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Informazione sotto ricatto

27 Aprile 2021 Luca Baiada  1590

Si chiama Slapp (Strategic lawsuit against public participation). È un modo per ostacolare l’informazione, più subdolo della violenza e delle intimidazioni. Un giornalista, uno scrittore, un attivista tratta un argomento che dà fastidio. Più si svelano dati, più ci sono prove e più è pericoloso. Sua eccellenza, sua emittenza, sua finanza sono suscettibili, e per mettere a tacere l’incauto gli fanno una causa per danni, anzi due, anzi una raffica, costringendolo a difendersi, il più a lungo possibile, e ad affrontare spese e grattacapi.

La Slapp ha varianti sofisticate, come la scelta di un tribunale lontano, meglio se all’estero (forum shopping), che lavora in una lingua diversa da quella della vicenda originaria, o come l’utilizzo combinato di azioni legali, campagne mediatiche e manovre pilotate sulle reti sociali, affidate ad agenzie di comunicazione. Da anni la Slapp è l’arnese ideale per la prosecuzione impunita di attività inquinanti, a danno delle comunità locali e a scapito dell’informazione: tanto che fra Slapp e questione ecologica c’è quasi un legame storico. Insieme alle intimidazioni e uccisioni di giornalisti impegnati per l’ambiente, si sono viste contro di loro, come contro organizzazioni e singoli, cause civili strumentali.

Il problema non ha confini, ma l’Italia, nel primo decennio del secolo, con la concentrazione di potere e di conflitti d’interessi propria del berlusconismo, di Slapps ha fatto una scorpacciata. Si può dire che per anni la libertà d’informazione e di parola, in Italia, è dipesa dalla fermezza dei magistrati di alcuni uffici giudiziari, specialmente Roma e Milano. Malgrado questo, per ora non sono reperibili provvedimenti di Cassazione che diano alla Slapp una connotazione giuridica a sé.

Fermarsi all’esito dei processi, comunque, sarebbe riduttivo: scopo della Slapp è intimidire e ostacolare. La richiesta di risarcimento non è centrale, e anche una causa persa è vinta, se chi può permettersela continua nel frattempo a fare i suoi comodi, e alla fine la controparte ne esce illesa ma sfinita. Del resto, la sproporzione di mezzi fra un giornalista e un multimilionario è tale che, se anche fossero veri i danni lamentati (persino i potenti soffrono, si sa), il risarcimento sarebbe impossibile.

È significativo, in tutto questo, il rapporto fra il denaro e la parola. Dire fa scattare la richiesta di pagare, mentre solo nominare il denaro in una richiesta ufficiale serve a imporre il silenzio. La Slapp, in fondo, è il negativo della corruzione: chi non accetta di prendere è colpito con la minaccia di dover dare. La corruzione ambientale, tipica dei processi di Mani pulite negli anni Novanta, ha il suo negativo nella Slapp seriale contro la critica. O scorre denaro in nero per affarismo, o l’affarismo mette in chiaro, in carta bollata, astronomiche richieste di denaro.

Non ogni richiesta di risarcimento è Slapp, ma certi elementi sono i suoi indizi: la richiesta proviene da un privato facoltoso e/o famoso; è contro un singolo (serve a isolarlo da un gruppo politico o informativo); è esagerata nella misura, è ripresentata separatamente contro altri, invoca il buon nome, la sicurezza, la riservatezza, persino i diritti d’autore; è coltivata da studi legali specializzati, costringe a elevate spese di difesa, utilizza argomenti falsi o manipolati; tende a proteggere affari lucrosi, segreti di rilevanza pubblica, oppure accordi scottanti o carriere intoccabili, magari avallate dalla politica o dalla diplomazia.

Per intendersi: contro la giornalista Daphne Caruana Galizia, al momento del suo assassinio, pendevano quarantasette richieste di risarcimento dovute alle sue inchieste. La Slapp può essere l’alternativa al delitto di Stato, o più semplicemente la sua anticamera. Una cosa non esclude l’altra.

Non è solo questione di diritti umani o di trasparenza. L’imminente massiccio utilizzo di denaro pubblico, in Europa, potrà essere terreno per sperperi e corruzione, da fronteggiare con un’informazione tempestiva. C’è bisogno di giornalismo investigativo, di attivismo organizzato e di whistleblowing. Per la norma introdotta qualche anno fa con l’art. 54 bis, nel decreto legislativo 165 del 2001, chi fa whistleblowing è un segnalante, ma certe parole sono difficili da tradurre, qui dove chi dice la verità è un infame e fischiare (to whistle) è da arbitro o vigile urbano.

Si è costituito Case (Coalition against Slapps in Europe), che raccoglie una trentina di organizzazioni di rilievo internazionale; ma il problema è serio e un gruppo di mobilitazione non basta. Giuristi e intellettuali devono farsene carico.

La concentrazione di potere e ricchezza, già avviata con la crisi economica ed esplosa con l’emergenza sanitaria, unita al fatto che a disporre di denaro pubblico saranno gruppi dirigenti autoreferenziali, può convivere con un intermittente, pacato regime di corruzione e negligenza; la difficoltà di fronteggiarlo è proporzionale alla tecnologia e alla complessità dei sistemi di spesa e di controllo, oltre che alle caratteristiche delle strutture di amministrazione e giurisdizione. Per esempio: le ecomafie coi rifiuti e con le fonti rinnovabili (vere o presunte) possono realizzare il contrario di una democrazia ecologica, custodendo segreti difficili da far emergere.

La complessità concentra le informazioni in specialisti interni agli apparati, esposti a ricatti professionali. Insomma, occorre tutela vera sia in favore del whistleblowing sia contro la Slapp. Se chi sa le cose tace, e la pubblica opinione non ha i mezzi per sapere, e i mediatori della conoscenza sono sotto scacco personale o patrimoniale, allora il controllo sul potere si affievolisce. Intanto si giocano i destini di un continente.

In Europa però qualcosa si muove. Al contrasto della Slapp fa riferimento la comunicazione On the European Democracy Action Plan della Commissione europea, del dicembre 2020. Proprio all’Unione europea, come al Consiglio d’Europa, Case ha chiesto un intervento legale, che però non ha ancora trovato le forme più efficaci.

È già successo troppe volte che autorità giudiziarie si siano occupate di gravi vicende dopo, quando giornalisti e attivisti avevano provato a denunciarle prima, mentre erano in corso e potevano essere impedite. E se è giusto che ci si preoccupi del linguaggio, bisogna anche proteggere il contenuto veritiero della comunicazione, perché certamente, più che la strategia repressiva, è quella dell’incentivo alla verità a fare la differenza.

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