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Ex Ilva, una crisi non risolta

Il commissariamento non scioglie i nodi. E sui destini dell’impianto pesa la decisione che dovrà prendere la Corte di giustizia dell’Unione europea

23 Febbraio 2024 Guido Ruotolo  1041

Non è vero che la crisi è risolta. Che finalmente l’ex Ilva di Taranto può guardare con ottimismo al futuro. L’uscita di scena del colosso mondiale franco-indiano dell’acciaio, ArcelorMittal, non apre una prospettiva certa per la più grande acciaieria a ciclo integrale d’Europa. Con l’arrivo del commissario straordinario nominato dal governo, l’ingegnere Giancarlo Quaranta, i nodi che si dovevano sciogliere si aggrovigliano sempre più. Quello che colpisce è che, attorno al letto del malato, tutti mentono: il governo, i sindacati, l’azienda. Intanto, rischiano molto i cittadini e il territorio della “città dei due mari”, perché i finanziamenti per le bonifiche ambientali potrebbero saltare. E probabilmente rischiano il posto di lavoro almeno altri duemila dipendenti dell’acciaieria, a sentire le indiscrezioni che circolano nelle sedi sindacali e a Palazzo Chigi.

Questa prospettiva sembra essere stata messa in conto dai sindacati, soddisfatti della decisione del governo di commissariare le Acciaierie d’Italia, ex Ilva. Valerio D’Alò, segretario nazionale dei metalmeccanici della Cisl: “Per noi ora è fondamentale che l’amministrazione straordinaria duri il tempo necessario a preparare il terreno per l’investitore privato e, per farlo, è necessario dare al commissario le fondamentali dotazioni, anche in termini finanziari, per far ripartire l’acciaieria”. Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, associazione ambientalista e pacifista, è molto critico: “Taranto rischia il disastro sociale senza un piano B che pianifichi nel dettaglio una transizione ecologica per la città. Non sappiamo come saranno convertiti i lavoratori Ilva con i fondi europei del Just Transition Fund”. Sono i fondi per le bonifiche e la transizione ambientale. E aggiunge Marescotti: “Su questo capitolo di spesa e investimenti c’è un forte ritardo delle istituzioni che dovrebbero coinvolgere anche le associazioni e i sindacati in un processo di consultazione”.

Il quadro economico non lascia margini di prospettive positive. Ancora Marescotti: “Se Ilva collassa per via dei suoi tre miliardi e cento milioni di debiti commerciali, allora anche gli ottocento milioni del Fondo di transizione non basteranno ad avviare i necessari processi di rigenerazione ambientale e urbana. Bisognerà fare una scelta coraggiosa, tagliando quegli investimenti militari che andranno a prosciugare i bilanci civili per i prossimi vent’anni”.

Due piccoli campanelli d’allarme dicono dell’inizio del commissariamento straordinario del gruppo siderurgico più importante d’Italia. La scelta del commissario, Giancarlo Quaranta, che sicuramente è un tecnico e un dirigente qualificato della siderurgia italiana, ha due nei. Una condanna penale, in quanto responsabile dell’Ilva dell’area dei Parchi minerali, dove persero la vita – giugno 2003 – due operai e altri quindici rimasero feriti, per il crollo del braccio di una gru. E Quaranta ha subito anche una seconda condanna per una “morte bianca”: un operaio rimase ucciso – luglio 2002 – incastrato tra gli ingranaggi di un nastro trasportatore. Appena insediato, il commissario ha avuto già una prima grana: i rilevatori dell’Arpa, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, hanno registrato un picco di benzene nel quartiere Tamburi, dove alto è stato il numero dei morti e dei malati per l’inquinamento ambientale.

Il parlamentare tarantino del Pd, Ubaldo Pagano, non nasconde le sue preoccupazioni: “L’aspetto positivo del commissariamento è che lo Stato ha deciso di prendersi carico dell’azienda, e con essa dell’attivazione degli ammortizzatori sociali. Le risorse finanziarie messe a disposizione dell’azienda, però, sono sufficienti al massimo a garantire l’attività per cinque, sei mesi. Si apre dunque una fase interlocutoria alla ricerca di un nuovo partner industriale”.

Nelle settimane scorse, si era parlato dell’interessamento del gruppo ucraino Metinvest, impegnato in un progetto di acciaio green a Piombino. Un altro suo progetto in Slovenia si è bloccato. E molti lo hanno interpretato come un segnale di interesse per Taranto. Ma il governo sta sondando anche gruppi siderurgici al di fuori dell’Europa, in Giappone e in Australia. Siamo solo agli inizi di una partita per il futuro di Taranto. Ma non è chiara la posta in gioco. Non sappiamo quale sarà il piano industriale dell’ex Ilva. Non sappiamo se è tramontata davvero l’ipotesi della decarbonizzazione, e quindi del ridimensionamento del “mostro”, che un tempo produceva dieci milioni di tonnellate d’acciaio utilizzando quattro altiforni. “Ma se si punta al ciclo integrale quale dovrà essere il livello di produzione perché gli impianti siano ecosostenibili?”. Ubaldo Pagano spiega che c’è bisogno di uno studio serio sulla sostenibilità ambientale dell’acciaieria a Taranto. Un’ipotesi è quella di lasciare acceso solo un altoforno e costruire due forni elettrici per non superare la produzione di sei milioni di tonnellate d’acciaio all’anno. Ma ipotizzare questo impianto misto a ciclo integrale e green, con i forni elettrici, comporta un costo sociale altissimo, in termini di occupazione. C’è bisogno di una nuova stagione di occupazione, impegnando i giovani e i lavoratori espulsi dal ciclo produttivo in progetti per la bonifica territoriale di Taranto. I fondi già ci sono. Mancano però i progetti.

A rendere più problematica una prospettiva produttiva dell’Ilva, è la decisione che dovrà prendere nelle prossime settimane la Corte di giustizia dell’Unione europea, davanti a cui pende una richiesta di inibitoria collettiva contro l’ex Ilva, promossa da dieci cittadini aderenti all’associazione “Genitori tarantini” e da un bambino affetto da una rara mutazione genetica. I ricorrenti chiedono innanzitutto la “cessazione delle attività dell’area a caldo” dell’ex Ilva, la “chiusura delle cokerie, l’interruzione dell’attività dell’area a caldo fino all’attuazione delle prescrizioni” dell’Aia, e la “predisposizione di un piano industriale che preveda l’abbattimento delle emissioni di gas serra di almeno il 50%”. Si domanda ancora il parlamentare Pd Pagano: “Quale operatore di rango internazionale si caricherebbe un impianto con un’incognita tanto elevata? Ecco perché mi auguro che il governo non stia solo pensando a chi vendere, ma stia elaborando un piano industriale di lungo periodo, economicamente e ambientalmente sostenibile”.

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