Quaranta anni dopo la strage alla stazione di Bologna siamo qui ad aspettare gli esiti di un processo cruciale, quello sui mandanti. Ieri si è svolta la terza giornata di udienza preliminare del nuovo filone dei processi: imputati con richiesta di rinvio a giudizio sono Paolo Bellini, ex Avanguardia nazionale, ritenuto un esecutore della strage, in concorso con i terroristi dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) già condannati, insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi, tutti deceduti e ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori dell’attentato. Richiesta di giudizio anche per l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel e l’ex generale del Sisde Quintino Spella (leggi l’articolo sul Fatto Quotidiano), che è morto recentemente e, per depistaggio, Domenico Catracchia, amministratore di condominio di immobili in via Gradoli a Roma per false informazioni al Pm al fine di sviare le indagini.  

Sono davvero tanti quaranta anni. Ma non è mai tardi per la verità, o per prendere coscienza del vuoto collettivo creato dall’ondata stragista. Tanti lutti, tanta feroce violenza spesso senza colpevoli, quasi sempre senza rivendicazioni, un caos permanente e una coltre pesante di mistero attorno ai responsabili: impossibile “elaborare” una strage, non solo per chi ha visto morire una persona cara ma anche per coloro che l’hanno patita da lontano. La strage è un fatto politico, perché è la manifestazione più feroce di un potere e del suo boia che colpisce tutti, anche chi non passa di lì: se è impossibile dare un volto a quelle persone, l’evento resta sospeso nella vita del Paese. Pensiamo ai familiari dei desaparecidos argentini sequestrati in massa dalla dittatura militare: non possono superare il proprio lutto perché non sanno nulla dei loro cari. Potrebbero anche tornare un giorno, apparire in fondo ad una strada, scendere da un’auto che li porta verso casa. Perché le persone non spariscono, muoiono ma non spariscono, niente sparisce, e quando succede non te ne fai una ragione.

Ecco perché l’intenso lavoro investigativo svolto di recente dagli organi giudiziari di Bologna ci riguarda ed è attuale: il suo esito potrebbe spiegare i progetti degli stragisti e dare un nome preciso, un volto, agli ambienti, se non più alle singole persone – visto il tempo trascorso – responsabili di aver architettato quell’atto di barbarie. Se tutto non è perduto, se l’oblio non ha sommerso quelle anime, è grazie all’agguerrito pool di avvocati e esperti guidati dalla storica Associazione dei familiari delle vittime oggi presieduta da Paolo Bolognesi. Il loro lavoro è stato essenziale per due motivi: da un lato ha impedito che si chiudesse in un cassetto o svanisse nella retorica delle cerimonie il significato della strage del 2 agosto e poi, più concretamente, nella ricerca dei documenti per la quale è stata fondamentale la digitalizzazione dei vecchi atti giudiziari o di altre carte prodotte in questi anni, una sorta di nuova “arma” investigativa. Siamo dunque giunti ad oggi: oltre ai tre colpevoli accertati, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini, è stato condannato in primo grado un quarto uomo, Gilberto Cavallini (leggi l’editoriale su Domani).

Ma è dall’inchiesta svolta dalla Procura generale che ci si aspetta un contributo di comprensione decisivo. I magistrati hanno seguito il vecchio adagio caro a Giovanni Falcone: follow the money. Infatti, partendo da un documento sequestrato nel 1982 a Licio Gelli e mai fino ad ora esaminato, avrebbero ricostruito il passaggio di denaro, tanto denaro, finito nelle tasche dei terroristi: il collettore era Licio Gelli, capo della loggia massonica P2. Sapremo nel corso del processo se ci saranno sufficienti prove per inchiodare i nuovi imputati.

Il coinvolgimento di Paolo Bellini, sicuramente in stretto contatto con Cavallini, come emerge dalle agende di quest’ultimo e con Stefano Menicacci, storico avvocato di Delle Chiaie, il capo di Avanguardia nazionale, è interessante. Per il personaggio e per le implicazioni. Estremista nero ben noto alle forze dell’ordine, militante del Fronte della Gioventù e poi in An, Bellini confessa nel 1999 l’omicidio del giovane militante di Lotta Continua Alceste Campanile avvenuti il 12 giugno del 1975; nel 1976 scappa in Brasile assumendo l’identità di Roberto Da Silva con la quale per ben sei anni va e viene dall’Italia e nel resto del mondo grazie a “notevoli coperture e aiuti che fanno capire quanto egli fosse protetto e quindi importante negli ambienti (e per gli ambienti ) che lo coprivano” (Motivazioni della Sentenza di I Grado di condanna di Gilberto Cavallini, pag., 1135).

Bellini è a Bologna il giorno della strage ma riesce a togliersi di torno gli inquirenti orchestrando un falso alibi, spalleggiato dal suo clan familiare in cui spicca la figura del padre, Aldo Bellini, proprietario di un albergo presso la Mucciatella, una località sulle colline di Reggio Emilia, anch’egli noto estremista nero e molto legato all’allora procuratore di Bologna, Ugo Sisti: cosa fa quest’ultimo nell’immediatezza della spaventosa strage che ha messo in ginocchio la città? Si precipita senza auto di servizio né scorta e senza lasciare il suo temporaneo recapito proprio alla Mucciatella, dove pernotta senza essere naturalmente registrato dal suo amico Aldo.  Il relax viene interrotto nelle prime ore del mattino del 4 agosto da agenti della Polizia di Reggio Emilia che, conoscendo bene la Mucciatella e i traffici di Paolo Bellini, decidono di fare una perquisizione. Non si aspettano di trovare Sisti che non fa una piega: “sono venuto a prendere un po’ di fresco”, si giustifica. Qualche dubbio sul procuratore e quel sinistro consesso post-strage è lecito: emerge subito che pur sapendo della falsa identità assunta da Paolo Bellini e di altri suoi gravissimi reati (tentato omicidio, rapina, porto e detenzione illegale di armi) non lo denuncia: è prosciolto dalle accuse ma dalle motivazioni delle sentenze “emergono particolari a dir poco sconcertanti”, scrivono oggi i giudici. Sisti è un personaggio davvero inquietante ma ciò non gli impedisce di essere nominato ad un altissimo incarico, tra i più delicati nell’ambito del mondo giudiziario, quello di capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.

Da lì decide, ad esempio, di spostare Pierluigi Concutelli, famigerato capo militare di Ordine nuovo, nel carcere di Novara dove il nero ucciderà Ermanno Buzzi, testimone chiave nelle indagini per la strage di Brescia; di lì aprirà le porte del carcere di Ascoli Piceno a camorristi e spie di ogni ordine e grado durante lo sporchissimo affare delle trattive per la liberazione dell’assessore campano Ciro Cirillo; di lì inviò nel carcere di Sciacca in Sicilia proprio Paolo Bellini, arrestato per un traffico di opere d’arte in Emila. Perché proprio Sciacca? Non si sa ma è certo che Paolo Bellini in quel penitenziario lontano dalla sua terra divide la stanza con un boss importante, Nino Gioè. Resta a Sciacca dal 3 settembre 1981 al 9 novembre successivo, poi viene spostato nel carcere di Palermo. Insieme a lui c’è sempre Nino, l’uomo chiave dell’ondata stragista della mafia tra il 1992 e il 1993. Paolo e Nino parlano molto, diventano amici e quando Nino viene fatto trovare morto nella sua cella, accanto a lui c’è un biglietto: “chiedete a Paolo Bellini”, un uomo la cui biografia sembra scritta per il copione di un film ma è vera e assomiglia tanto a quella degli “irregolari”, agenti mercenari che intervengono qui e lì, una di quelle “faccia da mostro” difficile da incastrare. (continua)

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