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Home » Zzz-ripubb » Articoli » Il virus ha mutato i termini del conflitto sociale e politico

Il virus ha mutato i termini del conflitto sociale e politico

31 Dicembre 2021 Michele Mezza  2726

(Questo articolo è stato pubblicato il 22 novembre 2021) Il virus si è ormai insediato nelle maglie della nostra società, aderendo non solo al nostro bagaglio genetico, ma sfruttando esattamente le caratteristiche socio-antropologiche dell’attuale stile di vita, basato sulla mobilità frenetica e sulla convivialità diffusa. Mentre istituzioni e società civile provano a divincolarsi dalla morsa dell’emergenza – resettando la problematica, derubricando l’evento a crisi momentanea –, si continua a discutere di altro: di Quirinale, di elezioni, e si misurano i provvedimenti sul green pass solo nella chiave delle possibili conseguenze sulle basi di consenso delle diverse forze politiche. Ma si ignora la talpa che scava sotto i nostri piedi, rendendo friabili le fondamenta della democrazia e stressando un gioco di poteri che offusca la trasparenza del conflitto politico.

Perfino “Limes”, una delle sedi più accreditate di “pensiero lungo” sulle strategie geopolitiche celebra, con un numero speciale e un forum a Genova, “la riscoperta del futuro”, ignorando completamente, nelle sue dotte argomentazioni, la variabile Covid-19. Sembra di essere all’imbrunire del 14 luglio del 1789, quando un sereno Luigi XVI annotava nel suo diario: “Niente da segnalare oggi”.

Proprio la dinamica della presa della Bastiglia, con il suo straripante valore emblematico di tornante storico di un’intera epoca, dovrebbe consigliare agli strateghi geopolitici in servizio permanente effettivo una riflessione più meditata su quanto ci sta capitando, soprattutto per effetto di quali intrecci di forze, interessi e identità. Gli storici dicono che in quella mattinata estiva il comandante del famoso carcere parigino, marchese Bernard-René de Launay, commise due errori che causarono la sua rovina dinanzi agli insorti: sottovalutò la forza degli avversari e poi, quando si decise a una tardiva trattativa, ne sopravvalutò la generosità. Non fu capace né di combattere né di convivere. Esattamente i due errori che continuano a fare politica e tecnici dinanzi al contagio: poca determinazione nel contrasto ed eccessiva fiducia nell’affievolimento della carica distruttrice del virus.

Come spiegare le ricorrenti e ormai caricaturali illusioni sulla fine della crisi che ormai si susseguono ai momenti di disperazione per il ritorno dell’epidemia? Un riflesso condizionato spiegabile, forse, solo con l’inconsapevole rifiuto di prendere atto della necessità di ripensare radicalmente forme organizzative, modelli gestionali, categorie sociali e assetti gerarchici per fronteggiare un virus che non se ne va.

Un irrequieto geopolitico quale George Friedman, non a caso, parla di “pensiero prismatico” come capacità di scomporre i piani di visuali per individuare forze e potenze che stanno riclassificando il conflitto politico. E vede  proprio nel coronavirus, oggi, l’origine di una paura che reimpagina i poteri e gerarchizza in maniera del tutto inedita i soggetti della storia. Uno sbandamento indotto anche dall’affiorare di precedenti ansie, quali per esempio quelle riguardanti i processi di automatizzazione. Questa di un’ibridazione fra tecnologia e pandemia è la radice del ragionamento di Friedman, che percepisce come stia mutando di sede il potere di dichiarare lo stato di emergenza (tanto per rifarci alla definizione di scuola di Carl Schmitt), il quale si sposta sempre più verso gli apparati dei saperi scientifici. Oggi è la tecnologia – meglio ancora, la capacità di generare, accreditare ed elaborare i dati – che giustifica le decisioni e canalizza le forme di vita distanziata e immunizzata che stiamo rendendo endemiche.

L’accoppiata virus-algoritmi determina un nuovo scenario in cui, forse per la prima volta, i poteri visibili e materiali si trovano del tutto soverchiati e subornati da entità che non riusciamo ad afferrare, tanto meno a sanzionare. Un quadro che vede indietreggiare la politica, più ancora la democrazia, con le sue forme di partecipazione sempre meno attive e sentite, con le sue organizzazioni di massa sempre più inerti e ambigue. Paradossalmente, più l’infezione si rivela una variante del conflitto sociale più si desertifica il panorama dei confliggenti, che diventano moltitudini plebiscitarie e irredentiste nei confronti di ogni idea di progresso civile.

Il caleidoscopio sociale in cui applicare il pensiero prismatico di Friedman è sempre più rutilante: le piazze dei “no vax”, i portuali di Trieste, le scorrerie contro la Cgil, ma anche l’indecifrabile meraviglia della stessa confederazione per essere bersaglio dei neofascisti, come appare dallo stupore della segretaria generale della Fiom, Francesca Re David, che constatava come “anche noi siamo contro il green pass”. O il formarsi di un fronte di sinistra anti-repubblicana, che raccoglie aree eversive e corsare di un’intellettualità neodannunziana.

Nel discrimine fra questi due campi – “no vax” e difesa dello spazio pubblico di una sanità comunitaria – sta l’affermarsi di un braccio di ferro fra una concezione neoproprietaria della salute di contro a una visione pubblica e collettiva della cittadinanza. Una frontiera su cui sembra logorarsi la vittoria democratica contro Trump, nel centro dell’impero americano; e in Europa appare fragile la proverbiale stabilità austro-tedesca, mentre Francia e Inghilterra procedono a tentoni assediate periodicamente da ondate di infezioni.

La politica esorcizza e considera la pandemia solo un problema da mitigare con la spesa pubblica. In realtà la tragedia, che torna a riempire gli ospedali della parte ricca del mondo, reclama interventi e misure più radicali. Vanno colte le connessioni profonde del fenomeno sanitario con le strutture sociali e politiche del momento.

Richard Horton, il direttore della prestigiosa rivista scientifica “The Lancet” parla in un suo saggio della pandemia come sindemia, ossia di un processo generato e amplificato da disuguaglianze e squilibri sociali e ambientali. Non riparabile solo con un contenimento vaccinale della malattia: premessa e conseguenza di ogni strategia, ma mai esclusiva misura di contrasto all’infezione.

La proposta che con Andrea Crisanti suggeriamo in Caccia al Virus (Donzelli editore) è sintetizzabile nello slogan: “innanzitutto vaccini, ma non solo vaccini”. Un modo per dire che oggi è indispensabile elaborare strategie di sorveglianza territoriale e di welfare sanitario, che integrino la difesa vaccinale con procedure quali il testing di massa, il tracciamento georeferenziato, il sequenziamento di tutti i tamponi fatti. Senza queste misure, saremo ancora vulnerabili; e ci costringeremo a una dipendenza pericolosa da vaccini ancora non completamente stabili né nella durata né nella perfetta funzionalità su campioni cosi vasti di miliardi di persone.

Non sono tecnicalità, ma l’effetto di una visione del welfare che riscopre l’ispirazione di uno Stato che cura e non amministra, che assiste e non vaccina soltanto. Una nuova forma di contrapposizione fra destra e sinistra, che sembra così desueta ed è invece oggi la vera riscoperta del futuro.

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