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Bergoglio avvia il processo di pace nell’islam

In Iraq il papa ha gettato le basi perché l’incontro tra le grandi religioni, nel nome di una comune cittadinanza, possa garantire una forma civile di convivenza: sarebbe la fine della moderna “guerra dei trent’anni” in Medio Oriente

9 Marzo 2021 Riccardo Cristiano  918

Una diffusa storiografia araba invece che di “crociate” preferisce parlare di “guerre dei Franchi”. Non al papa dell’epoca, infatti, attribuiscono quelle guerre, ma ai re franchi che ne ebbero vantaggio a discapito dell’impero cristiano bizantino. Anche il papa ne ebbe beneficio, essendo franco di origini e riducendo il peso del patriarca di Costantinopoli; ma questa storiografia araba attribuisce peso prevalente alle scelte politiche e militari dei re franchi. Eppure, non fu il papa a invocare la prima crociata al grido di “Dio lo vuole”? Così risulta; ma in quel discorso, pronunciato al Concilio di Clermont nel 1095, papa Urbano II disse parole forse più importanti, che i re franchi capirono bene: “Questa terra che voi abitate, serrata d’ogni parte dal mare o da gioghi montani, è fatta angusta dalla vostra moltitudine, né è esuberante di ricchezza e appena somministra di che vivere a chi la coltiva. Perciò vi offendete e vi osteggiate a vicenda, vi fate guerra e tanto spesso vi uccidete tra voi. Cessino dunque i vostri odi intestini, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni dissenso e ogni inimicizia. Prendete la via del santo Sepolcro…”. Non si spinge, nella versione ufficiale, a parlare di umane ricompense anche in nome di interessi di sicurezza immediata e maggiore benessere futuro, ma l’intento sembra evidente. 

Se si guarda con lo stesso distacco alla terribile guerra dei trent’anni che dilaniò l’Europa nel Seicento, potrà emergere l’idea che in conflitto ci fossero usi politici delle religioni, a cominciare da quello dell’imperatore asburgico. Di tutto questo, però, in occasione del viaggio del papa in Iraq si è parlato poco. Sembra normale, ma una diversa comprensione del rapporto tra religione e politica conta. Il mondo islamico è percorso da una guerra tra opposti imperialismi, determinati a conquistare lo spazio islamico. Un impero è quello persiano, oggi iraniano, che ha nella versione sciita dell’islam (deturpata dall’eresia khomeinista, cioè teocratica) la sua religione di Stato. L’altro è quello saudita, che ha nella versione sunnita dell’islam (deturpata dall’eresia wahabita) la sua religione. Per una di quelle strane coincidenze della storia, questa guerra dura ormai proprio da trent’anni, da quando si innescò la guerra tra integralismi islamici. La vittoria antisovietica dei mujaheddin in Afghanistan, sostenuti dai sauditi, fu sfidata, nel giorno stesso del ritiro sovietico, dalla fatwa khomeinista contro Salman Rushdie: la guerra dei trent’anni per la conquista dell’islam è cominciata allora. Ed è stata combattuta ricorrendo a terribili milizie, che hanno seminato morte e distruzione in tutto lo spazio che va dall’area del Golfo persico al Mediterraneo. 

I problemi sono aggravati da tanti altri interessi e coinvolgimenti, ma chi ha deciso di cominciare a risolvere il problema cercando di scoprire i volti politici degli imperialismi nascosti dietro usi deformati delle fedi è stato un vescovo di Roma, Jorge Mario Bergoglio. Andando nella sede della principale università islamica sunnita al-Azhar, nel 2017 al Cairo, ha creato le condizioni per la firma con il suo rettore, nel 2019, del documento sulla fratellanza. Questo documento, per il quale tutti i fratelli sono uguali davanti a Dio e quindi anche tra loro, fonda la scelta dell’uguale cittadinanza a prescindere dalla religione del governante. Con il suo pellegrinaggio in Iraq, Bergoglio ha portato questi valori e questa visione nella città santa di tutti gli sciiti del mondo, a Najaf. Incontrando l’ayatollah al-Sistani si è sentito dire: “Gli uomini sono o fratelli per religione o uguali per creazione. Nella fratellanza è l’uguaglianza, ma sotto l’uguaglianza non possiamo andare”. Il principio è fissato, sebbene in termini generici, ma è fissato, e dopo solo mezz’ora di colloquio. C’è dunque la possibilità concreta di valutare un viaggio del genere, salutato ufficialmente con entusiasmo dall’imam di al-Azhar, prescindendo da questo ruolo di facilitatore di una sconfessione pan-islamica dell’uso politico della religione a fini di conquista?  

In ballo c’è il futuro della pace: non solo in Iraq ma in tutto lo spazio mediterraneo. Solo l’incontro tra le grandi religioni nel nome della comune cittadinanza, cioè della sovranità dello Stato nel rispetto dell’identità di ogni cittadino, può garantire una forma civile di convivenza. Il sogno della fratellanza umana Bergoglio non può realizzarlo da solo; ma l’impresa che ha avviato è sorprendente, anche per la rapidità con cui rende concreti processi che sembravano impensabili. 

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