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In Francia sotto accusa la Giovane guardia e Mélenchon

20 Febbraio 2026 Rino Genovese  843

Il gruppo Némésis si autodefinisce “femminista”, ma è parte della galassia dell’estrema destra francese, con una caratterizzazione xenofoba e anti-immigrati. A Lione – città in cui proliferano i gruppuscoli neofascisti – l’eurodeputata della France insoumise, Rima Hassan, palestinese di origine, il 12 febbraio teneva una conferenza all’università. Quelle di Némésis, dall’esterno, intendevano contestarla, spalleggiate dai maschi di gruppi loro alleati. Il giovane che ha perso la vita a seguito della reazione di alcuni militanti di sinistra – probabilmente membri della Giovane guardia antifascista, del resto già sciolta alcuni mesi fa dal ministero dell’Interno – era stato un attivista (addirittura) dell’Action française, famigerata organizzazione monarchica e fascista che, a suo tempo, aveva sostenuto il regime collaborazionista di Vichy. Difficile credere, perciò, che fosse proprio un agnellino, come viene descritto.

In ogni caso, questi scampoli di guerra civile, con l’uccisione sia pure preterintenzionale di un militante di estrema destra, non giovano per nulla alla sinistra francese in questo momento cruciale dell’impasse politica in cui si trova il Paese (vedi qui). Al contrario, alla vigilia di importanti elezioni municipali hanno trasformato un potenziale picchiatore in un martire. E hanno messo parecchio nei guai Mélenchon. La France insoumise ha infatti, tra i suoi deputati, il fondatore della Giovane guardia antifascista, il ventinovenne Raphaël Arnault, e oggi un suo stretto collaboratore e assistente parlamentare è tra gli inquisiti per la morte del neofascista.

Ciò è una conseguenza della scelta – fatta alle legislative del 2024, con il “nuovo fronte popolare” – di aprire a tutti i gruppi (qualcosa di impensabile, in Italia, dove il centrosinistra non si alleerebbe mai con Rifondazione e con Potere al popolo, che pure sono molto meno “vivaci”, diciamo così, della Giovane guardia). Un’opzione che ha contribuito di sicuro a quell’ampia raccolta di voti che ha consentito, fin qui, di spingere in un angolo il Rassemblement national di Marine Le Pen.

La Giovane guardia ha (o aveva) come logo le tre frecce, orientate verso sinistra, che furono il simbolo dell’organizzazione paramilitare socialdemocratica tedesca durante la Repubblica di Weimar. Le frecce indicavano i tre nemici da combattere: Hitler, la reazione monarchica, lo stalinismo del Partito comunista. In seguito furono ripresi dalla Sfio (vecchia sigla socialista, che sta per Sezione francese dell’internazionale operaia), e ricomparvero perfino nel primo simbolo socialdemocratico, al momento della scissione del socialismo italiano, quella del 1947, guidata da Saragat. Perché ricordiamo queste cose, che possono apparire archeologiche? Per segnalare un aspetto nient’affatto secondario, che distingue la sinistra francese, nel suo complesso, da quella italiana. È viva in Francia una memoria del passato a cui riallacciarsi. Anche la Giovane guardia, un piccolo gruppo militante formato da ragazzi, ha ripreso un simbolo del socialismo, in cui è compreso il momento antistalinista, a testimonianza di uno spirito libertario (tutt’altra cosa dal finto libertarismo di una parte dell’estrema destra contemporanea) appartenente a una storia che non si dovrebbe dimenticare. D’altronde, il profilo dello stesso Mélenchon è quello di un giacobino ex trotzkista, a lungo socialista mitterrandiano, approdato infine al “populismo di sinistra” attuale.

Ora, pur riconoscendo alla Giovane guardia (e a Mélenchon, nel caso) le migliori intenzioni, la situazione a cui quest’alleanza a sinistra ha condotto, con la morte del militante neofascista, si è fatta veramente complicata. Il governo e la destra strepitano contro la violenza dell’ultragauche, accusando Mélenchon di esserne complice. Lui si difende affermando che tutto è dipeso da una responsabilità delle forze dell’ordine, che non hanno saputo assicurare lo svolgimento pacifico dell’evento, prevenendo gli scontri originati dalla presenza, fuori dalla conferenza dell’esponente melenchoniana, dei gruppi di estrema destra.

Si deve considerare che fervono i preparativi, seppure al momento ancora piuttosto confusi, per le presidenziali del 2027. Chi sarà il candidato di una sinistra unitaria? Mélenchon si è già tirato fuori con una sua candidatura quand même: non ha praticamente alcuna possibilità di arrivare al ballottaggio – ma tant’è. Tuttavia, l’ipotetica sinistra unitaria – composta da socialisti, ecologisti, fuoriusciti dalla France insoumise e qualche altro – non sa chi dovrebbe essere il suo candidato o la sua candidata. Si discorre di primarie, ma una parte del Partito socialista rema contro, puntando a un accordo “a prescindere”: però su quale nome? Qui casca l’asino, perché – essendo ormai in ribasso le quotazioni dell’ipermoderato socialdemocratico Raphaël Glucksmann, del resto esterno al partito – l’altra candidatura che si profila sarebbe quella, assolutamente deleteria, dell’ex presidente Hollande, che porta su di sé gran parte della responsabilità del macronismo successivo, essendo stato il mentore del presidente attuale e della sua politica. Sarebbe proprio da matti, dopo ciò che è accaduto in tutti questi anni, se a sinistra non si riuscisse a trovare un nome nuovo.

Qui, tra l’altro, il problema si riallaccia alla “questione Mélenchon”. Perché, in un’elezione a doppio turno – ammesso che il candidato di sinistra che ancora non si è trovato riesca ad arrivare al ballottaggio (a destra ci sono un paio di candidature che hanno delle chance, tenendo conto del fatto che la presenza dell’estrema destra è data già per sicura nel finale di partita francese) –, è indispensabile al secondo turno, oltre ai voti centristi, attirare anche quelli di chi ha votato per il candidato della sinistra radicale, un tipo di elettore, spesso dei quartieri cosiddetti sensibili, che potrebbe anche ritirarsi nell’astensione: dunque va indicato qualcuno o qualcuna che abbia il profilo adatto. Non solo: in vista delle legislative immediatamente successive, per bloccare ancora una volta l’estrema destra, sarà necessario, in un modo o nell’altro, ricorrere nuovamente a un’intesa ampia – pur sempre con Mélenchon e i suoi alleati, compresi quelli della (ormai ex) Giovane guardia.

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