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Home » Editoriale » Legge elettorale: destra in cerca di un accordo, centrosinistra in affanno

Legge elettorale: destra in cerca di un accordo, centrosinistra in affanno

29 Giugno 2026 Stefania Limiti  995

Dopo un inutile tour de force in Commissione Affari costituzionali, dove sono stati contingentati i tempi del dibattito e letteralmente gettato nel cestino un buon numero di emendamenti, quelli delle opposizioni e alcuni critici (come quello sull’introduzione delle preferenze) della stessa maggioranza, la destra ha fatto approvare il testo della legge elettorale in Aula con un cronoprogramma velocissimo. Ipotesi di approvazione definitiva in Senato prima della pausa estiva, a fine luglio-inizio agosto. 

Se davvero riuscissero a bruciare i regolamenti e a raggiungere questo risultato, sarebbe una dichiarazione di immediato ritorno alle urne, probabilmente già in ottobre: Giorgia Meloni in questo modo sfiderebbe le urne senza dare un adeguato tempo di organizzazione al suo più temibile avversario, il gruppo di Vannacci, al quale ha già riservato affettuose aperture, e soprattutto senza darlo al centrosinistra, che ancora mena il can per l’aria. E non è finita: in quel modo eviterebbe il giudizio della Consulta, che può intervenire sulla futura legge solo in via incidentale, cioè se il dubbio di costituzionalità sorge durante un processo, facendo scattare il ricorso da parte del tribunale. Il fattore tempo torna a favore della furba Meloni. E però non tutto è risolto dentro la destra, che, a dispetto di questa frenesia, sta cercando ancora la quadra attorno a questioni spinose. La prossima settimana – hanno fatto trapelare fonti parlamentari – dovrebbe tenersi una riunione tecnica per fare il punto. 

Ma facciamo un passo indietro: lo scorso venerdì, come dicevamo, è stato approvato dalla Commissione Affari costituzionali della Camera il testo di una proposta di legge elettorale detta Melonellum – tra le opposizioni c’è chi la chiama Miraggellum, perché la destra vede all’orizzonte una vittoria impossibile nel Paese, o Vampirellum, per la sua spietata forza di tagliare le teste degli alleati a tutto vantaggio di Fratelli d’Italia. La proposta supera l’attuale legge di stampo maggioritario, introducendo la proporzionale per l’assegnazione dei seggi ed eliminando i collegi uninominali; introduce un premio di governabilità destinato alla lista o alla coalizione vincente a determinate condizioni: scatterà soltanto se la lista o la coalizione più votata raggiungerà almeno il 42% dei voti validi sia alla Camera sia al Senato. In tal caso, saranno attribuiti 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato. Se la soglia non sarà raggiunta, oppure se il soggetto più votato sarà diverso tra i due rami del parlamento, il premio non verrà assegnato, e tutti i seggi saranno distribuiti con metodo proporzionale.

La riforma elimina i 142 collegi uninominali della Camera e i 67 del Senato, trasferendo i relativi seggi ai collegi plurinominali. Restano invece in vigore le discipline particolari per Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, dove continuano a essere previsti collegi uninominali per garantire – si dice – la rappresentanza delle minoranze linguistiche; invariate le soglie di sbarramento: 10% per le coalizioni e 3% per le singole liste, con il meccanismo del ripescaggio della migliore lista sotto soglia all’interno di ciascuna coalizione, norma pensata espressamente come gentile omaggio all’inesistente partito di Maurizio Lupi, che, in questo modo, continuerà a essere artificialmente tenuto in vita; esentate dalla raccolta di firme per le prossime liste elettorali le forze che hanno un gruppo almeno in uno dei due rami del parlamento, al 31 dicembre scorso: norma anti-Vannacci – che “se ne frega”, dicono i più smaliziati, perché riuscirà a raccogliere le firme dovute ­– ma che trascina via anche la componente dei radicali di Più Europa, quelli di Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova, tra loro peraltro divisi; esclusa perfidamente la raccolta digitale perché lo Spid non darebbe garanzia di affidabilità, ha detto l’ineffabile ministra Casellati (quella della mozione su Ruby nipote di Mubarak, per intenderci), sollevando le ire delle opposizioni, che le hanno ricordato l’uso corrente dello Spid per affari delicati, o per la raccolta delle firme referendarie; le liste resteranno bloccate, nessun voto di preferenza, e saranno ancora consentite le pluricandidature, fino a cinque collegi plurinominali, oltre all’eventuale candidatura nella lista destinata al premio di governabilità. I partiti e le coalizioni, inoltre, dovranno indicare, nel programma elettorale depositato, il nome della persona proposta per l’incarico di presidente del Consiglio; il nominativo non comparirà però sulla scheda elettorale, compromesso introdotto all’ultimo minuto per stemperare le ire di Sergio Mattarella, le cui prerogative di presidente della Repubblica, riguardo alla scelta della persona incaricata di formare il governo, verranno comunque ridotte se non vanificate. Un testo pienamente anticostituzionale, come hanno spiegato fior di esperti durante le audizioni, a cui gli esponenti della destra, al massimo, hanno fatto spallucce. 

E tuttavia, nonostante questo sia il testo che la maggioranza si è affrettata a portare in Aula, restano alcuni nodi, soprattutto quello delle preferenze (perplessità esistono anche sulla modifica della ripartizione delle circoscrizioni estere). Fratelli d’Italia, dopo avere sbraitato per anni sulla necessità di ripristinarle, si vergogna ora di dire che non le vuole, perciò annunciano un loro specifico emendamento, con il quale rincorrere anche il gruppo neofascista di Vannacci; Lega e Forza Italia apertamente contrarie, come del resto quasi tutte le forze politiche. L’emendamento, se davvero ci sarà, dovrebbe essere votato a scrutinio segreto, come tutte le norme che riguardano le libertà. A quel punto, potenzialmente, potrebbero votarlo solo i post-missini, rompendo platealmente l’alleanza; oppure potrebbero votarlo, sempre con l’obiettivo di rompere l’alleanza, tra i banchi del centrosinistra, dove il terrore che alla fine passi è grande. Dunque, probabile che Meloni trovi alla fine, senza difficoltà, il modo per spiegare al suo “popolo” che le preferenze vanno per ora sacrificate.

Con buona pace di tutti, tranne che della democrazia, che sarà affondata da una legge elettorale che azzera la rappresentanza, perché chi l’ha scritta tiene soltanto alla governabilità. S’intende, non nell’interesse del Paese, ma solo del proprio potere.

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