Su “terzogiornale” (vedi qui) mi è già capitato di ricordare un’osservazione di Walter Benjamin su un modo di dire del piccolo borghese tedesco degli anni Venti del Novecento: “Così non si può andare avanti”. È un detto che conquista popolarità nei periodi di crisi, un segno inequivocabile “di stupidità e di viltà”. Perché invece – chiosava Benjamin – il capitalismo dimostra, con imprevedibile elasticità e distruttive innovazioni, di poter andare avanti a lungo nella e con la catastrofe, in una durata indefinita anche se certamente non infinita. Che dire oggi di un senso comune che nemmeno ripete più la frase così criticata da Benjamin?

Giorni fa, mi è capitato di ritornare in una spiaggia che non esiste più, ingoiata dall’acqua per effetto del riscaldamento globale; e del resto chi mai vorrebbe bagnarsi nei mari del prossimo futuro, ridotti a una broda grigiastra semibollente, oscillante in onde sciroccose piene di germi e di alghe? Mi sono sentito privato, insieme, di un ricordo dell’anima e di un’emozione del corpo.

Ha scritto una volta Raffaele La Capria che ognuno ha o aveva un suo luogo, “un paesaggio che si porta dentro come un’immagine impressa in una memoria più profonda dei ricordi”, a cui non cessa di ritornare, che costituisce come un faro o un cippo di orientamento della sua vita psichica, che in fondo cerca di cogliere in somiglianze e affinità anche nei luoghi nuovi che conosce. Ognuno ha il suo “campanile di Marcellinara” interiore, come il contadino protagonista di una celebre pagina di Ernesto De Martino, che – avendolo perso di vista – si trova spaesato e in preda a una “crisi della presenza”. Ma se quei luoghi dell’anima – Capri per La Capria, le colline delle Langhe per Pavese, Combray e Venezia per Proust – sono “sovvertiti, sconquassati o addirittura cancellati dalla faccia della terra”, allora non è solo un pezzo di paesaggio che viene distrutto, ma una pietra angolare dell’anima: e procedendo in questo modo, sempre di più, resterà solo l’ologramma della terra e di noi stessi.

Manca l’energia per il prossimo inverno, i prezzi dei generi di prima necessità salgono alle stelle, mandiamo armi all’Ucraina ma forse mancherà il grano, l’economia basata sull’automobile potrebbe crollare, la riconversione ecologica è divenuta un libro dei sogni, il che significa che il pianeta procede senza freno verso l’autodistruzione, virus mutanti – e singolarmente geniali – proliferano fuggendo, probabilmente, da laboratori d’eccellenza, pipistrelli e scimmie accompagnano i nostri incubi e sembrano diventati piaghe d’Egitto, temibili diffusori di morbi, la stampa mainstream è diventato un vergognoso organo di deformazione della realtà.

Si potrebbe pensare che tutto ciò susciti se non un’opposizione rivoluzionaria cosciente o una consapevole rivalutazione del socialismo almeno un sordo furore, un odio represso, o almeno porti a esclamare come il modesto e prenazista piccolo borghese weimariano: “Così non si può andare avanti”. Macché. La colpa è della Natura maligna, dei russi fascisti, dei migranti apportatori di esotici morbi e ladri di lavoro. Quando invece dovrebbe apparire ormai, con lampante evidenza, che l’attuale modo di produzione capitalista produce morte come un killer seriale e che, se la sua danza macabra non viene arrestata, ci porterà tutti nel baratro.

La disgregazione, pezzo dopo pezzo, del mondo conosciuto avviene in una sorta di anestesia indifferente, come se la coscienza rifiutasse di elaborare l’evento traumatico; che si deposita in uno strato d’animo profondo, invisibile ma attivo a produrre un’ansia indifferenziata, una collera depressa. Un contenuto destinato a palesarsi solo in forma onirica e spettrale, condensato o spostato sull’“altro”.

Eppure stiamo vivendo quella che De Martino avrebbe definito come una crisi irreversibile della presenza, assai vicina – a livello di inconscio del collettivo – ai crolli psichici delle psicopatologie: “(…) Oppure la consistenza di questi enti si affloscia e i loro limiti diventano troppo molli, come se il mondo diventasse di gomma. Oppure gli enti sono travagliati da un vuoto ‘oltre’, come forza maligna di dissoluzione (…). Le cose si scaricano le une nelle altre, diventano onniallusive, vanno oltre in modo irrelato…”, e la presenza resta “prigioniera del passato non trasceso, e quindi come presenza non attuale, non libera davanti al mondo, esposta all’essere-agito-da, invasa da sintomi cifrati”.

Di fronte a queste apocalissi globali, il nulla della politica italiana, della sua sedicente sinistra di governo, i suoi campi lunghi, larghi o aperti o sfondati, appaiono come trilli grotteschi, naccherate intorno al potente di turno. Di Draghi non dirò nulla più di quanto dissi a suo tempo e cioè che, come Macron, era esponente di uno studiato “populismo elitario” destinato in qualche modo a compensare quello razzista e ruspante, ma pur sempre asservito a poteri economici forti e pronto a rivelare la sua intrinseca natura intollerante e autoritaria: com’è accaduto al Nostro nei suoi ultimi insulti al parlamento italiano (il braccio di legno di Stranamore che sfreccia suo malgrado in alto…).

Non c’è davvero nessuno che si ponga almeno il problema di rallentare la rovina che ci minaccia, di rappresentare la paura inespressa, di sottrarla alle tentazioni fasciste? Sia pure per ragioni elettorali i punti che Conte aveva sottoposto all’attenzione del Grande Mario meritavano attenzione: niente di sconvolgente ma almeno un sussulto di riformismo socialdemocratico, che coglieva l’allarme ecologico e sociale profondo che rischia di travolgerci. Intollerabile anche questo, a quanto pare, perché il detto oggi diffuso, tra quelli che si autodefiniscono democratici, pare essere: “Così e non altrimenti si deve andare avanti” – che a me sembra perfino peggio di quello del piccolo borghese tedesco, definito da Benjamin stupido e vile. Con quali parole dovremo noi commentare questa inebetita rassegnazione alla catastrofe?