la responsabilità disciplinare dei magistrati sulla responsabilità penale dei militari. Ma attenzione: solo in tempo di guerra. In tempo di pace, nel processo militare, il ricorso in Cassazione si può fare. Bella verità, voce dal sen fuggita: se si è contro i magistrati, appunto, quando è guerra è guerra.

Ma qui interrompiamo questa breve carrellata di difetti o artefatti, perché è più importante sottolineare che non si tratta, come si fa credere, di una questione di ingegneria costituzionale, di un’oscura riforma “tecnica”. Il quesito è fortemente politico, scotta e propone un modello elitario, che deve accompagnare l’impoverimento di molti per l’arricchimento di pochi. Si vuole, dentro un percorso che comprende la modifica della legge elettorale e l’attacco al Quirinale, giungere per un verso o per un altro al traguardo di un controllo autoritario sulla società. C’è una rivincita del Papeete, in questa riforma. E, a proposito di Quirinale, si può immaginare che, se la destra cogliesse la vittoria del “sì” e realizzasse anche la nuova normativa sulle elezioni, la prossima legislatura invocherebbe la fine anticipata della presidenza Mattarella, per prendere tutto a mani basse. Insomma, il mito delle regole formali è un diversivo, un altro volto del qualunquismo. Nasconde un modello sociale fatto di disuguaglianze, disimpegnato e rassegnato.

Al grigiore senza volto e senza idee rispondiamo con un convinto “no”, per respingere questa manomissione della Costituzione.

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Tagslegge elettorale Luca Baiada referendum giustizia sorteggio

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