Ogni tot anni ci si accorge che il partito in cui si sta non va e si fanno seminari, riunioni, convention, appelli per costruirne un altro più nuovo e più bello. Inevitabilmente il nuovo partito, dopo poco, comincia a sua volta a non andare bene, e si riprende a pensare di costituirne un altro, con un nuovo nome, un nuovo segretario o segretaria, ecc. Nel frattempo, quelli più impazienti, avevano deciso di scindersi per fare a loro volta un altro partito, ovviamente più bello di quello in cui stavano. Purtroppo, pur essendo più bello, quel partito non sarà andato oltre lo zero virgola e, ben presto, gli impazienti che si erano scissi vorranno tornare alla casa madre che, magari, avrà cambiato di nuovo nome e segretario e potrà riaccogliere i figlioli che se n’erano andati.

Questa, più o meno, è la storia degli ultimi anni in Italia per quanto riguarda i partiti di sinistra moderata o radicale che sia. Ogni volta, sembra che il problema sia il nome o i nomi, cioè una definizione più adeguata ai tempi e nuovi dirigenti: più giovani, più onesti, più disinteressati al potere, più a contatto con il cosiddetto popolo. Nessuno, però, ha mai il coraggio di chiedersi perché, nonostante i cambiamenti, il rinnovo generazionale, i presunti ideali sbandierati – persino l’incontro tra i grandi riformismi socialcomunista e cattolico-democratico –, tutti i differenti partiti si trasformino rapidamente in consorterie, in macchine pigliatutto, in apparati di comunicazione perversa. 

Si tratta solo di nomi sbagliati? Del fatto che si sono imbarcati disonesti, magari quelli della provincia toscana? Si tratta piuttosto del fatto che, da quasi quarant’anni, si sono verificati due fenomeni intrecciati tra loro nella società italiana ed europea: da un lato politica e pensiero si sono separati, completamente divaricati, e la politica si è ridotta a mera governance all’interno di un “pensiero unico” e di un eterno presente che non ammette alcuna riflessione sull’essere umano, sul mondo, sul rapporto tra gli esseri umani e la natura (al di là delle balle ideologiche sulla transizione ecologica che non è altro che ipermodernizzazione capitalistica); dall’altro, i cittadini, a partire proprio dai lavoratori e dalle lavoratrici, hanno assunto l’immaginario neoliberale per cui l’umano è un vivente che deve godere compulsivamente senza alcuna differenza dagli altri viventi animali, tanto da non avere alcun bisogno della polis come campo della riflessione sull’indeterminazione e la libertà umana che rendono donne e uomini, invece, diversi dagli altri viventi.

Il neoliberalismo è egemone da decenni nelle menti e nei cuori dei lavoratori e delle lavoratrici che, infatti, non sentono alcun bisogno di partecipare alla vita politica, alle riunioni di partito, alle lotte sociali. Perché si può anche avere il partito del lavoro più bello, più di sinistra, diretto dai dirigenti più onesti, ma senza una forza politica organizzata non si potrà ottenere alcun risultato nel confronto con il capitale (una volta si chiamavano rapporti di forza, mentre oggi sembra che la gara sia solo a chi viene meglio in tv). E allora succede che, nonostante gli sbandierati nuovi inizi con tanto di convention e selfie entusiastici dei pochi attivisti rimasti, tutti i nuovi partiti e partitini decadano nel giro di pochi mesi nel nulla organizzativo, nel vuoto culturale e politico. E succede che anche i più onesti si trasformino inevitabilmente in dirigenti che devono rispondere delle loro performance nelle urne, nelle televisioni, su Internet e sul mercato politico in genere, diventando un misto tra un attore, un cantante, un agente di borsa, un piazzista e un procacciatore di voti e affari.

Dunque, ci sarebbe speranza di fare qualcosa, di avere di nuovo dei partiti veri? Sì, ma prima di tutto bisogna capire come si fa a smontare l’imperante egemonia neoliberale che vuole gli esseri umani come dei meri viventi non problematici dediti ai consumi e al godimento compulsivo, senza desideri autentici e senza progetti di vita. E come si fa a smontare tale egemonia? La speranza starebbe nel reale che continua a presentarsi con il suo carico di casualità, dolore e inspiegabilità nella vita umana, anche nel nostro assetto neoliberale che aveva promesso di eliminarlo grazie al controllo di ogni aspetto della vita da parte della tecnica. Fortunatamente, il caso, il desiderio di infinito, anche la morte, non vengono meno né negli individui né nella società. E questo continuo ripresentarsi del reale – in nessun modo governato ma lasciato a se stesso – genera l’odio antipolitico tipico del nostro tempo, un diffuso risentimento contro le istituzioni democratiche, che spinge a destra i delusi dalla mancata promessa neoliberale che aveva fatto credere di poter eliminare il reale dalle nostre vite.

La speranza sta allora nella proposta di una democrazia che sappia confrontarsi con il reale e i suoi fantasmi, sapendo trarre da questi la possibilità di una vita più piena, in grado di spezzare la spirale tra la delusione e il risentimento. Si tratta di una vita in cui non si impongono regole, virtù civiche o comportamenti sobri ma in cui, anzi, si cerchi di seguire il proprio desiderio, la propria sete di infinito per la quale nessun godimento compulsivo può bastare. La proposta di un tale tipo di vita e di democrazia, fondato sull’elaborazione del reale, può rispondere oggi, da un lato, all’insofferenza per le regole e l’autorità e, dall’altro, al bisogno di protezione dalla paura e dall’insicurezza. 

Il problema della sinistra e di tutti coloro che hanno a cuore la democrazia non dovrà essere quello di una ripresa socialdemocratica tramite la quale cancellare le paure e rassicurare dall’incertezza, con beni materiali e protezione sociale. L’obiettivo dovrebbe essere invece quello di ripristinare un vero campo democratico in cui assumere l’indeterminazione, l’incertezza e la paura, costitutive dell’ontologia umana, per pensare e fondare la libertà. All’interno di una siffatta idea di democrazia sarà quindi possibile riproporre il tema della giustizia e della solidarietà sociale, della giusta proporzione e misura nella retribuzione del lavoro di tutti e della lotta contro ogni tipo di sfruttamento. Solo in una democrazia amata come necessaria alla vita, e all’elaborazione del suo mistero, potranno rinascere il conflitto sociale e persino la lotta di classe.