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In Danimarca il governo socialdemocratico deporta i rifugiati

Sinistra e donna non sono sempre sinonimo di virtù. Siamo al politicamente scorretto? Può darsi. Ma purtroppo quello che succede in Danimarca sembra confermare...

Il Sudan ritorna al mondo di ieri

Che cosa è successo in Sudan? Quel che avevano detto i gruppi di attivisti e sindacati impegnati nella rivoluzione che voleva costruire la democrazia a tappe a Khartum: “C’è aria di golpe, ma un ritorno al passato sarà impossibile”. La troika che ancora decide i destini del Sudan – Arabia Saudita, Egitto ed Emirati arabi uniti – deve aver ritenuto che l’aria di golpe era autentica, visto che a progettarlo erano loro stessi, ma sull’impossibilità del ritorno al passato ci si sarebbe chiariti col tempo. D’altronde uno scenario analogo è stato impostato in Tunisia, con il “colpo di mano” del presidente Saïd. I grandi sommovimenti del 2011 e del 2019 sono alle spalle; e appunto i loro simboli vincenti – cioè Tunisia e Sudan – dovevano diventare i simboli evidenti di un ritorno al mondo di ieri.

I tempi probabilmente erano maturi anche per motivi interni al Sudan: c’era infatti l’ipotesi di un passaggio, di qui a un mese, della guida del governo a un esponente non più dei militari ma dei civili. Un fatto storico per un Paese governato ormai da decenni dai militari. Ma questo non basta a capire. Il grande riassetto è regionale, e non parte solo da questi due golpe, passa anche dalla prospettata riammissione di Bashar al-Assad nella Lega araba e dall’individuazione di un punto di “compromesso” in Iraq. È il supposto “processo di pace” tra sauditi e iraniani, che vorrebbe arrivare a dare almeno una degna sepoltura ai non molti yemeniti rimasti in vita.

Al-Sisi: siamo tutti per il modello cinese

"Approccio dittatoriale". Sono le accurate parole che il presidente egiziano al-Sisi ha scelto per definire la visione di quei Paesi che gli chiedono di...

Zaki, non soltanto lui

Patrick Zaki punta l’indice contro il regime egiziano. Motivo: le discriminazioni contro il suo gruppo religioso, i copti di fede cristiana, originari proprio dell’Egitto....

Siria, verso la rielezione di Assad

Ancora poco e si chiuderanno i seggi nell’ampia parte di Siria in cui oggi si vota per il presidente della Repubblica. Niente elezioni nei...

Dopo il video su Regeni, il suo non può restare un...

Il cosiddetto documentario su Giulio Regeni, fatto con ogni evidenza dai servizi egiziani, contiene dei livelli di pregiudizio e disprezzo in cui non voglio entrare, per una sorta di pudore misto a orrore. Ma proverò comunque, edulcorando un po’, a spiegare perché, a mio avviso, è un documento importante per noi, al fine di cogliere i lati deboli della nostra psicologia collettiva, sui quali chiaramente il video lavora. Anche per il senso di fastidio umano e civile che ispirano alcune delle tesi esposte, non farò alcun nome, omettendone il dato più sconvolgente. Mi limiterò a individuare i messaggi subliminali inviati agli egiziani e a noi, la tesi di fondo e il significato dell’operazione.

Cominciamo dai messaggi, così chiari da potersi definire “veleni evidenti”. Il messaggio che reputo indirizzato agli egiziani viene spiegato all’inizio. La voce narrante accompagna colui che interpreta Regeni, ripreso mentre arriva all’aeroporto del Cairo, soffermandosi con enfasi sui nomi dei vari paesi che ha visitato, per poi indugiare, facendo una lunga pausa dopo aver pronunciato con enfasi particolare il nome dell’ultimo paese citato: Israele. Successivamente, si vede Regeni arrivare a casa e prepararsi il suo caffè preferito: “un caffè americano”. Il dettaglio è incredibilmente lungo, protratto e ripetuto sin quasi al ridicolo. Va bene, prende un caffè americano, e allora? Insieme al dettaglio precedente, l’aver visitato Israele, si intende coinvolgere lo spettatore egiziano, veicolandogli un messaggio subliminale. Serve spiegare? Sì: e lo fa un italiano che accetta di completare la tesi nel più forzato dei modi. Si presenta in termini davvero “esuberanti” l’università per la quale lavorava Regeni, Cambridge. La tesi è che Cambridge sia una “notoria fabbrica di spie”. È il messaggio interno, sembra chiaro.

Per una politica internazionale dei diritti umani

L’Italia non si distingue certo per la sua politica dei diritti umani. È il decimo esportatore di armi nel mondo; fa accordi con le bande armate che in Libia catturano e torturano i migranti (e Draghi di recente, con involontario sarcasmo, è arrivato a elogiare i “salvataggi in mare” della guardia costiera libica); all’Onu vota contro una risoluzione che intendeva denunciare il concetto di “embargo”, un modo per fingere di sanzionare i potenti colpendo gravemente le popolazioni… Però, a essere sinceri, non un solo paese al mondo può dirsi del tutto esente da critiche sotto il profilo dei diritti umani; mentre una politica incentrata su questi non potrebbe che avere un carattere internazionale.

Se il mondo fosse diverso, di diritti umani non ci sarebbe neppure il bisogno di parlare: sarebbe semplicemente scontato che le controversie non si risolvono con le guerre, che la vita e la dignità delle persone vanno sempre rispettate, che i migranti sono nel loro pieno diritto quando si spostano da una zona del globo a un’altra, e così via. Tutto ciò rientra nel progetto illuministico di una “pace perpetua”. Un obiettivo perseguibile – come ben sapeva Kant – solo all’interno di una confederazione mondiale di Stati basata sul diritto internazionale: oggi, in sostanza, rendendo operante nella realtà ciò che l’Onu esprime unicamente in linea di principio. Negli anni passati, invece, si è assistito perfino a una strumentalizzazione, da parte dei paesi occidentali, del diritto internazionale: con la dubbia nozione di “ingerenza umanitaria”, si è data una verniciatura ideologica a vere e proprie guerre di aggressione.

Egitto, quella “rivoluzione introvabile” del ventunesimo secolo

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