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Home » Articoli » Ex Ilva, bandiera bianca del governo

Ex Ilva, bandiera bianca del governo

La responsabilità dell’impasse viene scaricata, come al solito, sulla magistratura

6 Marzo 2026 Guido Ruotolo  1311

Sono disperati a palazzo Chigi. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, non riesce a trovare una soluzione alla crisi del gruppo Acciaierie d’Italia. Aveva puntato tutto sulla cessione del gruppo siderurgico a un fondo speculativo americano (gruppo Flacks), unico partecipante alla gara per la cessione dell’ex Ilva, dopo il fallimento della gestione ArcelorMittal. Ma ora il gruppo si sta rivelando inaffidabile. Il suo ceo, Michael Flacks, sembra un grande illusionista che comunica con il mondo solo attraverso le interviste.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha scaricato le responsabilità dell’impasse, sui giudici. Nel vertice di palazzo Chigi con i sindacati, avrebbe ammesso: “La sfida era già di per sé molto difficile, ora si è ulteriormente complicata anche per effetto della sentenza del tribunale di Milano. Serve coesione e la massima responsabilità da parte di tutti”. Vorrebbe avere mani libere, il governo, per garantire ai nuovi padroni degli altiforni di poter operare senza lacci e lacciuoli, senza dover garantire, piuttosto, sicurezza e ambiente. Ma deve rispettare le leggi e soprattutto le sentenze dei giudici. E sono bloccati, a Roma, sulle garanzie che pretende Flacks circa “lo scudo penale”.

Così ieri, 5 marzo, quando a palazzo Chigi il ministro Urso e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, hanno incontrato i sindacati, hanno dovuto alzare bandiera bianca. Facendo dire ai commissari straordinari dell’ex Ilva che stanno per presentare ricorso “avverso” alla sentenza di condanna del tribunale civile di Milano, il quale ha deciso che l’area a caldo dell’acciaieria di Taranto chiuderà il 24 agosto, se non saranno annunciate e realizzate modifiche significative alle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

A dire il vero, è stato uno dei commissari straordinari dell’ex Ilva, Giovanni Fiori, ad ammettere la delusione per l’unico cavallo dato vincente nella gara per l’ex Ilva: “Il piano Flacks su alcuni punti non è ancora del tutto soddisfacente. È doveroso approfondire le garanzie sui fondi necessari per il prosieguo degli investimenti che riguardano cifre molto rilevanti”. Imbarazzato e imbarazzante, il commissario Fiori. Non può esplicitare la delusione, la scoperta del bluff Flacks, però la lascia intendere: “Flacks è un fondo, un ‘family office’. L’ultima volta l’Ilva è stata ceduta al più grande produttore d’acciaio in Europa, il gruppo ArcelorMittal, e il risultato sono stati sette miliardi di danni”.

E dunque, i sindacati hanno appreso, ieri mattina, che i commissari – e quindi il governo – hanno lanciato un ultimatum a Michael Flacks, il ceo del fondo speculativo: tre settimane di tempo “per chiarire i punti poco chiari e definire i partner industriali”. I sindacati hanno interpretato le tre settimane come un’opportunità, finalmente, per portare a casa l’unica soluzione possibile, il “piano B”. Spiega Loris Scarpa, responsabile nazionale del settore della siderurgia della Fiom Cgil: “L’unica possibilità per mantenere in vita l’acciaieria è quella della gestione pubblica dell’ex Ilva. Oggi abbiamo assistito alla presa d’atto dei commissari straordinari e del governo che il piano industriale, presentato da Flacks, non è adeguato, e che non ci sono coperture economiche e finanziarie. Così non si può andare avanti”. D’accordo la Fim Cisl. Ferdinando Iuliano: “Continua la testardaggine del governo che scommette su Flacks”. E Rocco Palombella, Uilm Uil: “Qualsiasi soluzione, i livelli occupazionali di Acciaierie d’Italia, ex Ilva, e ditte appaltatrici devono essere garantiti”.

Il sospetto è che il ministro Urso, di fronte all’incapacità di trovare una soluzione, si aggrappi alla sentenza di Milano per scaricare, come al solito, la colpa sui giudici. Alcuni cittadini e associazioni di Taranto hanno presentato un esposto al tribunale civile di Milano (dove l’ex Ilva ha la sua sede sociale) denunciando i “rischi attuali di pregiudizi alla salute”. Con l’opposizione di associazioni, cittadini e amministrazioni locali, il governo, nell’agosto scorso, aveva imposto una nuova Aia che autorizzava la produzione a carbone fino a dodici anni, vincolandola a 472 prescrizioni. Amministrazione comunale, associazioni, cittadini avevano chiesto modifiche sostanziali all’Aia. Niente da fare. Cittadini e associazioni si sono allora rivolti ai giudici che, in applicazione anche della decisione, del giugno 2024, della Corte di giustizia dell’Unione europea, hanno deciso la chiusura dell’area a caldo di Taranto, se l’Aia non verrà modificata, integrata con indicazioni di tempi certi, e “ragionevolmente brevi”, entro i quali ci saranno gli studi, i piani, i cronoprogrammi di realizzazione degli interventi necessari per garantire la salute e la sicurezza degli impianti e dell’ambiente. E dunque dei lavoratori e dei cittadini.

Ora, questa sentenza mette in crisi non solo la gara per la cessione per gli impianti, ma anche la sopravvivenza degli stessi che, per andare avanti (per garantire la continuità produttiva), hanno bisogno di iniezioni significative di finanziamenti. Tanto si sta ingarbugliando la situazione, che la Commissione europea ha chiesto chiarimenti a Roma, per capire se bloccare la decisione, di un mese fa, di un prestito di 390 milioni di euro all’Italia per garantire la continuità produttiva degli stabilimenti fino alla loro vendita.

Ogni giorno ha la sua croce.

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TagsAdolfo Urso Aia da modificare ex ilva Guido Ruotolo incontro con i sindacati Piano Flacks sentenza tribunale Milano

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