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Rumori dal fondo

29 Ottobre 2025 Agostino Petrillo  894

A Genova è successo un fattaccio, un evento, o forse un quasi-evento, come si proverà poi a spiegare. Ricapitoliamo brevemente: un liceo occupato, c’è un’irruzione fascista, una quarantina di tipi con passamontagna neri, spranghe e tubi di plastica, qualcuno grida “viva il Duce!”, poi disegnano svastiche, spintonano e malmenano qualche ragazzino occupante, rompono oggetti, porte e finestre, la polizia arriva con tutta calma, solo ore dopo, quando tutto è finito. La città si mobilita, il suo vecchio cuore antifascista si sente punto nel vivo, manifestazione molto partecipata, la sindaca Salis esprime la sua solidarietà alle vittime dell’aggressione. Si pensa inizialmente a Forza Nuova o a CasaPound o ad altri gruppi di estrema destra, che da tempo cercano inutilmente di guadagnare spazio politico in città, quali promotori dell’azione intimidatoria.

Poi si comincia a ricostruire che forse il gruppo che ha fatto irruzione è in realtà composto da “cani sciolti” di destra, da un curioso mix di minorenni italiani e addirittura da alcuni “maranza”, difficile dire quanti siano, dato che le indagini sono ancora in corso e solo alcuni dei protagonisti della vicenda sono stati identificati. Assalti analoghi erano già stati respinti in altri due istituti scolastici occupati nelle settimane precedenti. Sulla stampa locale ci si chiede come sia possibile che i “maranza”, sul cui etichettamento semplificatorio ci siamo già soffermati (vedi qui), siano al contempo protagonisti di azioni fasciste e, per altri versi, accusati di violenze legate a iniziative di sinistra radicale, come gli incidenti avvenuti alla stazione centrale di Milano, il 22 settembre scorso. Il quadro evidentemente non è in ordine, anche se certo non si possono costruire ipotesi politiche a partire da vicende tutto sommato molto diverse tra loro, e, per quanto riguarda Genova, ancorché gravi sotto il profilo simbolico, fortunatamente di dimensioni ridotte nelle loro immediate conseguenze.

Nell’assalto al liceo occupato, come in altri eventi degli ultimi mesi in tutto il Paese, si può però cogliere l’emergere di un malessere che non può essere sottovalutato. Perché un gruppo raccogliticcio di ragazzini assalta un liceo occupato? Che cosa esprime questo desiderio di distruggere qualcosa che i protagonisti di un’azione oggettivamente fascista – al di là delle appartenenze dichiarate o attribuite – percepiscono lontanissimo da loro? Che senso ha aggredire un momento di cultura, di solidarietà, d’impegno politico? Certo, chi ha fatto la politica “di strada” sa che è una pratica ricorrente della destra “sociale” coinvolgere i ragazzi che vivono in condizioni di miseria e di malessere, facendo leva su discorsi di risentimento per l’esclusione subita, alimentando il desiderio di rivalsa, se non addirittura di vendetta, che si tratti di tifoserie da stadio o di giovanissimi confinati ai margini della città.

Amici che fanno gli educatori di strada ci parlano di adolescenti poveri tra cui è di moda canticchiare Faccetta nera, ascoltare un certo tipo di musica trap, o considerare la violenza un fatto normale nelle relazioni, e intravedere l’unica solidarietà possibile in quella offerta dalla famiglia o dalla banda di appartenenza. Ci raccontano di ragazzi con background migratorio che, a Genova, si ritrovano la sera nel nuovo parco, sotto il ponte Morandi, rigorosamente divisi per etnia come nelle carceri, separati gli uni dagli altri: gli albanesi, i magrebini, i sudamericani, cui si aggiunge qualche italiano. Questo è il bel risultato di processi di marginalizzazione, periferizzazione e stigmatizzazione territoriale, che sono in atto da tempo e lavorano senza sosta, pur passando spesso inosservati. Si manifestano nelle segregazioni di quartiere, nella micro-segregazione a scala di edificio, nell’abbandono scolastico e nelle forme di ospitalità solo “semi-istituzionalizzata”, offerta da una politica dell’accoglienza che non si è mai voluto veramente far funzionare. Sta crescendo, del tutto ignorato, un problema sociale di prima grandezza, e diviene indispensabile riuscire a trovare il modo di comunicare con questi settori giovanili prima di ritrovarsi a doverli affrontare come nemici.

Il fallimento, in molti casi l’assenza di politiche di integrazione, l’assurdo inasprimento delle condizioni di funzionamento del circuito dell’accoglienza, l’abbandono al loro destino dei minori non accompagnati, il collasso delle istituzioni scolastiche, hanno creato un clima sempre più pesante. E così una parte del prodotto di questo crescente dissesto sociale va confusamente a destra, va ad assaltare coetanei di sinistra, invece di ribellarsi contro il potere che ne determina le difficilissime condizioni di vita. In fondo, è anche da un humus analogo di bistrattati e di sconfitti che, già in passato, ha spesso recuperato manovalanza il fascismo.

La crisi educativa, l’abbandono dei quartieri e delle periferie sono le cause profonde di quanto avviene. C’è un enorme malessere, figlio dell’impoverimento, delle mancate politiche di integrazione, del disastro della casa, diventata un problema altrettanto grave del lavoro, della scuola ridotta a un ruolo di contenimento, e non più di formazione personale e di indirizzo. Serve un cambio di rotta urgente, prima che le frustrazioni di chi è messo ai margini, di chi attraversa le metropoli come un sonnambulo, sentendosi a esse profondamente estraneo, si traducano in violenza e odio organizzato. È proprio in questi vuoti, lasciati spesso anche dall’assenza di una cultura di sinistra, che quella fascista trova terreno fertile per crescere.

In un periodo storico in cui il tema viene affrontato per lo più attraverso le retoriche della re-migrazione e del “degrado”, e nelle politiche urbane e sociali trova spazio in chiave unicamente repressiva e securitaria (basti pensare ai “decreti Caivano” o all’istituzione delle “zone rosse” e del Daspo urbano), appare urgente ricominciare a pensare, con maggiore profondità, a questi processi di esclusione, restituendo loro complessità, individuando linee di intervento e suggerendo iniziative in controtendenza.

Quello che è avvenuto a Genova si profila, allora, come un quasi-evento, nel senso in cui ne parlavano i filosofi antichi, perché predica, introduce a qualcosa d’altro e di più grande, allude al crescere di un rumore di fondo nel Paese, che racconta di un collasso sociale in corso, di difficoltà in cui si dibattono non solo le cosiddette “seconde generazioni” dei migranti – definizione limitante e approssimativa –, ma un’intera fetta di gioventù, che arranca alla ricerca di un’identità e di un suo spazio in un Paese anziano, spesso ostile e tragicamente bloccato.

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Tagsaggressione fascista Agostino Petrillo Genova liceo occupato maranza

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