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Una critica delle primarie

Se ne riparla al fine d’incoronare il leader del centrosinistra. Ma meglio sarebbe rifarsi al concetto leopardiano di “social catena”

10 Aprile 2026 Claudio Bazzocchi  918

A partire dalla fine della cosiddetta prima Repubblica, in Italia, i partiti personali hanno offerto performance di governo molto scadenti, e il “direttismo” plebiscitario non è stato in grado né di rappresentare in modo adeguato, né di portare a sintesi, gli interessi presenti nella società. Inoltre, abbiamo assistito alla trasformazione della politica in una sorta di scontro tra fazioni caratterizzate da estremismo moralistico, senza alcuna visione del Paese nel suo complesso. Nel momento in cui i partiti perdono il loro carattere popolare e di massa, infatti, diventano paradossalmente più “partigiani”, nelle mani di pochi “puri” militanti, sempre più permeati da uno spirito di intransigenza morale. Pensiamo alle primarie pugliesi o a quelle generali del Pd, in cui personaggi come Vendola o come Renzi si presentavano come cavalieri senza macchia di fronte al vecchio establishment e alla cultura della mediazione, descritta come semplice inciucio; oppure pensiamo alle elezioni online del leader dei 5 Stelle, fatte passare come un rapporto diretto fra personale politico e militanti, contro gli stanchi riti dei partiti e dei loro organismi dirigenti, considerati privi di trasparenza.

Le organizzazioni di massa lasciano così il posto al moralismo, da una parte, e ad agorà virtuali dall’altra, mentre il potere si fa sempre più opaco e frantumato fra i vari interessi forti, se non vi sono più organizzazioni popolari radicate, in grado di produrre cultura politica, visioni del mondo, mediazione trasparente degli interessi, in virtù di un sano realismo politico scevro da ogni illusione di trasparenza civica. Oggi, frantumate le identità tradizionali insieme con i grandi insediamenti produttivi, in un contesto sociale sempre più complesso – difficile da decifrare sia dal punto di vista dei valori e degli orientamenti culturali, sia da quello del tessuto economico –, ci sarebbe bisogno, più che mai, di soggetti collettivi e di personale politico capaci di organizzare il radicamento e la coesione sociale, e di leggere territori difficili da interpretare. Sono realtà più complesse di quelle tradizionali del mondo fordista, in cui era sufficiente osservare la grande industria per interpretare una città o un ambito territoriale. A quel tempo, migliaia di funzionari di partito e del sindacato svolsero la loro opera di antenne sociali, di organizzatori del conflitto e, insieme, della coesione sociale. Ai nostri giorni, in un mondo che per giunta consegna milioni di persone alla solitudine, i partiti e i sindacati hanno sempre meno risorse umane ed economiche da impiegare sul territorio.

A fronte di questa situazione, e dei danni prodotti dall’antipolitica, in Italia è tornata viva la controversia sulle primarie per decidere chi sarà il leader della coalizione di centrosinistra, quindi il candidato alla presidenza del Consiglio, in caso di vittoria alle prossime elezioni. Mentre nelle grandi città dell’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, i movimenti sociali portano milioni di persone in piazza nelle manifestazioni No Kings, nella piccola provincia italiana ci si attarda a discutere sulle modalità per eleggere un nuovo king, sulle procedure che immettano, non solo nel sistema politico ma nella società tutta, ulteriori elementi di personalismo: si parla allora di primarie e di sistemi elettorali maggioritari, tra premi di maggioranza e soglie di sbarramento, con il moralismo che investe il leader di un “popolo” contro le caste, fino all’esaltazione dell’interesse nazional-populista contro qualsiasi idea di cooperazione e di lotta nei confronti del dominio in quanto tale.

Invece di riflettere su come ripristinare il radicamento sociale e politico, al fine di rappresentare sia i tessuti produttivi sia le grandi sacche di solitudine, disperazione e degrado del Paese, il centrosinistra ancora scherza con il fuoco del “direttismo” e del presidenzialismo, che hanno condotto al potere l’ultimo king statunitense. Abbiamo a che fare con la violenza e il disprezzo per la politica intesa come dialogo, mediazione e res publica o polis, che si costruisce giorno per giorno senza certezze, e in cui il conflitto, per quanto aspro, non può mai significare legge del più forte, dal momento che la dimensione pubblica è quella che accoglie tutti e tutte, a fronte della mancanza di una verità unica ed eterna: una mancanza tipica della condizione umana e della sua libertà, che, guarda caso, è in stretta sintonia proprio con la democrazia.

Allora, se il centrosinistra italiano vuole schierarsi contro i kings, che portano alla catastrofe planetaria, deve prima di tutto abbandonare ogni cultura presidenzialista. I re del pianeta vanno sconfitti con un lavoro culturale e politico di lunga lena, in grado di ripristinare il dialogo, la cooperazione e la mediazione a livello globale e – per fare questo – è necessario che le forze democratiche e di sinistra ricostruiscano i luoghi dell’incontro, dell’ascolto e della costruzione della “social catena”.

Ultimo punto su cui sarebbe necessario riflettere. I kings vanno certo sconfitti per salvare il pianeta, ma quest’affermazione di principio non basta. Le forze alternative devono essere capaci di mostrare come mettersi assieme nei luoghi della politica, farsi “social catena” nella polis, sia più appagante di qualsiasi bene materiale, più bello della forma merce; come scaldi il cuore più della cattiva infinità dei consumi, che invece fanno sperare in una felicità che immancabilmente deludono, producendo risentimento e rabbia: proprio quella rabbia e quel risentimento che sono alla base del consenso e del potere dei kings.

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Tagscentrosinistra Claudio Bazzocchi cultura presidenzialista primarie social catena

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