“Per difendere la democrazia, è necessario rispettarla. Gustavo Petro è il presidente. Lasciamoci guidare da un sentimento: prima la Colombia”, ha twittato Álvaro Uribe. L’avversario che col suo nome ha battezzato tutto ciò contro il quale il neoeletto ha sempre combattuto, l’ex padre padrone della Colombia che da decenni guida l’élite della politica, rappresentando il punto di equilibrio di un establishment conservatore che basa il suo potere sulle profonde disuguaglianze che caratterizzano il Paese.

Che ci fosse aria di cambio era stato chiaro fin dalla campagna del primo turno, quando il candidato dell’uribismo, Sergio Fajardo, precipitava nei sondaggi, silente Álvaro Uribe, superato da quello della destra, Federico Andrés Gutiérrez e inaspettatamente dall’outsider di queste elezioni, Rodolfo Hernández. Il suo giungere al ballottaggio con il leader della sinistra aveva confermato il desiderio profondo del Paese, quello di voltare finalmente pagina, testimoniato da quel 68% di elettori che hanno abbandonato i partiti tradizionali.

Hernández – rappresentante di un populismo che ha fatto della lotta alla corruzione il perno di tutta la sua campagna, miliardario re del mattone e, come si è autoproclamato, re del Tiktok – era giunto al ballottaggio su un’onda che aveva fortemente impensierito Petro, che rischiava di passare pure lui come un rappresentante dell’establishment, nonostante un’intera vita politica trascorsa a lottare contro. E se per il secondo turno si fosse votato dopo una settimana, probabilmente ora la Colombia festeggerebbe come presidente il settantasettenne ingegnere di Piedecuesta, ex sindaco di Bucaramanga, e non l’ex guerrigliero dell’M-19, che aveva scelto come nome di battaglia Aureliano in omaggio a Cien años de soledad di García Márquez. La cui testardaggine a presentarsi candidato – era questa la terza volta che correva – è stata finalmente premiata con il 50,44%, frutto del sodalizio con Francia Elena Márquez, l’ambientalista Premio Goldman per il suo impegno contro le miniere d’oro illegali.

Afrocolombiana, madre single, originaria del dipartimento del Cauca, in marzo era stata la terza candidata più votata nelle primarie interne, con un programma femminista, e il suo Vivir sabroso ha spopolato tra i discriminati e gli esclusi, i “nessuno” ai quali ha voluto fin dall’inizio dare voce, dichiarando che  “questo è per le nostre nonne e nonni, le donne, i giovani, le persone Lgbtiq+, gli indigeni, i contadini, i lavoratori, le vittime, i miei neri, coloro che hanno resistito e coloro che non  sono più… Per tutta la Colombia. Oggi iniziamo a scrivere una nuova storia!” A lei, che la notte scorsa ha fatto un appello alla riconciliazione, alla pace, alla dignità e alla giustizia sociale, oltre alla vicepresidenza, andrà anche il ministero dell’Uguaglianza.

Rispetto a Hernández, i due vincitori hanno ottenuto ottocentomila voti in più, sfatando i sondaggi che davano i due schieramenti appaiati, in un crescendo di tensioni e di denunce di possibili frodi che hanno agitato anche la giornata di ieri, quando Petro ha invitato a controllare la regolarità delle schede distribuite nei seggi, dato che molte riportavano un puntino nero o un graffio che avrebbe potuto invalidare il voto. È intervenuta l’autorità elettorale per calmare gli animi, e assicurare che le schede che riportavano quel difetto sarebbero state comunque validate. Mentre in tutto il Paese erano stati schierati novantaquattromila poliziotti a controllare che tutto si svolgesse nell’ordine. Così alla fine è stato, e ancora una volta la Colombia, tra rumors di frodi, violenze e rivolte, ha stupito – ma in positivo. Ha stupito anche Rodolfo Hernández, dal cui carattere imprevedibile ci si poteva aspettare qualche colpo di coda. Dopo poco che il trend è risultato chiaro, ha telefonato a Petro augurandogli di saper dirigere la Colombia e di restare fedele al suo impegno di lottare contro la corruzione.

Ma se la consistenza dei voti ottenuti mette al riparo da dubbi sulla correttezza delle elezioni, Petro assume la guida di un Paese profondamente diviso, in cui l’antipetrismo è un sentimento diffuso. Nel suo primo discorso il neopresidente ha ribadito che la Colombia cambia, ma che questo “non è un cambiamento per vendicarci né per generare più odio”; e il suo primo appello è stato indirizzato alla magistratura affinché metta in libertà tutti i giovani arrestati durante la rivolta popolare dell’anno scorso, che ha fatto decine di morti per la repressione della polizia. Un primo tentativo di ricucire un Paese che ha bisogno di riforme profonde, che Petro ha promesso e che dovrà attuare, cercando di ottenere maggioranze parlamentari più ampie di quelle su cui al momento può contare. Se esiste un ordine di priorità, predomina la lotta contro la povertà, oggi un problema che coinvolge il 39% dei suoi concittadini, quella vasta area di “nessuno” che lo ha premiato col voto. Ma tra le sue sfide, forse anche la più impegnativa, sarà quella per porre le basi per un cambiamento del modello estrattivista su cui la Colombia ha finora vissuto, e procedere sulla strada della riduzione della dipendenza dagli idrocarburi.

Altro problema che Petro dovrà affrontare sarà quello che porterà a ristabilire relazioni con il vicino Venezuela, se vorrà affrontare seriamente il flusso migratorio incontenibile, cercando di risolvere l’endemica violenza da cui è afflitta tutta la zona della frontiera. E quello di una riforma agraria nel rispetto, come spesso ha dichiarato, della proprietà privata: un terreno sul quale potrebbe peraltro incappare in assurde accuse di castrismo o di chavismo da parte delle forze della conservazione.

Petro, su cui pesa l’aver fatto parte, anche se brevemente e senza spargimento di sangue, della guerriglia, per tutta la campagna elettorale si è dichiarato paladino di una nuova idea di sinistra latinoamericana lontana dalle suggestioni bolivariane, e più in sintonia con gli esperimenti di democrazia progressiva di Gabriel Boric in Cile, di Alberto Fernández in Argentina, o di López Obrador in Messico, al quale assomiglia per il suo carattere terco, testardo, che lo ha portato al trionfo dopo vari tentativi, com’è accaduto al messicano. Un carattere che spesso gli impedisce – come succede, del resto, ad Andrés Manuel – di dare ascolto al suo interlocutore, spingendolo a decidere da solo. Tutto ciò non gli ha evitato accuse di caudillismo, e sarà quindi fondamentale, nell’avvio del processo riformatore, il contrappeso delle istituzioni, l’adesione della cittadinanza e il controllo esercitato dalla stampa. Nel frattempo le felicitazioni gli sono provenute anche da Cuba e dal Venezuela, e dal brasiliano Lula da Silva, che vede di buon auspicio l’esito delle elezioni in vista del 2 ottobre, quando sarà lui a confrontarsi con Bolsonaro. Se vincesse, come i sondaggi farebbero pensare, l’America latina avrà cambiato faccia, e le nuove esperienze progressiste di stampo democratico avranno sopravanzato i residui del “socialismo del XXI secolo”, come nell’ormai lontano 1996 era stato definito dal sociologo Heinz Dieterich.

Sul piano degli equilibri internazionali, la vittoria di Petro potrebbe diminuire la centralità delle relazioni con gli Stati Uniti e condurre a una intensificazione dei rapporti del suo Paese con le altre nazioni sorelle, dove sono in corso esperimenti di progressismo che si sono differenziati dal castrismo e dal chavismo. Ciò sarebbe di fatto un passo avanti verso il superamento dell’attuale frammentazione politica di cui soffre l’America latina, uno dei motivi che hanno acuito il suo già scarso peso a livello globale. Sarà probabilmente un caso, ma i primi a congratularsi con il neoeletto sono stati proprio i presidenti di Cile, Messico e Argentina, ai quali si sono aggiunti, in una grande festa generale, tantissimi esponenti della sinistra latinoamericana. Gabriel Boric si è detto felice di poter lavorare assieme, mentre López Obrador ha definito storica la vittoria della sinistra in Colombia. Il prossimo 7 agosto il via.