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2030, la guerra annunciata (3)

In Borsa volano i titoli delle aziende che producono sistemi d’arma. Ma, mentre si rafforza la Germania, la difesa comune europea rimane un miraggio. E la riconversione di quelle civili in produzioni militari, presentata come la soluzione generale della crisi dell’industria europea, è già in affanno

19 Febbraio 2026 Paolo Andruccioli  1114

Gli analisti finanziari lo chiamano “il superciclo della difesa”. Si tratta di un periodo di crescita strutturale, di investimenti record nel settore militare e della sicurezza globale. E soprattutto di grandi affari in Borsa. La tendenza è stata confermata dall’andamento delle contrattazioni, già dall’inizio dell’anno, e la corsa dei listini prosegue in questi giorni senza sosta, spinta dalle tensioni geopolitiche e dalla scelta politica dell’Europa di riarmarsi.

La guerra dei listini

Il rischio bellico spinge la finanziarizzazione dell’economia e premia (per ora) gli investitori che scelgono il militare a scapito della transizione ecologica, che sembrava la scelta regina dell’Europa. I titoli del settore aerospaziale e della difesa hanno registrato, infatti, un ottimo inizio d’anno, in un contesto caratterizzato da una escalation degli eventi politici e delle operazioni militari statunitensi. Alcuni dei principali produttori europei di armi hanno registrato guadagni superiori al 20%: la svedese Saab, che produce aeromobili, sensori e munizioni, è stata tra i migliori per performance, con un aumento del 28%. Il rialzo ha portato i guadagni realizzati negli ultimi dodici mesi a quasi il 200%. Non è da meno la tedesca Rheinmetall, salita del 22% nel 2026 e di quasi il 200% da gennaio 2025. Sul “Sole 24 ore”, le ultime performance del titolo del principale gruppo italiano del settore, Leonardo: nell’edizione di ieri (18 febbraio), il titolo Leonardo Spa è risultato in rally, con una crescita di 5,01% a 58.28 euro per azione. Il record del valore delle azioni è stato fissato a 61 euro già a gennaio. Insomma, in questo periodo, intorno al riarmo, girano montagne di soldi pubblici e privati. (Ne abbiamo parlato su “terzogiornale”: vedi qui e qui ).

Arsenali e granai

Rovesciando una famosa espressione usata da Sandro Pertini, al momento del suo insediamento al Quirinale nel 1978, potremmo dire che stiamo svuotando i granai e riempiendo gli arsenali. Un fenomeno che si prevede durerà almeno fino al 2030, anno di snodo, nuovo anno Mille. L’Europa quel numero lo ha infatti indicato perfino nei suoi documenti ufficiali, che tracciano i contorni del riarmo. Insomma, sorvolando sui kit di sopravvivenza e sugli inviti a tenere una riserva di contanti nascosta tra le mura domestiche, in caso di attacco ai servizi informatici bancari, dobbiamo farci trovare pronti per quella data. Anche se non è dato sapere perché proprio il 2030. Si può supporre che i servizi di intelligence abbiano in proposito maggiori informazioni. Dobbiamo solo credere (e combattere?).

Cerchiamo intanto di mettere insieme qualche dato per tentare di interpretare i fenomeni di fondo e smentire qualche mito. Uno di questi riguarda gli obiettivi che si è data la Commissione europea: “investire in una difesa solida, salvaguardare i nostri cittadini, garantirci le risorse per agire quando sarà necessario”. Ma è davvero così? ReArm Europe (o Readiness 2030) servirà per costruire un nuovo modello di difesa europeo autonomo dagli Usa? Sul piano economico, la grande promessa di creare nuovi posti di lavoro con la riconversione delle industrie civili in militari produrrà occupazione e sarà la risposta alla crisi? Proviamo a dare qualche risposta, con la voce di esperti e studiosi della materia.

Rilancio dell’industria bellica

“Con l’idea di un nuovo modello di difesa europeo, il ReArm Europe non c’entra proprio nulla perché si tratta piuttosto del rilancio delle soluzioni nazionali e soprattutto del rilancio della produzione di armamenti, che aveva subito una flessione negli anni scorsi”. Lo dice Fabrizio Battistelli, professore onorario di Sociologia alla “Sapienza” di Roma, grande esperto di sicurezza interna e internazionale, gestione dei conflitti, sociologia dei processi di pace. Tra le sue innumerevoli iniziative, c’è la fondazione, nel 1982, dell’Archivio Disarmo (Iriad, istituto di ricerche internazionali). Battistelli spiega come non si tratti di mettere in dubbio la buona intenzione di chi dichiara di voler difendere i popoli aggrediti da potenze straniere, e neppure però di riproporre una formula pacifista “assoluta”. Quello che si sta mettendo in piedi con il Libro bianco della difesa sembra un intervento legato agli interessi nazionali piuttosto che europei, e soprattutto costruito su un modello di guerra (quello che abbiamo visto sul campo in Ucraina) che ormai è superato. “Stiamo preparando una guerra del Ventesimo secolo, finanziando armi e sistemi d’arma che saranno presto superati dalle nuove scoperte nel campo dell’intelligenza artificiale. Si stanno studiando, per esempio, le soluzioni che rendano realizzabile la comunicazione tra algoritmi e ordigni atomici. E allora si apriranno tutt’altri scenari”. In questo quadro, anche la riconversione dal civile al militare mostra tutti i suoi limiti (economici oltre che etici). D’altra parte, sulla trasformazione della guerra, si sono sviluppate molte ricerche, studi e pubblicazioni di libri (come quelli di Michele Mezza: prima Net War, ora Guerre in codice).

I dubbi di Bankitalia

D’altronde, la debolezza della narrazione “europeista” era stata denunciata già al momento del lancio da parte di Ursula von der Leyen. Fece notizia, per esempio, la bocciatura dello schema del ReArm da parte delle commissioni Bilancio di Camera e Senato, durante le audizioni della Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb) sul Documento di finanza pubblica. Secondo Bankitalia lo sforzo per il riarmo nazionale, senza un coordinamento europeo effettivo, avrebbe comportato una spesa inefficiente e inefficace. E dell’operazione ne avrebbero beneficiato solo i Paesi con minori vincoli di bilancio come la Germania, non l’Italia (previsione che stiamo verificando proprio in questo periodo). Per via Nazionale le spese per la difesa avrebbero “la natura di bene pubblico”, e ci sarebbe bisogno di “risorse comuni”, s’intende europee. Prospettiva che viene rifiutata da mezza Unione. Per l’Ufficio parlamentare di Bilancio, l’aumento delle spese militari, anche attivando il famoso scorporo dal calcolo del deficit e del debito nel patto di stabilità dell’Unione, causerà l’aumento del debito, e avrebbe un effetto regressivo sulla finanza pubblica. Il debito aumenterebbe più del Pil, perché il moltiplicatore economico è dello 0,2 o dello 0,3, e non del 2, come ha sostenuto il ministro della difesa Guido Crosetto. Intanto il budget cresce continuamente. L’Italia ha investito, nel riarmo, 31,2 miliardi di euro nel 2025.

L’Europa perde la partita industriale

Un altro studioso che mette in dubbio la narrazione mediatica è Vincenzo Comito, storico della finanza ed esperto di industria europea. “Per come è stato impostato il progetto europeo non sembra centrato sulla costruzione di una difesa comune, o quanto meno coordinata. Stanno riemergendo tutte le spaccature tra i Paesi con un ruolo ormai centrale della Germania, che è l’unica che sembra fare sul serio per le enormi risorse investite e per una riconversione industriale dal civile al militare che tenta di rispondere alla crisi dell’automotive e degli altri settori industriali di base”. Comito, come Battistelli, mette in luce, però, anche l’anacronismo industriale del piano europeo. “Si punta su navi, carri armati, aerei tradizionali, quando ormai le nuove guerre si combattono con i droni e con missili superleggeri e intercontinentali”.

La cupola antimissile

Si chiama “Cupola di Michelangelo” (Michelangelo Dome). Si tratta di un sistema di difesa antimissile integrato lanciato da Leonardo per l’Italia e l’Europa. Presentato a fine 2025, è un’architettura modulare basata sull’intelligenza artificiale, che connette sensori spaziali, terrestri, aerei e navali per proteggere infrastrutture critiche da droni, missili e attacchi ibridi. Il sistema, almeno secondo gli annunci del ministro Crosetto, dovrebbe essere pronto per il 2027. Ma anche su questo megaprogetto, in apparenza molto innovativo, spuntano le prime critiche. “Si parla del progetto di costruzione di una cupola di protezione dell’Italia da eventuali attacchi missilistici – dice Vincenzo Comito –, senza considerare che sia la Russia sia la Cina dispongono già di missili ipersonici capaci di bucare qualsiasi cupola”. Il problema vero riguarda, quindi, i ritardi giganteschi accumulati dall’Europa in questi anni. Mentre nel vecchio continente ci si divideva tra fautori dei motori elettrici e difensori del vecchio sistema a scoppio, in Cina la ricerca anche sull’automobile è andata avanti. Non c’è solo il primato dell’auto elettrica e ibrida. “In Cina – ricorda Comito – è molto avanzata la sperimentazione dell’auto a guida autonoma e perfino delle auto volanti: esiste una fabbrica che sta producendo i primi diecimila esemplari”.

Oltre le guerre tecnologiche (in questo momento perse dall’Occidente), c’è il piano dello sviluppo economico. Uno dei cavalli di battaglia dei fautori del riarmo e del ritorno delle culture militariste riguarda la grande potenzialità che sarebbe insista nel sistema degli armamenti. Ma quanto pesa davvero questa economia?

Un settore strategico, ma marginale

 “Nel valutare il peso dell’industria militare nel nostro Paese – spiega uno dei massimi esperti del settore, Gianni Alioti – non dobbiamo dimenticare che una parte importante delle produzioni di Leonardo e Fincantieri è realizzata all’estero. Per Leonardo in Usa, Regno Unito, Polonia e Israele, per Fincantieri in Usa. Per questo motivo, il valore aggiunto, nel nostro Paese, attribuibile esclusivamente all’industria militare (non a tutto il settore aerospaziale e difesa), secondo il rapporto di Mediobanca, è pari solo allo 0,3% del Pil nel 2023”. Il settore, quindi, non è così rilevante sul piano economico, come si immagina o come si vuol far credere. Anche sul terreno dell’occupazione, dove si continua a fare solo propaganda (sia da parte della presidente del Consiglio, Meloni, sia dell’amministratore delegato di Leonardo, Cingolani), la realtà è molto diversa da quella che viene descritta. “Anche per la forza lavoro – spiega Gianni Alioti –, che ammonta complessivamente in Italia, nel 2023, a oltre 180mila persone per l’intero settore aerospaziale e difesa, il rapporto Mediobanca stima che la quota riferita al militare si attesti intorno a 54mila unità, equivalente all’1,0% sul totale degli occupati nell’industria manifatturiera e solo allo 0,28% sul totale del lavoro dipendente”.

Il pallottoliere del lavoro

Cingolani parla, al contrario, della creazione di ventimila nuovi posti di lavoro negli ultimi tre anni in Leonardo nel mondo, e di almeno diciassettemila, nei prossimi tre, sulla base degli investimenti per il riarmo. In realtà, gli esperti smentiscono queste previsioni e parlano già di “bolla”. “Intanto – dice Alioti – va chiarito che a consuntivo il numero di occupati di Leonardo nel mondo è cresciuto, dal 2022 al 2025, solo di sette-ottomila unità e non di ventimila. Lo dicono i dati di bilancio dell’azienda. E nei prossimi tre anni, si calcola che i nuovi posti di lavoro legati al settore bellico, in Leonardo in Italia, si aggireranno tra le cinque-seimila unità”. E anche le magnifiche sorti descritte per i cantieri navali di Castellamare e Palermo, riconvertiti nel settore militare, sono molto da ridimensionare sul piano dell’occupazione, visto che, contestualmente, Fincantieri delocalizzerà all’estero, in Romania e in Vietnam, le costruzioni civili finora realizzate in quei cantieri.

C’era una volta la riconversione

Negli anni Sessanta e Settanta, in parallelo con un movimento europeo che propugnava il disarmo, si era sviluppato in Italia, in ambito sindacale e politico, un vivace dibattito sulla necessità di riconvertire le industrie belliche in industrie civili. Nuove sinistre e cattolici si trovarono dalla stessa parte. La storia oggi ribalta il pendolo. Riconvertire dal civile al militare, dunque? Dalle automobili ai carri armati? “Ai tavoli delle crisi industriali, presso il ministero del Made in Italy, ci provano continuamente. Ci propongono aleatori progetti di riconversione industriale che non hanno nessuna possibilità di essere realizzati”. Ce lo racconta Simone Marinelli, sindacalista della Fiom Cgil, coordinatore nazionale del settore aerospazio. In un recente incontro, convocato al Cnel per studiare le reali potenzialità anche in Italia di una riconversione dal civile al militare, i sindacalisti metalmeccanici hanno spiegato le enormi differenze tecniche tra uno stabilimento che produce automobili e uno che produce carri armati o altri sistemi d’arma. E anche le grandi differenze nella logistica: una cosa è far viaggiare su un’autostrada le auto prodotte da uno stabilimento. Altra cosa trasferire una colonna di carri armati. E ovviamente non bastano lievi interventi di semplificazione burocratiche delle procedure e dei controlli.

La locomotiva tedesca (blindata)

Sono gli stessi problemi che sta affrontando in questo momento la Volkswagen, che, dopo l’eclisse della sua industria, sta cercando di ridiventare la “locomotiva” d’Europa con la produzione bellica. E la Germania sta cercando anche di ridiventare la più potente nazione armata del continente. L’obiettivo – ha detto il cancelliere Merz – è quello di costruire “l’esercito convenzionale più potente d’Europa”. La nazione, che la presidente Meloni ha recentemente indicato come l’alleato principale in Europa, rischia di spaccare proprio l’Europa. Dopo la grande instabilità politica dimostrata nel recente periodo, con i governi che sono entrati in crisi, ora Merz pretende di saltare tutto a piè pari, facendo dimenticare le debolezze e proponendo il suo Stato come lo Stato guida. Un Paese con la più forte industria bellica e con il più forte esercito europeo.

Gli osservatori mettono in risalto il segnale più concreto di questa corsa alla riconversione: Svi-Connect, una piattaforma sostenuta dal governo federale per mettere in contatto fornitori industriali e grandi gruppi della difesa come Rheinmetall. Alla piattaforma avrebbero aderito già cinquecento aziende. Quello che colpisce è la composizione di chi si iscrive: fino al 90% delle imprese registrate non ha alcuna esperienza pregressa nella produzione militare. Ci si vuole riciclare e scommettere sulla stabilità industriale di un settore che invece, per sua natura, è instabile e transeunte (quanto devono durare le guerre? quanto dura il prodotto armi?). Ma si scommette comunque. Perché ormai la guerra non è più quella di una volta. È ibrida e permanente.

(Fine. Le puntate precedenti qui e qui)

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