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Home » Articoli » In Danimarca il governo socialdemocratico deporta i rifugiati

In Danimarca il governo socialdemocratico deporta i rifugiati

La politica della premier Mette Frederiksen non fa altro che peggiorare la già confusa e indefinita posizione europea sul tema

4 Febbraio 2022 Vittorio Bonanni  2458

Sinistra e donna non sono sempre sinonimo di virtù. Siamo al politicamente scorretto? Può darsi. Ma purtroppo quello che succede in Danimarca sembra confermare quanto scritto. La coalizione di governo guidata dal 2019 dalla premier socialdemocratica Mette Frederiksen, sostenuta dai liberali di Venstre, fin dall’inizio non ha avuto dubbi su quale politica intraprendere sul tema dell’immigrazione. Sempre meno rifugiati, possibilmente nessuno. Anche quelli siriani rispediti in patria perché per i danesi “Damasco è ormai un luogo sicuro”. E per raggiungere quest’obiettivo non proprio solidale Copenaghen ha ottenuto, a suon di soldi, la disponibilità di Paesi più poveri disposti a ospitare gente che fugge dalla guerra e dalla povertà per arrivare in uno dei Paesi più ricchi del mondo, che però non vuole essere più infastidito da questi rompiscatole.

Dicevamo dell’accordo stipulato con Paesi prevalentemente africani. Si chiama “trattamento esterno delle domande d’asilo”, misura approvata il giugno scorso dal parlamento con 70 voti favorevoli e 24 contrari. Questa legge consiste nel trasferire il più lontano possibile tutti coloro che chiedono asilo nel piccolo Paese scandinavo. Chi arriverà a Copenaghen verrà immediatamente trasferito in uno dei Paesi che potremmo definire “partner”. Se il governo danese darà il via libera all’asilo sarà appunto questo Paese a ospitare definitivamente il rifugiato. Altrimenti verrà rimpatriato. Una sorta di deportazione che vede un essere umano sballottato qua e là per il mondo alla stregua di un pacco. E in ogni caso, a prescindere dalla decisione che verrà presa, a Copenaghen non tornerà mai.

Ma quali sono i Paesi disposti ad assecondare questa politica? C’è il Ruanda, situato a diecimila chilometri di distanza dalla Danimarca, che riceverà 21,6 milioni di corone danesi (circa tre milioni di euro) per realizzare un campo profughi nel suo territorio. È facile immaginare come questi poveretti vivranno in un Paese che già fatica a garantire condizioni di vita dignitose ai propri cittadini, e che già ospita 130mila profughi dal Burundi e dal Congo, oltre a 500 migranti trasferiti dai centri libici in base a un accordo Onu. Altre trattative sono in corso con Etiopia – Paese in guerra –, Egitto e Tunisia.

Stesso trattamento potrebbe essere riservato ai detenuti stranieri che la Danimarca non vuole più nelle proprie prigioni. L’intenzione non è quella di rimpatriarli, misura sempre discutibile in quanto spesso i Paesi di provenienza non sono in grado di garantirne la sicurezza, e tuttavia più comprensibile. Bensì, anche in questo caso, di spostarli nelle prigioni di altri governi bisognosi di soldi. È il caso del Kosovo. L’accordo, che deve essere approvato dai parlamenti dei due Paesi, prevede la detenzione dei prigionieri nel carcere di Gjilan, a circa 200 chilometri da Pristina, la capitale del piccolo Paese balcanico, dove sono pronte 300 celle per chi arriverà dalla Danimarca.

Non bisogna avere troppa fantasia per immaginare quale possa essere la differenza tra le carceri danesi, pulite e accoglienti nei limiti del possibile, e quelle kosovare, dove maltrattamenti, corruzione e violenze di ogni tipo sono all’ordine del giorno. Con un sarcasmo inqualificabile il ministro della Giustizia danese ha affermato che “le visite dei parenti saranno sempre possibili anche se certo la distanza non aiuterà”. Queste misure hanno prodotto un inevitabile calo dei richiedenti asilo: dai 21mila del 2015 ai 1500 del 2020, e solo 601 hanno ottenuto l’asilo, il numero più basso degli ultimi trent’anni. 

Non è la prima volta che governi danesi adottano misure razziste e xenofobe. Durante l’esecutivo di destra di Lars Lokke Rasmussen (2015-2019) l’allora ministra dell’immigrazione Inger Stoejberg prese, tra le tante misure vessatorie nei confronti degli immigrati, un provvedimento che permetteva alle autorità di separare le coppie di rifugiati siriani. Una misura, anche questa, unica nell’Unione europea e definita illegale dalla giustizia danese, che l’ha condannata a due mesi di reclusione.

Naturalmente questi provvedimenti, che ricordano più le politiche sovraniste di un Trump o di un Salvini che quelle di una socialdemocrazia nordeuropea, hanno destato preoccupazione in più ambiti. A cominciare dal Danish Refugee Council, la cui segretaria generale Charlotte Slente, in una recente intervista rilasciata alla rete Civicus, ha dichiarato che “il governo della Danimarca non sta facendo nulla per affrontare il crescente bisogno globale di protezione”, aggiungendo inoltre che “l’idea di esternalizzare l’asilo e la protezione dei rifugiati è irresponsabile e priva di solidarietà. C’è una forte discrepanza – ha sottolineato Slente – tra ciò che la Danimarca fa a livello internazionale e nazionale. Come assistenza allo sviluppo ha uno dei migliori sistemi al mondo, ma, a livello nazionale, sembra muoversi nella direzione opposta. Un governo concentrato sulla protezione delle frontiere piuttosto che sui diritti delle persone. I rifugiati e gli esiliati devono sapere però che ci sono persone e organizzazioni preoccupate per la loro situazione, che simpatizzano con loro e cercano di aiutarli in tutti i modi possibili”. 

Forti preoccupazioni sono emerse anche all’interno delle grandi organizzazioni internazionali ed europee. “La legge danese – ammonisce Filippo Grandi dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) – è contraria ai principi della cooperazione internazionale in materia di rifugiati”, e rischia di innescare un effetto domino: “Altri Paesi in Europa – aggiunge Grandi – e nelle regioni vicine esploreranno la possibilità di limitare la protezione dei rifugiati sul proprio suolo”. Timori condivisi anche dalla Commissione europea secondo cui la legge “è incompatibile con le attuali regole dell’Ue e con la proposta del nuovo Patto per le migrazioni”, il quale “è basato sul diritto d’asilo come diritto fondamentale dell’Unione”.

E a proposito di Europa la politica danese in materia di migranti non fa altro che peggiorare la già confusa e indefinita politica del vecchio continente, dove, se da un lato ancora vige il Trattato di Dublino – secondo cui è lo Stato di primo approdo del migrante che deve far fronte al “sistema” accoglienza, domanda d’asilo inclusa, con tanto di penalizzazione dei Paesi mediterranei –, dall’altro, sia pure per ragioni diverse, ci sono gli ex membri del Patto di Varsavia e quelli dell’ex Jugoslavia che si rifiutano di accogliere chicchessia, con respingimenti feroci alle frontiere con la Bielorussia o la Bosnia.

Il comportamento della Danimarca rende ancora più urgente una ridefinizione delle linee guida della politica europea in termini di migrazioni, e al tempo stesso complica terribilmente il raggiungimento di questo obiettivo. Anni fa, non avremmo certo immaginato che uno dei Paesi più democratici e avanzati del continente potesse mettere i bastoni tra le ruote su una battaglia di civiltà come quella dell’immigrazione, che aveva fatto dei Paesi scandinavi un modello nei decenni scorsi. Ma, si sa, tutto cambia, e non sempre in meglio.  

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