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Pulire il macello, diventare il macello

“Prendre soin” di Alexander Zeldin, il Ken Loach del teatro

29 Ottobre 2025 Katia Ippaso  956

Se c’è un aggettivo che, in campo artistico, va trattato con cautela, ecco, questo aggettivo è “politico”. Cineasti, registi, autori e attori ne abusano abitualmente, mettendosi, da soli, una etichetta con la quale pensano di andare, senza scorciatoie, in paradiso. Tra questi non compare il britannico Alexander Zeldin che, da almeno quindici anni, gira l’Europa con opere terrorizzanti che si limitano a osservare, senza tante perifrasi, lo stato delle cose. Ma lui non direbbe mai di sé: “io faccio teatro politico”. Lui racconta quello che vede, e, per vedere quello che racconta, non deve andare chissà dove.

Nel 2022, il regista inglese era arrivato al Romaeuropa festival con Hope Faith and Charity, ultimo capitolo di una trilogia dedicata all’intimità, e al bisogno, ambientato in un grande stanzone in cui uomini e donne trovano un pasto caldo. Con Prendre soin, lo spettacolo che ha aperto la stagione del Metastasio di Prato (che figura tra i produttori), Zeldin si spinge là dove tutto è cominciato, cioè al limite della notte: in scena quattro addetti alle pulizie di una macelleria industriale, più il ragazzo che ne organizza il traffico. Era il 2014 quando Beyond Caring debuttava a Londra. Dopo più di dieci anni, Zeldin ne allestisce una versione in lingua francese che, dopo la prima nazionale a Prato, passerà anche al Teatro Due di Parma (il 30 e il 31 ottobre).

Nel 2014, il regista e drammaturgo inglese, definito “il Ken Loach del teatro”, attaccava il suo governo che aveva avviato un processo di smantellamento dello Stato sociale. Un processo che, in questi dieci anni, appare irreversibile. Solo che, ancora, come se niente fosse, fingiamo di non capirlo, presi come siamo dai tanti idoli fabbricati con le sofisticatissime armi di distrazione di massa.

Zeldin radiografa alcune giornate (che scivolano nella notte) di tre donne e un uomo privati della dignità, sfiniti dalla stanchezza, costretti a piccoli furti – di biscotti e di sesso –, attaccati al gancio del ricatto lavorativo. In cambio di qualche spicciolo con il quale pagheranno il biglietto del bus notturno, che li porterà in qualche sperduta periferia del mondo, e, nel migliore dei casi, di un pupazzo dagli occhi spiritati con cui consolare i bambini. Sono schiavi a termine, impiegati dalle loro agenzie per quattordici giornate lavorative, alla fine delle quali desiderano solo stramazzare e dormire (sempre che ci sia una casa dove dormire: una delle tre donne, la più anziana, cercherà di approfittare di una distrazione generale per farsi, nella stessa fabbrica, un misero giaciglio con due sedie e il suo malandato cappotto).

Nella scena finale, la prospettiva viene ribaltata: la stanza, fino a quel momento rimasta nascosta, viene ora alla luce, con i macchinari di carne e sangue animale (tutto finto, ma dannatamente realistico) che bisogna pulire. Per un momento, non sai più se la carne maciullata è dell’animale o dell’uomo, o di tutti e due. Esattamente come accadeva nella tragedia greca, non è l’assassinio a essere mostrato, ma ciò che precede il martirio e le conseguenze della violenza. Una violenza che promana da tanti sistemi di lavoro, anche i più “igienizzati” e “altolocati”, e non solo dalle infime sfere, dai ranghi più bassi della produzione e dell’eccidio quotidiano. Zeldin, del resto, l’ha detto chiaro e tondo. “Io non parlo di emarginati e fragili lontani da noi. La condizione di fragilità economica non riguarda i pochi, ma i molti”. Basta leggere i dati sulla povertà per capire come stanno le cose.

Pur non appoggiandosi, deliberatamente, a un manifesto politico, di fatto, con le sue umanissime e crudeli creazioni, Zeldin fa un teatro politico. E lo fa tutte le volte che ci mostra, in sequenze quasi documentaristiche e al tempo stesso drammaturgicamente risolte, senza usare violenza né all’attore né allo spettatore, lo scheletro dei giorni e delle notti di questo mondo collassato, morente.

È vero che, molto probabilmente, nessuno di noi che qui scrive e legge è finito in mezzo alla strada. Ma basta allargare l’obiettivo e quella strada comincia a popolarsi di volti sempre meno stranieri, volti amici. Proviamo a farlo, quest’esperimento. E vedremo che prima o poi apparirà anche il nostro volto, nel quadro.

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TagsAlexander Zeldin Katia Ippaso Prendre soin teatro

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