Zelensky è presbite, guarda oltre il suo Paese, perché non ha bisogno di parlare ai suoi che mostrano di essere fin troppo motivati, combattendo. Putin è miope, e si rivolge solo ai russi, di cui è il dominatore, ma che ora ha bisogno di convincere.

Sono le due diverse comunicazioni che non si incontrano, nemmeno nell’infosfera. Le tournée del presidente ucraino nei parlamenti occidentali – il 22 marzo parlerà in collegamento con i deputati italiani – appaiono perfette: studiate in ogni dettaglio, con una straordinaria capacità di cogliere il senso comune degli interlocutori, integrando nel proprio linguaggio riferimenti e citazioni che prendono in ostaggio il sentire del Paese con cui è collegato. Ovviamente, l’aura del capo di una resistenza che sopravvive sotto le bombe rende tutto inattaccabile. Zelensky è un leader moderno, produce una comunicazione che diventa politica, e non viceversa. Il suo staff – proveniente da quella compagnia di produzione televisiva che lanciò in televisione il personaggio che l’attuale presidente interpretava – sembra riuscire a tradurre, in termini politici e relazioni, i canoni di una tecnicalità televisiva collaudata. In particolare, Yuri Kostiuk, lo sceneggiatore del Servitore del popolo, la popolarissima fiction che ha consacrato Zelensky, si sta rivelando un perfetto ghost writer, che calibra con grande sapienza i toni dei messaggi del presidente.

Putin, invece, continua a non curarsi dell’opinione pubblica globale, ma parla continuamente solo ai suoi, al suo popolo. In questo è molto simile, per tecnica e strategia, alle uscite di Berlusconi che apparivano pacchiane o eccentriche agli analisti politici, mentre erano estremamente proficue nei confronti di quel target sociale che il capo di Forza Italia voleva conquistare.

La kermesse dello stadio Luzniki è un vero catalogo di questa strategia interna. Possiamo considerare l’intero evento più o meno il corrispondente, in musica rock, del discorso del 3 luglio del 1941, dopo l’impetuosa invasione nazista dell’Unione sovietica, con cui Stalin si riprese il suo popolo, traumatizzato dall’ondata inarrestabile tedesca. “Fratelli e sorelle” – è il famoso inizio del “piccolo padre”. Un discorso in cui il capo sovietico si metteva al livello della sua gente, al di fuori di ogni ideologia o gerarchia: un russo fra i russi per difendere la madrepatria. Con quelle parole iniziava la cosiddetta grande guerra patriottica, com’è denominato a Mosca il secondo conflitto mondiale.

Putin ha provato a fare più o meno la stessa operazione: dinanzi all’impantanamento del corpo d’invasione, e ai primi scricchiolii della macchina propagandistica per i troppi cadaveri che tornano dal fronte, si cerca di mobilitare il senso della terra dei russi – più Tolstoj che Puškin. La molla, a cui si richiama Putin quando parla di “liberare i fratelli di Crimea e Donbass”, è il morboso legame con un popolo che si identifica con la terra su cui cammina. Putin ha provato ad arruolare questo inconscio russo, in cui la paura per l’accerchiamento del proprio Paese si combina con la missione salvifica della guerra. Ancora Tolstoj, che scriveva: “Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua: allora sì che non ci saranno più guerre”.

Patria, famiglia, religione: la triade della destra tradizionalista è stata la bandiera del comandante in capo, come Putin è stato presentato alla folla. Un marchio neozarista che il leader russo aveva già adottato proprio nei giorni di lancio dell’invasione, quando, nel suo discorso del 24 febbraio, identificava l’azione contro l’Ucraina con il ripristino dell’impero zarista, il vero medium che Putin usa in questa guerra: siamo lo Stato più grande del pianeta e come tale dobbiamo essere trattati. Un linguaggio che sconta un’incomunicabilità con l’Occidente, e che prelude a una lunga contrapposizione, un nuovo 38° parallelo nel cuore dell’Europa.

L’incidente tecnico, com’è stato definito al Cremlino, che ha oscurato per qualche secondo la trasmissione in diretta del suo intervento del 18 marzo, ci dice che però non tutto sembra automatico, anche sul fronte interno. Lo stesso Putin – come la destra populista in Europa e Trump negli Stati Uniti – deve scontare un’opposizione, meglio, un’ostilità antropologica nelle grandi città, e un’adesione più istintiva nelle sconfinate province dell’impero.

Il ritiro dalla Russia delle grandi piattaforme – Google, Amazon, Facebook, Twitter – segna certo una militarizzazione del web, con la scelta di campo dei brand tecnologici; ma ci dice anche che quel popolo trasversale, quella borghesia digitale cosmopolita, che aveva aperto varchi consistenti nell’autarchia del potere russo, si trova oggi senza patria e senza lingua. E anche senza risorse. La decisione di imporre un cordone sanitario sulla rete è forse uno degli errori più macroscopici degli americani. Putin non saprebbe come e chi ringraziare del fatto che è stato sollevato dall’incombenza di tagliare lui i collegamenti. La rete è di per sé un luogo di contaminazioni, che non prevede barriere o limiti. Quando accade, come in Cina, muta radicalmente la sua natura e diventa apparato statale.

In questi giorni di guerra, abbiamo visto cosa significhi arrivare a collegarsi con chi stava in un rifugio antiaereo o direttamente al fronte: ogni tentativo di disinformatia veniva duramente svelato e decodificato. Una bufala durava in media non più di sei o sette ore. Così come abbiamo visto l’accesso libero alle immagini satellitari, che fino a qualche anno fa era il più custodito dei segreti militari. Vedere, dall’alto, il lungo convoglio di carri armati fermo e impantanato attorno a Kiev – o trasmettere il filmato del trattore di un contadino che, vicino a Kharkiv, traina un blindato russo nel fango – vale più di una battaglia persa, avrebbe detto il principe di Metternich. Come usare questo decentramento del potere? Con quale modello sociale e militare? Perché per i russi è un vincolo e un danno dare trasparenza al teatro di guerra, mentre gli ucraini riescono a usarlo come straordinario supporto operativo? Questo rimane il vero buco nero di questa guerra: orizzontale e verticale, autarchia asiatica o partecipazione europea?

Non è uno scontro di civiltà – come scriveva l’altro giorno sul “Corriere della sera” Polito citando Samuel Huntington – quanto uno scontro di classe. Di due classi del tutto diverse dalla tradizionale contraddizione tra capitale e lavoro. Da una parte, la rappresentanza di una forma di individualismo cooperativo – come si definisce la moltitudine della rete, che combina professione, saperi e pratiche creative occasionali, convergenze più o meno democratiche –, dall’altra siamo ancora al retaggio di quel populismo senza corpi intermedi, che vede nella sterminata società russa nessuna formazione interporsi nella relazione fra vertice e base pulviscolare. Fra lo zar e l’ultimo servo della gleba della obščina, non c’era niente in mezzo, e nulla ancora è rilevabile fra il Cremlino e le molecolari microtribù della piattaforma russa, che arriva uniformemente da Mosca a Vladivostock. Trovare voci e interessi che rompano questo silenzio, è la vera chiave per riaprire un canale di collegamento fra Est e Ovest in Europa.