L’Indonesia, il più grande Paese islamico del mondo, cerca faticosamente di rafforzare la sua economia in un contesto politico-sociale incerto; intanto, però, con il governo del presidente Prabowo Subianto (vedi qui), per nulla esente da tentazioni autoritarie, non riesce a liberarsi dal passato (nel novembre scorso, l’ex dittatore Suharto è diventato un “eroe nazionale”, malgrado le proteste della popolazione, come vedremo meglio più avanti). Del resto l’ottimismo manifestato l’estate scorsa dal capo dello Stato sui risultati raggiunti – riduzione della povertà e della disoccupazione – è stato subito minato dalle proteste per l’introduzione di un vero e proprio privilegio destinato ai parlamentari, tremila dollari per un alloggio, quando il salario minimo del Paese è dieci volte più basso.
L’arcipelago più grande del mondo paga ancora il prezzo delle politiche liberiste del precedente presidente Joko Widodo (vedi qui). Su di lui, si può dire che fosse almeno un islamico moderato, distante dai vari fondamentalismi sparsi per il mondo (ma nell’ultima fase della sua presidenza aveva fatto al riguardo alcune concessioni), sebbene i pur importanti investimenti sulle infrastrutture, sull’industria manifatturiera ed estrattiva, non avessero prodotto l’auspicata ridistribuzione dei proventi con benefici per la classe media, il cui attuale impoverimento, tuttavia, non sembra essere una prerogativa indonesiana, quanto piuttosto qualcosa di riscontrabile in molti Paesi – a cominciare dal nostro.
Che cosa ha fatto Subianto per affrontare questa situazione? Durante “la campagna elettorale – dice l’Ispi (Istituto studi politica internazionale) – aveva promesso un tasso di crescita fino all’8% entro il 2029 e un ampio rinnovamento sociale”. Un programma troppo ambizioso (e populista) che prevedeva “ventotto miliardi di dollari per pasti gratuiti destinati a studenti e lavoratori, il progetto per la creazione di circa ottantamila cooperative e la costruzione di tre milioni di abitazioni a prezzi accessibili. Misure che – sottolinea ancora l’istituto di ricerca –, seppure popolari, hanno avuto un impatto limitato nel contrastare l’impoverimento della classe media e nel rafforzare la produttività complessiva del Paese, attirando critiche per la loro scarsa sostenibilità nel lungo periodo”. In Indonesia, infatti, “possono essere individuate cinque categorie socioeconomiche: 8,57% poveri, 24,42% vulnerabili alla povertà, 49,29% aspiring middle class, 17,25% classe media stabile (21% nel 2019) e solo 0,46% appartenenti alla fascia benestante. Dunque, la classe media indonesiana si trova appunto in una posizione precaria: troppo benestante per accedere a numerosi programmi di welfare, ma nemmeno sufficientemente benestante da godere di una reale sicurezza economica”. Sul piano politico, poi, lo scandalo “bonus”, prima ritirato e poi reintrodotto, sia pure in modo più contenuto, mediante un altro provvedimento.
Ad aumentare la distanza tra la classe politica e la popolazione, c’è il crescente ruolo delle forze armate (tema già affrontato da “terzogiornale” nell’articolo segnalato). L’esercito ha voce in capitolo in settori cruciali della vita del Paese, come infrastrutture, educazione e sicurezza interna: e ciò in Indonesia evoca i tempi bui della dittatura, rimpianti dall’esercito e dalle élite dell’ex colonia olandese. Abbiamo detto del riconoscimento di Suharto come “eroe nazionale” per il suo ruolo nella lotta d’indipendenza dai Paesi Bassi, insieme con altre nove personalità. Questo malgrado, durante i trent’anni del suo governo – dal 1965 al 1998 –, avesse messo in atto una durissima repressione. L’onorificenza è stata ritirata dalla figlia, Siti Hediati Hariyadi, guarda caso anche ex moglie di Subianto.
L’uomo – a cui viene attribuita la crescita economica del Paese in quella fase storica, comunque in un contesto di forti disuguaglianze sociali – utilizzò le forze armate per mettere in atto un massacro tra i peggiori del Novecento, ai danni del Partito comunista indonesiano, allora il più grande del mondo dopo quello sovietico e quello cinese, rappresentato nell’esercito da un gruppo di ufficiali che tentarono senza riuscirci un colpo di Stato. La repressione – sostenuta ovviamente dagli Stati Uniti – non risparmiò nessuno degli esponenti del partito, dai massimi dirigenti ai semplici simpatizzanti. Una persecuzione che portò alla morte, secondo alcune stime, tra mezzo milione e un milione e mezzo di persone, in una sorta di autogenocidio, che ricorda, sia pure con attori diversi, quello successivo dei khmer rossi in Cambogia.
Da allora, i militari furono onnipresenti e goderono dei benefici del buon andamento dell’economia del quale invece, come abbiamo detto, non si avvalse affatto la maggioranza della popolazione. Per questa ragione, il ritrovato protagonismo dei militari sulla scena politica fa paura. In un contesto internazionale instabile, l’Indonesia deve cercare di mantenere un equilibrio tra la Cina e gli Stati Uniti, reso oggi più difficile dalla politica del presidente statunitense, poco propenso ad avere a che fare con i Paesi che si barcamenano. Finora, comunque, sia Pechino sia Washington sono stati interlocutori economici fondamentali per Giacarta. Se, da un lato, il Dragone è il principale partner commerciale per investimenti infrastrutturali e manifatturieri, dall’altro, gli Stati Uniti restano un mercato cruciale per l’export di beni – nel 2024, 28,1 miliardi di dollari –, oltre a essere un interlocutore indispensabile per quanto riguarda la sicurezza regionale.
Tuttavia, come ricorda l’Ispi, “il crescente confronto tra le due superpotenze costringe Giacarta a un difficile bilanciamento, soprattutto in un contesto in cui altri Paesi della regione, come Vietnam e Malesia, competono per attirare gli investimenti e i flussi commerciali ridistribuiti dalla rivalità sino-americana”. Per non essere legato mani e piedi ai due giganti, il governo indonesiano ha ratificato con l’Unione europea la Comprehensive Economic Partnership Agreement (Cepa), finalizzata ad aumentare il volume di affari tra il Paese e il vecchio continente. Sforzi che rischiano di essere vanificati se non ci saranno benefici concreti per la maggioranza dei quasi trecento milioni di abitanti di questa singolare nazione, insieme con uno sforzo per limitare il protagonismo dell’esercito, che resta una minaccia per la democrazia indonesiana. Ma il presidente Subianto non sembra la persona adatta per vincere queste sfide, benché al momento non si profilino all’orizzonte alternative credibili.









