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Il Guatemala alle elezioni

La novità, al primo turno, è data dall’affermazione di un candidato anti-corruzione, di tendenza socialdemocratica, che al ballottaggio potrebbe riportare alle urne un elettorato fortemente astensionista

28 Giugno 2023 Claudio Madricardo  1327

Il 20 agosto i guatemaltechi torneranno alle urne per scegliere chi, tra Sandra Torres Casanova e il deputato Bernardo Arévalo de León, sarà il nuovo presidente che governerà il Paese per i prossimi quattro anni. Sono questi i due nomi che hanno avuto la meglio sui ventidue aspiranti presidenti ammessi alla contesa dal tribunale elettorale che, in precedenza, non aveva avuto remore a escludere quei candidati che avrebbero potuto minacciare gli equilibri dell’establishment. Facendo così la volontà del conservatore Alejandro Giammattei, presidente uscente, accusato di corruzione e di avere avviato il Guatemala sulla pericolosa china dell’autocrazia, consapevole che la vittoria di un candidato estraneo ai circoli dominanti difficilmente gli avrebbe evitato di dovere rispondere delle sue malefatte di fronte a un tribunale, una volta cessato il mandato.

Mentre da tempo la magistratura ordinaria si è accanita contro José Rubén Zamora Marroquí – fondatore di “El Periódico”, il giornale che ha portato alla luce casi di corruzione statale e ha pubblicato numerose denunce di presunta corruzione contro Giammattei, riuscendo a farlo tacere definitivamente lo scorso 15 maggio, dopo trent’anni di vita politica –, il massimo organo elettorale del Paese ha precluso la candidatura prima a Thelma Cabrera, la leader di sinistra maya mam, che ha dato voce e speranza ai popoli indigeni (circa la metà della popolazione); poi a Carlos Pineda, l’imprenditore indipendente favorito dai sondaggi, e a Roberto Arzú, esponente di una famiglia di politici di destra, che si è caratterizzata come una forza di opposizione alle élite del Paese.

Una volta esclusi i candidati pericolosi, con motivazioni alquanto discutibili, la corsa delle presidenziali sembrava non presentare più alcun pericolo per la conservazione dello status quo, tanto più che, secondo tutti gli istituti demoscopici, la contesa pareva circoscritta alla Torres, a Zury Ríos, figlia del dittatore Efraín Ríos Montt, e a Edmond Mulet, un diplomatico di tendenze conservatrici. Il risultato era che l’uso del sistema giudiziario come arma, “nel mentre sta facendo partire alcune delle menti più brillanti del Paese e intimidisce coloro che rimangono” – come ha dichiarato al “New York Times” la professoressa Regina Bateson dell’università di Ottawa –, sembrava poter essere un’arma efficace per addomesticare il processo elettorale.

Non a caso gli esclusi dal voto di domenica avevano raccomandato l’astensione, considerando le elezioni un bluff. Il loro appello è stato in qualche modo ascoltato, dato che l’astensionismo viaggia attorno al 41%, e ha superato di tre punti percentuali quello verificatosi al primo turno del 2019. Di certo, il Guatemala è un Paese in cui l’astensione è tradizionalmente alta; ma se a quel dato si aggiunge il 17,41% del voto nullo, si ha il quadro completo del profondo disinteresse con cui i guatemaltechi guardano al mondo della politica, tanto più che chi ha annullato la propria scheda elettorale supera il 15,06% circa, ottenuto da Sandra Torres, il candidato più votato.

Torres è la leader dell’Unità nazionale della speranza (Une), un partito che, in origine, si definiva socialdemocratico, anche se la sua collocazione attuale lo situa nel centrodestra. Il suo partito conta sull’appoggio di potenti politici locali, nelle aree rurali e indigene, che gli ha assicurato una struttura elettorale affidabile e ha consentito il suo passaggio al secondo turno. Era la terza volta che si presentava alle presidenziali, ed è stata sul punto di vincere nelle ultime due elezioni, quando è stata sconfitta al secondo turno prima da Jimmy Morales e poi da Alejandro Giammattei.

Sessantasettenne, è stata first lady dal 2008 al 2011, quando era sposata con il presidente Álvaro Colom, da cui ha dovuto divorziare quando ha deciso di candidarsi alla presidenza nel 2011, per aggirare la legge che vieta ai parenti di un presidente di candidarsi. Nel 2019 ha avuto qualche guaio giudiziario: è stata arrestata per accuse relative a un finanziamento di settecentomila dollari non dichiarato; ma il caso è stato chiuso da un giudice nel 2022, il che le ha consentito di candidarsi. È laureata in scienze della comunicazione e, fino al 2015, ha diretto diverse aziende di abbigliamento e produzione tessile, appartenenti alla sua famiglia. Nel 1993, Torres Casanova aveva aderito al partito di sinistra Desarrollo auténtico integral (Dia), guidato dal suo primo marito, l’uomo di affari Edgar De León Sotomayor. Nel 2003 e nel 2007, Torres ha guidato la campagna Une nelle due presidenziali disputate da Álvaro Colom, vincendo finalmente quella del 2007. In possesso di una personalità forte, ha il suo maggiore sostegno nelle campagne e tra le donne, a favore delle quali ha messo in atto una serie di politiche al tempo in cui è stata primera dama del Guatemala. Anche in questa campagna si è espressa a favore di programmi sociali, promettendo un mezzo salario minimo per le madri single, e di eliminare l’Iva dal paniere di base. Il fatto di essere andata per due volte al ballottaggio, ed essere stata sconfitta, dimostra che, soprattutto nelle aree urbane, mobilita un’alta percentuale di voto a lei contrario, nel senso che la gente preferirebbe votare per chiunque piuttosto che per lei.

Ha espresso la sua ammirazione per i metodi messi in atto da Nayib Bukele nel Salvador contro la criminalità organizzata (vedi qui), oggetto di denunce da parte di numerosi organismi internazionali. Lo scorso maggio, un sondaggio pubblicato dal giornale “La Prensa Libre” poneva la questione della sicurezza al secondo posto delle preoccupazioni dei guatemaltechi: un tema che il nuovo presidente dovrebbe mettere tra le sue priorità secondo la politica di “mano dura” messa in atto da Bukele. Al fine di contrastare la tendenza all’aumento del tasso di omicidi che, secondo il Centro de Investigaciones Económicas (Cien) è aumentato nel 2022 per il secondo anno consecutivo a 17,3 per centomila abitanti, mentre, secondo i dati del governo salvadoregno, il tasso di omicidi nel più piccolo Paese del Sud America è sceso l’anno scorso a 7,8. Per carità, siamo ancora molto lontani dal tasso di criminalità del 35,8 registrato in Honduras, del 25,2 in Messico e del 25 in Belize – come si legge nel portale “Insight Crime” –, ma molti in Guatemala, e non solo, guardano con ammirazione ai risultati salvadoregni.

Secondo i piani dei circoli dominanti, e secondo i sondaggi che, con tutta probabilità, hanno fatto grancassa, Torres avrebbe dovuto vedersela con Edmond Mulet, un ex diplomatico che ha basato la sua campagna sulla distribuzione di farmaci gratuiti, sull’ampliamento dell’accesso a internet, e che ha criticato la persecuzione messa in atto da Giammattei attraverso una magistratura addomesticata nei confronti di giornalisti e di procuratori costretti all’esilio, pur di sottrarsi alle minacce. E inoltre con Zury Ríos – la figlia del dittatore che negli anni Ottanta cercò di combattere la guerriglia con metodi brutali, condannato nel 2013 per genocidio per avere tentato lo sterminio del popolo Ixiles. Zury, cristiana evangelica, non ha mai rigettato l’operato del padre, negando persino che ci sia stato un genocidio. Ha improntato la sua azione politica sulla lotta alla corruzione e contro il crimine. Ma le previsioni della vigilia sono state smentite, e Mulet e Zury Ríos si sono piazzati al quinto e al sesto posto. Mentre il terzo posto è andato al candidato filogovernativo, l’avvocato Manuel Conde, del gruppo politico Vamos, che ha portato al potere l’attuale presidente, Alejandro Giammattei. In caso di una vittoria da parte di Sandra Torres, si sarebbe nell’alveo della continuità con l’uscente Giammattei, con l’accentuazione di un approccio assistenziale. 

Alla fine, la vera sorpresa di questo primo turno è stato Bernardo Arévalo de León, uno dei fondatori di Semilla, il partito nato dalle manifestazioni intorno alla lotta anticorruzione del 2015. La formazione, che si definisce socialdemocratica e progressista, è stata snobbata dai sondaggi che la collocavano lontana dai primi posti. E invece Arévalo de León ha avuto il sostegno delle aree urbane, passando al ballottaggio dietro Sandra Torres Casanova. La consultazione elettorale ha messo in luce la sua grande forza a Città del Guatemala e dintorni, dove vivono più di 2,2 milioni di elettori dei 9,3 abilitati a esercitare il voto. Il risultato è stato che Torres Casanova ha ottenuto circa il 16% dei voti totali, mentre Arévalo de León sta sopra il 12%.

“Tio Bernie” – lo zio Bernie, come viene chiamato dai suoi – è nato a Montevideo, dove il padre era esiliato, sessantaquattro anni fa. Prima di entrare in politica, si è fatto conoscere come accademico: ha scritto libri e articoli sulle relazioni civico-militari e la sicurezza. È stato segretario consolare in Israele, viceministro degli Esteri del suo Paese e ambasciatore in Spagna. Attualmente, è deputato e capogruppo del partito al Congresso, dove, con soli cinque parlamentari, ha organizzato l’opposizione al partito di governo. È il figlio dell’ex presidente Juan José Arévalo Bermejo, considerato uno dei migliori presidenti della storia (1945-1951) del Paese centroamericano. Si batte per “l’urgente salvataggio dello Stato dalla corruzione”, attraverso la creazione di un Sistema nazionale anticorruzione, il controllo delle prigioni e il rafforzamento della Polizia civile nazionale. Pensa di potere creare posti di lavoro attraverso la costruzione di strade e infrastrutture, con investimenti pubblici. Chiede la creazione di quattrocento nuovi posti sanitari e la concessione di borse di studio per gli studenti. Dà la colpa agli ultimi tre governi guatemaltechi di avere ridotto gli spazi di democrazia e di avere promosso misure autoritarie nel Paese. Descrive come positivo ed efficiente il lavoro della Commissione internazionale contro l’immunità in Guatemala (Cicig), che ritiene avere avuto il merito di aver evidenziato un sistema di corruzione profondamente radicato. Allontanata, tra infinite polemiche nel 2019, per volere dell’ex presidente Jimmy Morales.

Il suo risultato elettorale crea una crepa in una partita che si pensava già chiusa in partenza, e accende una piccola luce di speranza in un possibile, probabilmente timido, cambiamento. Da qui ad agosto “Tio Bernie” – che poco o nulla ha da spartire con il coerente radicalismo che anima il Sanders a stelle e strisce cui si richiama il nomignolo affibbiatogli – potrà cimentarsi nel tentativo di scuotere dalla rassegnata apatia la gran massa dei guatemaltechi. Cercare di convincerli di essere in grado di incarnare un’alternativa per la quale vale la pena battersi è una lunga, tortuosa strada in salita. Stante l’alta percentuale di “anti-voto” suscitata da Torres, Arévalo potrebbe alla fine avere la meglio. Ma rispetto alle due precedenti tornate presidenziali, c’è una differenza non da poco. Se in precedenza Torres aveva dovuto affrontare al ballottaggio esponenti della destra, come Jimmy Morales e Alejandro Giammattei, ed era stata battuta, ora deve vedersela con un politico della sinistra. Novità che potrebbe riportare al voto la larga sacca di astensionismo a favore di Arévalo, ma che, di fronte al pericolo di un governo di sinistra per quanto moderata, potrebbe anche far mettere da parte le remore contro Torres, assicurandole quel sostegno in precedenza negatole.

Nella foto: Bernardo Arévalo De Léon

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