“Mai il numero di donne che si erano tolte la vita in carcere era stato così alto”, scrive Antigone, l’Onlus che dal 1991 si occupa di tutelare diritti e garanzie nel sistema penale e penitenziario italiano. Sono Rosaria, di 62 anni, Elena di 57 ed Elena di appena 26, Daniela e Francesca, entrambe di 52, e una donna di 35 anni di cui non si conosce il nome. Sei persone, sei corpi, sei esistenze che si sono concluse in un silenzio controllato, mentre scontavano una pena o attendevano un giudizio, sottratte allo sguardo pubblico. Le detenute sono una minoranza in Italia. Rappresentano circa il 4% della popolazione carceraria totale: poco più di 2.400 persone su oltre sessantamila.
Un numero così esiguo potrebbe far pensare a un sistema in grado di prendersene cura in modo più attento alle esigenze e alle specificità. Accade invece l’esatto contrario. La loro presenza resta marginale, non soltanto fisicamente – sezioni isolate, reparti decentrati, istituti distanti dai luoghi di origine – ma simbolicamente: nella narrazione pubblica, nelle politiche, nella progettazione degli spazi di detenzione. Il primo Rapporto di Antigone sulle donne detenute, datato 2023, lo dice senza esitazioni: il carcere italiano è pensato per gli uomini, costruito su esigenze, corpi, comportamenti e traiettorie maschili. Le donne arrivano per ultime, con ciò che si portano addosso: storie di violenza subita, dipendenze, marginalità economica, relazioni affettive fragili o inesistenti. Sono vite già spezzate prima dell’ingresso, e il carcere, lungi dal sanarle, spesso riapre le ferite più profonde, perché non sempre dispone degli strumenti adeguati ad affrontarle.
La questione si fa ancora più complessa quando si parla di madri detenute. Circa una su due ha figli, talvolta molto piccoli. Gli Icam, istituti a custodia attenuata nati per preservare il legame madre–bambino, sono pochi e distribuiti in maniera disomogenea. Così, ciò che dovrebbe essere uno spazio di tutela si trasforma spesso in separazione forzata o in una convivenza che rimane pur sempre segnata da regole di controllo, sguardi vigili, barriere. Il prezzo della pena allora non riguarda solo chi la sconta, ma chi la subisce indirettamente: l’infanzia.
Le sei donne che sono arrivate a togliersi la vita fanno parte delle 68 persone in totale che, dall’inizio del 2025, sono ricorse al suicidio dietro le sbarre. Il 2024 è stato l’anno in cui si è registrato il numero più alto di sempre: 91 suicidi, pari a 14,8 ogni diecimila detenuti, contro lo 0,59 nella società libera. In carcere ci si uccide venticinque volte di più. Il garante dei detenuti della Regione Lazio, Stefano Anastasia, commentando il suicidio di una detenuta nella sezione femminile di Rebibbia, ha parlato di “una storia di solitudine e disperazione”, segnata da dipendenze, assenza di relazioni e da una lunga pena da scontare. A Rebibbia femminile il sovraffollamento è del 150%: 377 donne in 251 posti disponibili, una compressione fisica che diventa anche psicologica, emotiva, esistenziale, ed è paradossalmente accompagnata da un grande isolamento. Gli operatori lo dicono da anni: non si previene il suicidio togliendo relazioni, ma creandole. Non si cura interrompendo l’umanità, ma restituendola. La riforma necessaria non è astratta: significa ridurre il ricorso alla detenzione per reati legati alla marginalità, rafforzare le misure alternative, investire nella psichiatria territoriale, formare il personale alla cura del trauma, non solo al contenimento.
È esattamente ciò che la Costituzione chiede: una pena che sia rieducativa, non annientante. E non riguarda solo gli adulti. Già avevamo trattato di minorile (vedi qui) l’anno scorso, a causa del “decreto Caivano”, che, con le sue norme stringenti, ha incrementato il numero di detenuti sotto i 21 anni. Oggi si torna a parlare di giovani carcerati dopo lo scandalo dell’Istituto penale minorile Beccaria di Milano, che, con denunce di maltrattamenti, violenze sistematiche, “stanze di punizione” mostra come l’abbandono istituzionale colpisca anche sedicenni, stranieri non accompagnati, privi di qualsiasi rete di protezione. Antigone ha chiesto che il ministero della Giustizia e le istituzioni si costituiscano parte civile nel processo, non come gesto simbolico, ma per riconoscere la responsabilità pubblica e per riportare le storie delle persone che hanno subìto violenza nelle mani dello Stato al centro del dibattito. Come scriveva Michel Foucault in Sorvegliare e punire, “la punizione tende a diventare la parte più nascosta del processo penale”, ed è proprio quando la società non distoglie lo sguardo che le persone diventano invisibili. E l’invisibile è ciò che più facilmente può essere violato.








