In Italia si riparla di patrimoniale e si scatena subito l’inferno. La destra accusa la sinistra di bolscevismo antinazionale, avendo mostrato timidamente l’intenzione di introdurre nuove tasse. La sinistra si divide per l’ennesima volta tra fautori (pochissimi) di una tassa sui grandi patrimoni per recuperare risorse per un welfare sempre più disastrato e moderati di “buon senso” che non vogliono spaventare gli elettori e mettono le mani avanti su possibili tentazioni alla Mamdani. A New York si potrà anche fare, a Roma no. I buonsensisti di sinistra spiegano, con dovizia di particolari, che le proposte del futuro sindaco della “grande mela” non sono esportabili nel nostro Paese, e che parlare di patrimoniale sui ricchi è solo demagogia. E soprattutto fa perdere voti.
D’altra parte la destra è compatta. Finché ci saremo noi al governo non ci saranno mai tasse sui ricchi – ha scritto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni su X. Con la destra non ci sarà mai una patrimoniale. Lo ha detto rispondendo alle dichiarazioni del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ha parlato di un “contributo di solidarietà” dell’1,3% sui patrimoni netti superiori a due milioni di euro. Non è una proposta nuova, anzi negli ultimi decenni la patrimoniale è stata al centro di dibattiti ricorrenti, ma non se n’è mai fatto nulla. Sono state organizzate campagne di sensibilizzazione, ma l’argomento è troppo pericoloso, esplosivo, forse ancor più di quello che riguarda le pensioni.
Si tratta però soprattutto di un dibattito viziato dall’ideologia e da una buona dose di ipocrisia. In generale la discussione si è basata, infatti, su dati immaginari e su uno scenario da finimondo. Le tasse sono odiose di per sé e la destra è sempre stata molto abile nello sfruttare le paure della gente. Quel mitico “meno tasse per tutti” di Silvio Berlusconi (e oggi di Trump) è diventato il cavallo di battaglia di tutti i partiti di destra. Lo era quando questi partiti erano all’opposizione. Lo è oggi, a maggior ragione, quando i nipotini di Almirante siedono nei posti che contano.
Ma quando, per qualche istante, il fumo mediatico si dirada si riesce a intravedere una qualche piccola verità tra le tante fake news. Una di queste verità l’ha rivelata, nei giorni scorsi, Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze dei governi di centrosinistra e grande cultore della materia. Un uomo da sempre odiato dalla destra che lo descrive come il “vampiro”. Il dibattito in corso sulle tasse – ha spiegato Visco sulle colonne di un importante quotidiano nazionale – è chiaramente viziato da inconsapevolezza, propaganda e demagogia. Bisogna stare “con i piedi per terra” e capire come stanno davvero le cose, anche se viviamo in un’epoca in cui i fatti non esistono e la politica si basa più che altro sulle opinioni mutevoli, emendabili, capovolgibili in ogni momento.
In questo marasma, in questa notte dove tutte le vacche sono nere, ci sono dei “fatti” incontestabili. Negli ultimi venti-venticinque anni la distribuzione del reddito in Italia e negli altri Paesi sviluppati è fortemente cambiata: i redditi da lavoro si sono ridotti dal 60-65% del passato a circa il 50% del valore aggiunto. Per i sistemi tributari fondati sull’imposta sul reddito e i contributi sociali, il cambiamento del quadro sociale ha provocato una situazione di stress fiscale ed effetti ridistributivi perversi. L’incidenza complessiva di tutte le imposte sulle famiglie negli anni Settanta del Novecento risultava regressiva per i redditi più bassi, tendenzialmente proporzionale per le classi centrali e fortemente progressiva per classi di reddito più elevate. Ora, spiega Visco (autore di un importante libro sulla Guerra delle tasse, vinta dai ricchi) la situazione si è capovolta. L’ex ministro cita uno studio delle Università di Pisa e di Milano secondo cui la situazione attuale, in Italia, presenta una forte progressività in basso, una lievissima progressività nella parte centrale della distribuzione e una forte regressività per i “ricchi”. Si tratta del lascito berlusconiano, ovvero dell’effetto delle riforme che hanno caratterizzato il periodo “forte” del neoliberismo: riduzione delle aliquote più elevate delle imposte personali, dimezzamento delle imposte sulle società, ampie possibilità di elusione per le imprese, soprattutto multinazionali, trattamento privilegiato delle retribuzioni dei manager, ammortamenti accelerati, patent box e altri strumenti analoghi di detassazione, riacquisto di azioni proprie, che creano plusvalenze, o non tassate o detassate.
E poi ci sono i dati implacabili sulle tasse di successione, che dimostrano per l’ennesima volta quello che l’economista francese Thomas Piketty sostiene da anni parlando del “capitale del XXI secolo”. Quella figura immaginaria dell’uomo che si è fatto tutto da sé e di una meritocrazia che si illude di dare spazio ai talenti, è appunto un luogo immaginario, perché l’attuale diseguaglianza e immobilità sociale si basano proprio sull’eredità. Non si parte tutti dalla stessa posizione in pista. La ricchezza iniziale crea altra ricchezza, mentre chi nasce svantaggiato ha sempre più difficoltà a salire su un ascensore bloccato, perennemente in manutenzione.
Nel frattempo, le diseguaglianze diventano sempre più intollerabili, come si vede chiaramente da un’altra notizia incontrovertibile. Il piano di remunerazione che Tesla ha approvato per Elon Musk: mille miliardi di dollari. Se ne è scandalizzato perfino un moderato di buon senso come Romano Prodi, che parla di scelte indegne per l’umanità e di “fratture” sociali sempre più gravi. Lo ha dichiarato in una recente intervista, che ha parzialmente corretto la sua posizione di attacco alla segretaria del Pd, Elly Schlein.
La segretaria, che dice di non volersi far intimorire e condizionare dai giudizi del professore, cerca di procedere nella direzione di un rilancio della politica di sinistra, anche se le difficoltà si moltiplicano, come ha scritto sul tema Rino Genovese (vedi qui). Lo si è visto anche questa settimana, quando il segretario generale della Cgil, Landini, è stato ricevuto al Nazareno. I rappresentanti del Partito democratico lo hanno ascoltato con attenzione, ma anche con qualche preoccupazione. Fuori dalle telecamere e dai microfoni, qualche parlamentare democratico ha fatto trapelare la notizia che non ci saranno emendamenti alla manovra utilizzando la proposta di patrimoniale landiniana. La pensa così anche la segretaria?
Qualche giorno prima Elly Schlein, partecipando all’evento “Il domani delle donne” organizzato dal quotidiano “Domani”, aveva detto con chiarezza di essere favorevole a “una tassazione a livello europeo sulle persone che hanno milioni a disposizione, cioè a una tassazione sui miliardari”. Schlein ha smentito di avere paura di proporre una patrimoniale sui miliardari “a livello locale”, cioè in Italia, spiegando che in Europa “i capitali viaggiano molto più velocemente delle persone”. Schlein difende quindi l’introduzione di una tassa comune europea sui grandi patrimoni, per evitare che i miliardari possano spostare facilmente i propri capitali da un Paese all’altro e sfuggire così alla tassazione.
Per quanto riguarda il nostro Paese, vedremo come andrà a finire, ma è già molto chiara l’ennesima spaccatura tra la politica e la società. Esattamente un anno fa erano stati presentati, in Senato, i risultati del sondaggio Demopolis, per conto di Oxfam (organizzazione che ha sostenuto la campagna per le tasse ai super-ricchi), su un campione rappresentativo della popolazione. Ne avevamo parlato su “terzogiornale” (vedi qui). Secondo il 70% degli intervistati, visto che sono cresciute le diseguaglianze non sarebbe sbagliato introdurre un’imposta sui grandi patrimoni, per esempio quelli che superano i 5,4 milioni di euro.
Ma la politica marcia su altri binari, come si vede dalle dichiarazioni di quel movimento stellare che si era presentato sulla scena per rappresentare il popolo e aprire il parlamento “come una scatola di tonno”. Tasse sui super-ricchi mai, dice Giuseppe Conte. “Come Movimento 5 Stelle siamo contrari alla patrimoniale, e questo credo sia corretto ribadirlo subito per essere chiari e sgombrare ogni dubbio” – ha precisato nei giorni scorsi Gianmauro Dell’Olio, vicepresidente della Commissione bilancio della Camera.








