Nella estetizzazione della politica di marca berlusconiana – fatta di barzellette, lustrini, interventi di chirurgia plastica, “nani e ballerine” di craxiana memoria profusi a piene mani dalle televisioni –, in cui si ritrovano le radici del personaggio più ancora che in quella dei gagliardetti e delle marce fasciste, Giorgia Meloni ha una peculiarità indubbia: quasi bambolesca nei suoi completini rosa o comunque a tinte vivaci, con le sue unghie laccate o addirittura finte, se la guardate negli occhi chiari appena un po’ globosi, scorgete però il tratto di una ferrea volitività. Non solo: a dispetto di una statura che non arriva al metro e sessanta, la sua voce dall’inconfondibile accento romanesco è calda e possente, e, nel pronunciare i suoi discorsi, sembra uscita da una scuola di recitazione. Per il resto, Meloni è in tutto una donna del nostro tempo. Ha avuto una figlia da un playboy (o forse toyboy, anche lui di stampo prettamente berlusconiano), non si sa se abbia un compagno o piuttosto avventure sparse, o se infine, per il tantissimo tempo che dedica alla politica, non si impedisca, lei stessa, di avere una vita sessuale e affettiva. Siamo insomma dinanzi a una donna indipendente, affermatasi come leader in un ambiente politico maschilista come pochi. Perciò si può comprendere (anche se non siamo disposti a seguirle) la relativa soddisfazione di alcune femministe: almeno una donna come noi a capo del governo!
Di tutt’altra pasta Elly Schlein. È vero, si è lasciata fotografare su “Vogue” qualche tempo fa, concedendo non poco alla politica estetizzata e spettacolarizzata – ma nell’insieme, con i suoi jeans e le giacche di vario colore, l’immagine che tende a dare di sé è quella molto essenziale di una militante divenuta segretaria del maggiore partito di opposizione in virtù del gioco, perverso finché si vuole, delle “primarie” all’italiana attraverso cui è riuscita a imporsi su un apparato che le avrebbe preferito tutt’altro candidato (Bonaccini). In altre parole, lei ha una specie di legittimazione “a furor di popolo”: e ciò è già diverso dall’essersi dovuta misurare, come Meloni, con l’atavico maschilismo dell’apparato postfascista. Al fondo, però, le due donne sono del tutto speculari. L’una, tuttavia, deve sforzarsi di presentarsi come “madre, cristiana” e quant’altro per corrispondere al profilo conservatore e nazional-populista che si è imposto. L’altra, al contrario, con un fisico scattante e il volto spigoloso, con il sorriso sempre aperto e la sua stessa dichiarata bisessualità, non è nient’altro se non quella donna che è immediatamente.
Sarebbero sufficienti queste brevi note per comprendere come sia del tutto nelle cose che le due donne si affrontino nella competizione elettorale del 2027. Non sarebbe saggio – a volere restare semplicemente su questo piano estetico-politico – che a capo di una coalizione di alternativa al governo meloniano sia messo un uomo (si chiami Giuseppe Conte o, peggio ancora, sia un nome tirato fuori dal vecchio immobilismo centrista del Pd). Donna contro donna, anzitutto – e ancora, uno schietto progressismo versus un conservatorismo “peloso”, che maschera una caratura femminile di diverso tenore, per nulla corrispondente al personaggio politico che Meloni vorrebbe rappresentare. Bisogna contrastare la “doppiezza” meloniana di una donna del nostro tempo, che vorrebbe tuttavia presentarsi come tradizionalista, opponendole una donna del nostro tempo senza doppiezze e limpidamente progressista.
Inoltre – ci siamo ritornati più volte su “terzogiornale” (per esempio qui) – c’è la questione del programma. Nei confronti di una destra aggressiva e di una “internazionale nazionalista” (per quanto contraddittorio il binomio possa apparire), è indispensabile uno spostamento a sinistra rispetto al neoliberismo “dal volto umano” dei tempi di Prodi e dell’alleanza dell’Ulivo. Siamo dinanzi a una gravissima disaffezione al voto da parte dei ceti popolari: i poveri sono sfiduciati, senza speranze, perché vedono accrescersi la loro precarietà mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. Bisognerebbe quindi riprendere, in forme programmaticamente chiare, il discorso sulla ridistribuzione della ricchezza. Presentarsi alle elezioni con un progetto di riforma fiscale in senso progressivo (anche evitando di introdurre il tema di una patrimoniale, così assurdamente tabù per i centristi della coalizione) sarebbe un atout formidabile per cercare di persuadere coloro che non votano più, o non hanno mai votato, a recarsi alle urne. Accanto a ciò, la difesa e il rafforzamento del welfare naturalmente, della sanità e dell’istruzione pubblica anzitutto – e poi una politica della casa basata sul diritto universale ad averne una, con affitti calmierati e uno sviluppo dell’edilizia popolare senza consumo di suolo.
Ma per puntare a tutte queste cose, e risultare credibili, è necessario dire dove si vanno a prendere le risorse. La riforma fiscale diventa così il nucleo veramente centrale di un programma di alternativa di governo.








