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Prodi, il vecchio (non) saggio

31 Ottobre 2025 Rino Genovese  1206

Romano Prodi ha scelto, in un’intervista televisiva, di unirsi agli altri centristi interni al Partito democratico nelle critiche a Elly Schlein. Ma chi è mai questo professore? È colui che – insieme ai Veltroni e ai D’Alema, peraltro in dissidio tra loro – diede vita a una delle creature politiche più strane della storia d’Italia. Un partito né carne né pesce, dal nome esso stesso vago, “democratico” senza ulteriori specificazioni, che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto stabilizzare le conflittualità intestine al centrosinistra antiberlusconiano. Bene, dopo pochi mesi dalla sua fondazione, Prodi dovette ammettere una sconfitta personale: lasciò il partito, perfino il seggio parlamentare, costretto a dare spazio alla “vocazione maggioritaria” di Veltroni (che pure sarebbe stato il “democratico” ex Pci a lui più vicino), in netto contrasto con quella “scienza delle coalizioni” di cui il professore si riteneva maestro.

Tutti gli attacchi che le provengono da quella parte, ovverosia da quell’insieme di frammenti liberati a suo tempo dall’implosione del centrismo democristiano (si chiamino essi Renzi, Gentiloni, Letta o anche Prodi), sono però una benedizione per la segretaria, uscita eletta mediante il congegno infernale delle “primarie”, messo su con l’intenzione di un’investitura semi-plebiscitaria verso il leader della coalizione – all’inizio Prodi stesso –, e divenuto alla fine un meccanismo incontrollabile dalla nomenclatura. Perché scriviamo “benedizione”? Perché quegli attacchi mostrano la completa alterità della segretaria attuale – che sta tentando di dare un’identità al pur difficilmente identificabile Pd – rispetto ai vecchi dirigenti del partito. I quali potranno autoproclamarsi “riformisti” finché si vuole, ma in realtà sono semplicemente pronti a riprendersi il controllo del partito e a proseguire nelle loro antiche beghe.

Non esiste oggi un’alternativa tra “riformismo” e “massimalismo”, questa è una cosa del passato. Quello che c’è veramente è un riformismo di sinistra, ammesso che si sia capaci di metterlo in campo, e un riformismo di destra o neoliberista, ancora nel solco di quella che fu la “terza via” di Tony Blair. Questo riformismo (che consiste, per fare un esempio, in un’ulteriore spinta alla precarizzazione del lavoro, in nessun salario minimo, ecc.) fu davvero praticato, alcuni anni fa, dal governo Renzi; e il risultato fu sotto gli occhi di tutti: il Pd al suo minimo elettorale, intorno al 18%. Qualche tempo dopo, in periodo post-pandemico, un’operazione parlamentare guidata da Renzi scalzò un’alleanza di governo appena un po’ spostata a sinistra per fare posto alle “larghe intese” di Draghi: conseguenza ne furono ancora il Pd intorno al 18% (con la segreteria Letta, purtuttavia un antagonista di Renzi) e il disastro della vittoria elettorale di una destra più a destra che mai.

È a questo che vuole ritornare Romano Prodi? A una sorta di Pd renziano senza Renzi? O anche alle beghe senza costrutto di centristi in servizio permanente effettivo? Da uno che vorrebbe fare la parte del vecchio saggio ci aspetteremmo qualcosa di diverso. Magari che affermi, papale papale, che il Pd, così, non riesce a esprimere un’alternativa perché le divisioni rissose al suo interno non gli giovano. Oppure, al limite, che approvi una scissione verso l’ultima buffonata di Renzi, la cosiddetta “Casa riformista” – un’iniziativa, tuttavia, troppo angusta per saziare le voglie di tanti che, oggi contro la segretaria, sperano comunque di poter ricevere domani da lei un’investitura per ritornare in parlamento.

Certo, il cosiddetto “campo largo” dovrebbe alla svelta chiarirsi le idee, stendere un programma di alternativa, fare delle scelte. Per dirne una, il segretario del più importante sindacato italiano, Landini, ha avanzato la proposta di una patrimoniale (vedi qui). Niente di esplosivo – anzi, solo il “minimo sindacale”, si direbbe –, ma almeno ha rotto un tabù. Che cosa ne pensano i sedicenti “riformisti”? Si preparano ad alzare delle barricate contro questa proposta? E cosa ne pensano Conte e i 5 Stelle? Diamo per scontato che l’Alleanza verdi-sinistra sia d’accordo. Ma che cosa può dirne la segretaria del Pd? Con i chiari di luna che ha, all’interno del suo partito, è evidente che non può esprimersi in maniera netta. E tuttavia questa incertezza deve finire: ci vorrebbe un congresso del Pd a breve (vedi qui).

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TagsElly Schlein Pd riformisti Rino Genovese Romano Prodi tassa patrimoniale

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