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Home » Analisi » Dopo l’Afghanistan: come (non) combattere il terrorismo

Dopo l’Afghanistan: come (non) combattere il terrorismo

Di volta in volta sulla stampa si favoleggia di come al-Qaida sia stata sgominata, o di come l’Isis, sconfitto in Siria, abbia ormai perso la guida dell’islamismo radicale. Ma poi si scopre che tutto questo potrebbe non essere vero

6 Settembre 2021 Stefano Rizzo  1217

Con un’ultima sanguinosa coda di civili uccisi, tra cui sette bambini, il 29 agosto, con un missile sparato da un drone, la guerra in Afghanistan è ufficialmente finita ed è tempo di consuntivi. Tutto iniziò con l’orribile attentato dell’11 settembre 2001 cui seguì, nel giro di poche settimane, l’invasione dell’Afghanistan, la caccia infruttuosa a Bin Laden, la caduta del governo talebano, l’instaurazione di un regime amico che – si pretendeva – sarebbe presto diventato democratico liberando le donne da un’oppressione secolare, modernizzando il paese e rendendolo simile all’Occidente. Queste roboanti e irrealistiche affermazioni apparvero allora vacue solo ad alcuni, mentre, se la maggior parte delle popolazioni – americana ed europea – vi aderirono con entusiasmo, fu a causa dell’ondata di emozione provocata dagli attentati, e per la piaggeria dei governi occidentali che si piegarono acriticamente alla logica guerrafondaia del presidente Bush e del vicepresidente Cheney.

Con una singolare torsione di significato, si parlò di “guerra al terrorismo”, dimenticando che di guerra in senso proprio non poteva trattarsi, perché le guerre si combattono tra eserciti, mentre i terroristi, per quanto addestrati militarmente, sono combattenti civili di difficile identificazione; e si combattono in un teatro ben determinato contro uno o più Stati con obiettivi specifici (occupare un territorio, rovesciare un regime). Cacciato con poche migliaia di soldati il regime talebano e fuggito Bin Laden, ci si accorse che il terrorismo era svanito, cioè che i terroristi erano dappertutto e da nessuna parte, e iniziò la grande caccia. Non più una guerra, ma una miriade di spietate “operazioni di polizia” condotte su scala mondiale, con i mezzi del più potente Stato del mondo, al fine di catturare i presunti terroristi, interrogarli, torturarli, deportarli in prigioni segrete (a Guantanamo ma anche in varie parti del mondo e perfino in Europa, grazie alla collaborazione di alcuni Stati compiacenti).

Non si capì, o non si volle capire, la natura del conflitto. I talebani sconfitti si mescolarono al resto della popolazione e si riorganizzarono in guerriglia, grazie all’aiuto del Pakistan formalmente alleato degli americani. Anch’essi usarono metodi terroristici (attentati suicidi, stragi di civili), ma per loro era una lotta di liberazione dagli eserciti invasori – gli americani e i loro alleati – e dal regime fantoccio che gli occidentali avevano instaurato. I talebani potevano essere alleati di al-Qaida e di altre organizzazioni terroristiche islamiste, ma combattere i primi non era come combattere le seconde, perché i talebani volevano, con l’appoggio di molti afghani, riconquistare il potere e tornare a governare – certo a modo loro, secondo una visione integralista e repressiva dell’islam –, mentre le seconde intendevano e intendono portare avanti il jihad mondiale. Così, per quel che riguarda l’Afghanistan, non poteva non finire com’è finita, e come prima o poi finisce sempre quando un movimento di ribellione autoctono, per quanto brutali siano i suoi metodi, combatte contro un esercito occupante e il regime di cui è espressione (anche se naturalmente non è affatto detto che il vincitore sia migliore dello sconfitto).

Per quel che riguarda il terrorismo internazionale, alimentato dalla diffusione e dalla predicazione di un islam radicale, aiutato in ciò dai media globali e dalla comunicazione istantanea, spinto alla violenza anche dalle “profanazioni” della figura del Profeta, oltre che dalle immagini di torture inflitte dagli occidentali, esso ha continuato a diffondersi: sia nei paesi europei e occidentali, dove esistono nutrite comunità islamiche, sia nei paesi mediorientali, africani e asiatici in cui i musulmani sono maggioranza o una cospicua minoranza. Ovviamente, solo una piccola percentuale degli aderenti all’islam radicale condivide l’obiettivo della instaurazione del califfato, e ancora molti di meno sono disposti ad agire in tal senso, ma, per quanto esiguo sia il numero, è sufficiente per costituire pericolosissime “cellule” terroristiche. Da qui la caccia ai terroristi, in tutto il mondo e in tutti i continenti, che è diventata troppo spesso la caccia a un ago nel pagliaio in cui per trovarlo si dà fuoco a tutta la paglia.

Dal 2001 gli Stati Uniti, aiutati anche dai paesi europei con una storia coloniale e quindi con la memoria fresca della repressione contro gli “indigeni”, hanno ampliato a dismisura le operazioni antiterrorismo in tutto il mondo. Secondo uno studio del Watson Institute della Brown University (The Costs of War) gli Stati Uniti, anche dopo l’uscita dall’Afghanistan, continuano a svolgere operazioni antiterrorismo in 84 paesi, dalle Filippine alla Colombia, passando per l’Asia centrale, l’Africa e il Medio Oriente: di queste, una dozzina comportano la presenza di truppe americane (in genere piccoli contingenti di corpi speciali); in sette paesi i presunti terroristi vengono bombardati “soltanto” con droni e missili (con gli effetti sui civili che abbiamo visto nell’ultimo attacco a Kabul, contro due terroristi dell’Isis-K), mentre nei rimanenti paesi compiono missioni di addestramento o esercitazioni antiterrorismo con le truppe locali. (Anche in quest’ultimo caso l’efficacia dell’addestramento, tanto strombazzata da americani e europei, si è ben vista con il subitaneo scioglimento dell’esercito afghano di fronte all’assalto finale dei talebani.)

Questo imponente spiegamento di forze è costato a oggi (e costerà per il ripianamento dei debiti contratti) l’enormità di 8.000 miliardi di dollari – più di due volte e mezzo il massiccio piano di investimenti a sostegno dell’economia voluto da Biden per il dopo Covid. Ma il costo maggiore è ovviamente umano. Una stima – sempre del Watson Institute – calcola che la guerra ventennale al terrorismo, iniziata nel 2001, abbia provocato oltre 900.000 morti soltanto in Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Pakistan, Libia: di questi 15.000 sono soldati americani o mercenari stranieri (contractors) alle loro dipendenze, mentre quasi la metà (400.000) sono civili che si aggiungono ai 300.000 circa terroristi o presunti tali uccisi; e poi volontari delle organizzazioni non governative, giornalisti. Il numero dei morti e dei feriti, tuttavia, non esaurisce la tragedia che va in scena ogni giorno in giro per il mondo. Ci sono coloro che sono dovuti scappare, lasciando la propria città o il proprio paese – rifugiati interni e rifugiati esterni – perseguitati da tutti: dagli insorti, dal governo locale, dai soldati stranieri. Si calcola che siano circa 37 milioni, di cui cinque milioni afghani, nove milioni iracheni, quattro milioni yemeniti, sette milioni siriani, un milione e mezzo di libici: una devastazione sociale che potrà essere risanata, se lo sarà, solo nel corso di decenni.

A fronte di questo immenso costo in denaro e in vite umane, perse o devastate, quali sono i risultati raggiunti dalla guerra al terrorismo? Certamente esso non può dirsi sconfitto. Di volta in volta onnipresenti esperti favoleggiano sulla stampa che al-Qaida sia stata sgominata a causa dell’uccisione di molti dei suoi capi e militanti, che l’Isis, sconfitto in Siria, abbia ormai perso la guida dell’islamismo radicale; ma il giorno dopo si scopre che tutto questo potrebbe non essere più vero, e che la minaccia terroristica è sempre presente. Naturalmente è possibile che la minaccia venga ingigantita a bella posta, perché in effetti conviene sia ai terroristi apparire più temibili di quanto non siano, sia agli americani, dal momento che quegli 8.000 miliardi di dollari sono andati in larga misura al Pentagono e ai suoi fornitori di materiale bellico.

Come che sia, il terrorismo va certamente combattuto, anche con gli strumenti militari, ma soprattutto con la paziente opera investigativa e l’isolamento dei terroristi dalla più ampia e pacifica comunità dei musulmani. Questo vale naturalmente per i paesi europei con nutrite comunità musulmane, ma vale anche nei paesi in cui la lotta viene fatta con le armi: il terrorista islamico è come il pesce di Mao che nuota nel consenso popolare e che, senza quel consenso, soffoca. Finché gli americani e gli occidentali continueranno a denigrare l’islam, a offendere il Profeta, a uccidere civili innocenti e a cercare di imporre il proprio modello di società, i terroristi avranno sempre più consenso popolare e non saranno sconfitti.

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