• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Articoli » “Bloody border”, storie di ordinaria frontiera

“Bloody border”, storie di ordinaria frontiera

Al confine tra il Messico e gli Stati Uniti arrivano intere famiglie provenienti dall’Ecuador o dai Paesi del Centroamerica per lanciare i figli al di là della barriera nella speranza di un futuro. Un tema scottante anche per l’amministrazione Biden

12 Aprile 2021 Flavio Fusi  1564

Nella notte, la telecamera ruba le immagini fantasmatiche di questa storia di ordinaria frontiera. I polleros o coyotes, trafficanti di esseri umani, sono riusciti ad arrampicarsi sulla barriera, si sporgono sul nulla e lasciano cadere dall’altra parte due fagotti. Un breve volo di due metri, e poi i fagotti si animano, due piccole figure – due bambine – fuggono verso nord, due ombre luminose disegnate dai raggi infrarossi corrono fuori dalla portata della telecamera, verso il nulla della geografia e della storia.

Senza identità e senza più famiglia, con un nome o forse un numero di telefono cucito sulla manica della camicia: questo succede a Santa Teresa, sulla linea di confine a pochi chilometri da El Paso; ma succede ogni giorno e decine di volte al giorno lungo quello che una vecchia canzone di Manu Chau chiama il bloody border, la lunga frontiera di sangue tra Messico e Stati Uniti. 

Intere famiglie arrivano qui dopo un viaggio terribile di settimane. Vengono dall’Ecuador o dai Paesi senza speranza del Centroamerica e hanno attraversato il Messico come un oceano di dolore. Infine, sotto il muro del nuovo mondo si separano dai figli, lanciati al di là della barriera o fatti strisciare lungo i tunnel scavati nella terra: almeno si salvino i bambini, almeno per i piccoli ci sia una speranza, nella lotteria della vita la carta del riscatto che viene negata ai padri.

In un giorno qualunque di marzo – calcola una puntigliosa inchiesta del País – le pattuglie della migra, gli agenti di frontiera degli Stati Uniti, hanno raccolto 561 niños no acompañados: bambini non accompagnati. Secondo Associated Press, la media dello scorso febbraio è stata di 332 bambini recuperati, con un incremento del 60% rispetto al mese di gennaio. Una catena di sofferenza, abbandono e paura, che non si è mai interrotta negli ultimi anni: 370 bambini nel maggio del 2019, ma anche 354 bambini nello stesso mese del lontano 2014, presidente Barack Obama.

Sono ormai quattordicimila i minori in custodia lungo il confine, il loro numero cresce ogni giorno e la pressione sta diventando insostenibile.  Dopo che la nuova amministrazione americana ha deciso di allentare la rigida stretta all’ingresso decretata da Trump, accogliendo almeno i minori non accompagnati, sempre più spesso le famiglie dei migranti si separano dai figli e li mandano avanti nella terra di nessuno sperando in un successivo ricongiungimento. Potremmo chiamarlo il “paradosso della clemenza”: su questa amara frontiera dove ciascuno combatte a mani nude per la propria sopravvivenza, ogni misura di ragionevole umanità è destinata a creare un nuovo, sanguinante problema.

“Dove ci hanno portati? Che paese è questo? Siamo in America, in Messico o in Honduras?” Dalle pagine del País ecco un’altra storia di ordinaria frontiera. Un gruppo di migranti centroamericani incalzati da uomini in divisa attraversa il ponte che divide il Messico dagli Stati Uniti. Bambini in braccio, sandali ai piedi, pacchi e borse in spalla. Non hanno mai visto questo passaggio, non hanno mai visto questo traffico incessante, sanno in modo confuso che vengono respinti da qualche parte verso sud, e che il loro sogno resta irraggiungibile a nord.

Considerate il luogo: la città bifronte e i ponti che attraverso il Rio Grande uniscono e dividono due paesi e due mondi. El Paso a nord: un tranquillo municipio americano di villette suburbane, verdi giardini e pickup in lento traffico tra negozi, uffici e geometrici incroci. Ciudad Juarez a sud: l’oziosa calura del giorno e l’insonne gazzarra notturna di un caotico sobborgo messicano, il frastuono del traffico, la folla e la musica nel rumoroso alveare di cafés e pulperías.

Attraversavo questo stesso ponte più di venti anni fa mentre ancora  si celebravano i fasti del Nafta, il trattato nordamericano di libero commercio, e si salutava il futuro di quella “terra di mezzo” che fu battezzata Amexica: una larga striscia di confine lunga oltre tremila chilometri, attraversata da ponti e dogane aperte, percorsa da migliaia di giganteschi autotreni, costellata da centinaia di maquiladoras: le fabbriche del nord che in Messico offrivano lavoro e pesos ai giovani figli del misero paese del sud.  

Di quel sogno restano oggi pochi spiccioli, molta rabbia e queste folle cenciose fermate sulla frontiera.  Il Messico è rimasto povero e corrotto. Il quadrante centroamericano – terra delle guerriglie degli anni Ottanta – è ostaggio della miseria e della violenza. Questi indocumentados, uomini e donne e bambini che oggi piangono sul ponte di El Paso, vengono dall’Honduras, e si sono messi in marcia quindici giorni fa, attirati dall’incerta notizia che Biden avrebbe regolarizzato le famiglie di immigrati con figli minori di sei anni. 

Dall’Honduras sono passati in Guatemala, e poi dentro il Messico, dal Tabasco a Nuova Leon, fino a Reynosa. A McAllen, prima città degli Stati Uniti a ridosso della frontiera, li ferma la migra: sono centocinquanta, vengono detenuti per quattro giorni, poi imbarcati su un aereo e sbarcati infine a El Paso, 1200 chilometri a ovest rispetto al punto di ingresso negli Stati Uniti: una vera deportazione attraverso terre sconosciute. Guardate la mappa: abbandonati nel nulla, come potranno tornare nel loro Paese? Ora a decine sono sul ponte, in fila verso il Messico, senza poter guardare indietro. “Ci hanno ingannati”, si dispera Vilma Iris Peraza, che ha ventotto anni e tiene per mano la figlia Adriana, di tre anni.

Ingannati. La frontiera è un inganno o piuttosto, come scrive ancora El País, è un “luogo schizofrenico”: una tempesta perfetta dove si mescolano il caos centroamericano e la rovina economica di quei Paesi indotta dai cambiamenti climatici, gli effetti delle politiche segregazioniste di Trump, l’incerta strategia alternativa appena abbozzata dalla nuova amministrazione americana, e infine la nera minaccia della pandemia.

“Per i democratici l’immigrazione è un problema”, scrive l’analista David Leonhardt sul New York Times.  E come potrebbe non esserlo?  Il rompicapo dell’immigrazione è sarà il problema planetario per tutto il secolo presente. Per dirla con Bertolt Brecht, la soluzione è di una “semplicità difficile a farsi”: fermezza alle frontiere, umanità negli ingressi, generosità verso gli immigrati che vivono negli Stati Uniti, ultimo ma non per importanza: ascolto dell’elettorato. 

Intanto questa è davvero – insieme alla sfida del virus – la prima vera crisi che deve affrontare il nuovo presidente.  La risposta non sembra finora all’altezza della crisi: mentre Washington annuncia l’invio in Messico di due milioni e mezzo di vaccini, il governo messicano    blocca la sua frontiera sud e dispiega migliaia di militari della Guardia nazionale per frenare – almeno frenare – questo esodo biblico verso gli Stati Uniti. Troppo poco e troppo tardi. Così, appare disarmato l’appello di Biden all’esercito dei camminanti che si mettono in viaggio verso il miraggio del nord: “don’t come over”, “que no vengan, por favor”, “vi prego, non venite.”

1.618
Archiviato inAmerica latina Articoli Dossier
TagsCiudad Juarez El Paso Flavio Fusi frontiere Joe Biden Messico migranti minori Stati Uniti

Articolo precedente

La lezione di Amazon: mai più senza algoritmi

Articolo successivo

“Militarizzate quei Forestali!”

Flavio Fusi

Articoli correlati

Da Caivano ai “maranza”

Sul declino industriale dell’Occidente (2)

Argentina, miseria senza fine

I talebani corteggiano Washington

Dello stesso autore

“Bloody border”, storie di ordinaria frontiera

Il Perù e i suoi fantasmi appesi a una sentenza

America latina, elezioni nell’epoca del disordine

Bogotà brucia

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Salvini, il congresso ultima trincea
Paolo Barbieri    21 Ottobre 2026
Né ordine né disordine: gli studenti della generazione europea
Stefania Tirini    19 Ottobre 2026
Cittadinanza, in arrivo norme aberranti
Stefania Limiti    16 Ottobre 2026
Ultimi articoli
Spagna, non c’è vita a sinistra del Psoe
Vittorio Bonanni    23 Ottobre 2026
In Cisgiordania la violenza dei coloni
Eliana Riva    23 Ottobre 2026
Da Caivano ai “maranza”
Stefania Limiti    22 Ottobre 2026
In Marocco prima donna premier per un re che governa
Luciano Ardesi    21 Ottobre 2026
L’ondata di rivolta giovanile
Agostino Petrillo    19 Ottobre 2026
Ultime opinioni
Opposizione, ci vuole una visione del mondo
Andrea Ranieri    22 Ottobre 2026
Le piazze degli altri
Stefania Tirini    12 Ottobre 2026
Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola
Giorgio Graffi    28 Settembre 2026
Escissione amore mio
Rino Genovese    22 Settembre 2026
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Ultime analisi
Questione dell’abitare: l’Italia non è un altro continente
Agostino Petrillo    13 Ottobre 2026
Hamas, questo sconosciuto
Eliana Riva    30 Settembre 2026
Ultime recensioni
“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”
Luca Baiada    16 Ottobre 2026
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giuseppe Conte governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA