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Home » Opinioni » Considerazioni sulla rivolta iraniana

Considerazioni sulla rivolta iraniana

La liberazione può essere solo l’opera di quelle donne e di quegli uomini che oggi sfidano il regime teocratico

15 Gennaio 2026 Marianna Gatta  922

Dal buio della rete imposto dal regime, emergono le immagini di donne, rigorosamente senza hijab, che si accendono sigarette con le foto incendiate dell’ayatollah Khamenei, combinando il sacrilegio del rogo dell’icona con quello del fumo, inaccettabile per una donna. Non è una scelta semplice, considerando che, nel novembre scorso, il corpo di Omid Sarlak, un giovane dell’Iran occidentale, è stato trovato senza vita nella sua auto, ucciso da un colpo di pistola poche ore dopo avere postato un video sui social media in cui bruciava l’immagine di Khamenei.

Come ha scritto Eliana Riva (vedi qui), le proteste in Iran hanno ripreso vigore a causa di un’inflazione galoppante e di una crisi economica che sta letteralmente consumando il Paese. Dopo le grandi sollevazioni del 2022, oggi la popolazione è tornata a chiedere con forza la fine del governo della “guida suprema”. E la repressione, come allora, è brutale: secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, un funzionario iraniano ha dichiarato che circa duemila persone sono morte negli scontri. Sebbene il blackout della rete renda difficile una verifica indipendente e capillare, sono cifre che confermano l’entità di un conflitto interno che non accenna a spegnersi, e di cui le autorità evitano accuratamente di fornire dettagli precisi sulle vittime civili.

La risposta del governo iraniano è lo specchio fedele di quella adottata dopo la morte di Mahsa Amini. Se i dati ufficiali erano spesso opachi, le organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International e Iran Human Rights, hanno documentato un’impennata spaventosa delle esecuzioni dal 2022 in poi: solo nel 2023 sono state messe a morte oltre 850 persone, il dato più alto degli ultimi dieci anni, e il trend è proseguito con centinaia di esecuzioni nel 2024 e nel 2025, utilizzate come strumento di terrore politico. Oltre ai patiboli, il regime ha colpito le generazioni più giovani con altri metodi agghiaccianti: le Nazioni Unite, nel 2023, hanno verificato l’avvelenamento deliberato di oltre 1200 studentesse nelle principali città del Paese. Ragazze che perdevano conoscenza tra palpitazioni e problemi respiratori: gli attacchi chimici mirati sono stati segnalati in almeno novantuno scuole dislocate in venti province, un chiaro segnale di ritorsione contro il ruolo centrale delle donne nelle proteste.

Con questi precedenti, possiamo immaginare lo scenario attuale, in cui la pressione si fa ancora più soffocante per le minoranze etniche. Le donne curde o afghane subiscono incarcerazioni arbitrarie e condanne a morte con una frequenza sproporzionata. Un caso emblematico (di cui abbiamo parlato qui), è quello di Pakhshan Azizi, attivista curda condannata a morte nel luglio 2024, con l’accusa di “ribellione armata” unicamente per il suo impegno sociale. Nelle carceri femminili, come quella tristemente nota di Evin, la rappresentanza di donne provenienti dal Kurdistan, e in particolare dal Rojava, è nutrita. Il modello della zona curda, infatti, nel nord-est della Siria, rappresenta un pericolo ideologico per il sistema iraniano: democratico, egualitario, femminista, fautore della libertà di culto, si pone come un esempio di alternativa possibile per l’intera regione.

Il modello occidentale, invece, non può essere una soluzione. Dalla diaspora arrivano voci chiare, come quella di Diana Nammi, attivista di lunga data contro l’autocrazia, residente nel Regno Unito: “Ogni volta che i Paesi occidentali interferiscono, il risultato è l’instabilità e l’aumento dell’oppressione. Il popolo iraniano deve decidere autonomamente il proprio futuro”.

Anche il giornalista Owen Jones, sul “Guardian”, ricorda che il regime attuale ha consolidato il proprio potere, negli anni Ottanta, proprio con l’aiuto indiretto di MI6 (il servizio di intelligence britannico) e della Cia che fornirono liste di presunti agenti sovietici per eliminare l’opposizione laica. “Furono proprio Gran Bretagna e Stati Uniti a orchestrare il colpo di Stato del 1953 contro il governo progressista e democraticamente eletto di Mohammad Mosaddeq”, scrive Jones, sottolineando come nell’intera regione mediorientale l’intervento occidentale non abbia condotto ad altro se non a destabilizzazioni, portando gli esempi di Iraq e Afghanistan, dove le incursioni e le guerre ventennali statunitensi hanno avuto solo l’effetto di accrescere il fondamentalismo religioso.

L’Iran è inoltre un mosaico complesso di persiani, azeri, curdi, luri, arabi e turkmeni. Sebbene la maggioranza della popolazione sia sfinita da una teocrazia corrotta e soffocante, il regime mantiene ancora una base di consenso radicata in certi strati sociali, e lo scontro tra civili – a cui allude il film Un semplice incidente (vedi qui la recensione) – può portare a una spirale di violenza che nessun intervento esterno riuscirebbe a fermare. Tuttavia, rifiutare l’ingerenza statunitense o occidentale non significa in alcun modo legittimare l’oppressione. In questi giorni, con un post social, Patrick Zaki ha sottolineato la necessità di non confondere l’antimperialismo con l’appoggio a regimi teocratici. Allo stesso modo, un “femminismo bianco”, calato dall’alto, e usato strumentalmente per sminuire le lotte dei Paesi del Sud globale e fomentare l’islamofobia, non serve alla causa: le donne iraniane e gli uomini iraniani stanno combattendo una battaglia profondamente radicata nella loro realtà. La lotta appartiene a loro, alla loro pluralità e al loro coraggio.

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