Va avanti il processo ai mandanti della strage di Bologna, anzi è quasi giunto alla sua conclusione, sebbene la stampa gli dedichi solo poco spazio nelle cronache cittadine. Come se non fosse una sorta di “processo del secolo”, almeno nelle intenzioni, perché si propone di mettere a fuoco le responsabilità di un massacro fino a oggi inquadrato come il frutto brutale della violenza omicida di un pugno di fascisti. Le condanne e il ruolo avuto dai tre esponenti dei Nuclei armati proletari –gruppuscolo figlio dell’ordinovismo, come vi abbiamo raccontato nelle puntate precedenti – sono il punto di partenza di questo processo: l’accusa ha sentito il bisogno di spiegarlo all’inizio della sua requisitoria, svolta dai procuratori generali Umberto Palma e Nicola Proto, con la presenza costante in aula della procuratrice generale reggente di Bologna, Lucia Musti, a riprova del consistente coinvolgimento dell’autorità giudiziaria nella partita in corso. Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini (da tempo riconosciuti tutti colpevoli, anche se una campagna innocentista ha tentato di incrinarne la certezza) “sono il punto di partenza di questo processo”, ha detto in apertura Palma: “Mettendo insieme le sentenze su Mambro e Fioravanti e quella su Ciavardini, possiamo dire che c’è una piattaforma di partenza solida, sono stati loro” – come a stoppare qualsiasi altro rigurgito innocentista.

Il principale imputato è l’ex uomo di Avanguardia nazionale, Paolo Bellini, accusato di essere uno degli esecutori materiali della strage, in concorso con i Nar già condannati, e con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato, Mario Tedeschi, tutti deceduti e ritenuti i mandanti, i finanziatori o gli organizzatori. Sotto accusa, anche l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, per depistaggio, e Domenico Catracchia, amministratore di condominio di immobili in via Gradoli, a Roma, secondo i magistrati responsabile di false informazioni al pm, al fine di sviare le indagini.

Intorno a Bellini – morto suo padre Aldo, uomo chiave di tante relazioni e del percorso di collaborazione del figlio con le strutture dell’intelligence – il cerchio si stringe soprattutto dopo la testimonianza della ex moglie, Maurizia Bonini, “andata oltre le nostre aspettative”, come ha detto l’accusa: e c’è da crederci, visto che demolisce l’alibi dell’ex marito, che lei stessa aveva aiutato a creare, anche per le pressioni di quel “padre padrone”, Aldo appunto. Maurizia Bonini, nella sua testimonianza, ha cambiato l’orario della presenza a Rimini dell’ex marito, collocandola verso l’ora di pranzo, dopo aver sostenuto, invece, per quarant’anni, l’alibi del compagno, ovvero che si fosse trovato, intorno alle nove del mattino di quel maledetto 2 agosto 1980, nel luogo dell’appuntamento riminese, orario quindi incompatibile con la presenza in stazione a Bologna.

Stavolta, dopo la dipartita di Aldo – un “padreterno”, lo ha definito lei stessa –, c’era l’intercettazione ambientale dell’11 luglio 2019, quando la donna, parlando con il figlio Guido, “in un contesto protetto, ovvero a casa sua”, spiega l’accusa, ha riconosciuto per ben tre volte Bellini in una foto pubblicata sui giornali ed estrapolata dal video amatoriale girato il 2 agosto in stazione. Poi, sempre in quei giorni, ci sono le dichiarazioni spontanee rilasciate alla Digos durante una perquisizione, quando Bonini disse che il marito era arrivato a Rimini, il giorno della strage, verso l’ora di pranzo. Infine, la sua audizione pubblica del 21 luglio 2021, quando la signora non ha ceduto di un millimetro spiegando la sua versione, che deve esserle costata non poco, visto che ha inchiodato il padre dei suoi due figli.

La credibilità presso la Corte della signora è un elemento chiave dell’impianto accusatorio, al quale segue la perizia svolta dall’ingegnere Giovanni Tessitore, che ha espresso un giudizio di compatibilità di secondo livello tra il volto del filmato e quello dell’imputato, corrispondente, “al massimo grado consentito” in rapporto alla qualità delle immagini del filmato, privo di un’alta definizione, non consentendo, cioè, di evidenziare particolari più “individualizzanti” – parola chiave nel processo penale –, come cicatrici, nei, rughe, caratteristiche che, se ci fossero, porterebbero a un giudizio di “compatibilità totale”. I consulenti della difesa, invece, non rilevano nessuna compatibilità tra Paolo Bellini e l’uomo che appare nel video, come spiegheranno a loro volta. Per il momento, l’accusa ha spiegato che il metodo utilizzato dai consulenti della controparte è contestabile, perché avrebbe utilizzato “fotografie non congrue”, al fine di escludere alcuni elementi di conciliabilità, come la fossetta giugulare. Secondo il procuratore generale Umberto Palma, non è da sottovalutare, infine, l’elemento indiziario del crocefisso che l’uomo indossa, come appare nel video, e che, secondo i pg, è compatibile con entrambi i crocefissi sequestrati a casa di Maurizia Bonini, uno dei quali appartiene sicuramente all’ex marito.

Oltre al suo ruolo personale, la presenza di Bellini sconvolge la piatta verità della esclusiva responsabilità dei Nar, già incrinata dal processo contro Gilberto Cavallini, di cui è stato incomprensibilmente spostato al prossimo gennaio l’appello, e che coinvolge direttamente Ordine nuovo, a causa della circostanza che Massimiliano Fachini – importante leader di On – sapeva della strage prima che accadesse. Bellini appare ora un killer a servizio di vari padroni: anche di Avanguardia nazionale (altra agenzia del neofascismo in chiave “romana”, perché della capitale erano il suo fondatore Delle Chiaie e i suoi principali sodali), la quale “non può essere stata tenuta fuori dalla strage, non può essere resa estranea a questo attentato, che coagulava varie forze eversive”. Anzi, per la procura generale, proprio Avanguardia nazionale rappresenta “l’anello di congiunzione tra il vertice finanziario-organizzativo della strage di Bologna”, costituito dal binomio piduista Licio Gelli e Federico Umberto D’Amato – il gran-raiss dell’Ufficio affari riservati, la polizia politica – che “manipolava Stefano Delle Chiaie, leader assoluto di Avanguardia nazionale, e suo confidente”.

Fin qui Bellini, e non è affatto poco, perché, appunto, Bellini vuol dire altri mondi. Poi c’è la parte più complicata della requisitoria, quell’ormai famigerato documento, il cosiddetto “Appunto Bologna”, che descriverebbe il flusso di denaro, cinque milioni di dollari per la strage su un totale di quindici, che dalle casse del Banco ambrosiano andino sarebbero stati utilizzati dal capo della P2 per finanziare la strage. Soldi passati per i conti di Gelli che, in qualità di finanziatore dell’attentato, versò una parte dei denari, un milione di dollari, al suo prestanome Marco Ceruti, mentre si trovavano a Roma, dal 20 al 30 luglio 1980, negli stessi giorni in cui erano presenti nella capitale anche Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Un’altra parte, 850mila dollari, sarebbe finita nelle tasche del piduista Federico Umberto D’Amato, al quale Gelli si sarebbe rivolto – insieme al direttore del “Borghese”, Mario Tedeschi – per garantirsi le operazioni di depistaggio, già prima che la strage fosse realizzata materialmente: operazioni che – sebbene fallite, visto che un processo ha condannato Gelli e altri – ebbero nell’immediatezza un grosso potenziale di ostacolo alla giustizia. Un ulteriore aspetto che si tende a sottovalutare (si tenga presente che i depistaggi concomitanti furono più d’uno), e che invece va considerato adeguatamente, perché è alla base del gran caos che ci ha portato oggi, nel 2022, a seguire un processo per una strage orribile realizzata nel secolo scorso e rimasta in gran parte impunita.

La requisitoria dell’accusa si conclude mercoledì, poi sarà la volta delle parti.