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Home » Editoriale » Congresso Cgil: un sindacato che non contratta il cambiamento

Congresso Cgil: un sindacato che non contratta il cambiamento

16 Marzo 2023 Michele Mezza  1435

Dice il Corano che non a caso Allah ci ha dato una sola bocca e due orecchie. Il segretario generale della Cgil, nella sua relazione, interpreta l’indicazione di Maometto come la ratifica della sua filosofia organizzativa: moltiplicare i centri di ascolto e comunicazione con l’esterno, centralizzando quelli di decisione e comunicazione interna. Nella sua relazione Landini, che si è presentato al congresso dopo quattro anni di forte concentrazione decisionale e di totale monopolio comunicativo, usa le difficoltà della sua organizzazione per accentuare questa tendenza: se mi rieleggerete – dice – sarò implacabile per imporre le riorganizzazioni decise un anno fa.

Ma dietro a questa visione di sindacato personale – verrebbe da dire, richiamando il concetto di “partito personale” di Mauro Calise – c’è una visione dei processi sociali che non convince, anziché una bulimia di potere che non accreditiamo all’ex leader della sinistra della Cgil. La matrice di questa visione è rintracciabile proprio nell’armamentario tecnologico che il congresso esibisce con grande vanto: effetti speciali, connessioni multimediali, social ovunque. L’esperienza di “Collettiva”, la piattaforma allestita in questi anni dai consulenti del segretario, insieme a “Futura”, il centro di discussione digitale, fanno trasparire una logica da addestramento professionale più che da riprogrammazione delle intelligenze.

La Cgil vuole usare il mondo digitale per ottimizzare le sue relazioni, non per sperimentare modelli organizzativi e sociali alternativi a quelli imposti dalle grandi piattaforme: vuole essere più brava dei padroni, si potrebbe dire. Siamo a un adattamento del noto slogan di Giuseppe Di Vittorio: dobbiamo sapere una parola più dei nostri avversari. Landini ci dice che bisogna maneggiare un byte in più. Ma senza ripensarlo.

In questo la relazione che ha aperto il congresso, ci sembra paradossalmente parallela e affine al manifesto politico esposto dalla nuova segretaria del Pd, Elly Schlein. Il capitalismo va ripulito dei suoi aspetti più indecenti, ma senza contestarne logiche e direzione. In particolare, il digitale è ridotto alla perversione del fenomeno di super-sfruttamento dei rider, e si sorvola completamente sui processi di condizionamento e dominio che le nuove forme di intelligenza artificiale prêt à porter stanno ampliando nelle relazioni molecolari della società.

Landini non ha mai citato, in termini negoziali e tanto meno conflittuali, l’insieme del nuovo mercato delle intelligenze: big data e algoritmi sono rimasti confinati nella vetrina delle meraviglie che il congresso ha allestito: ma non sono materia di una contesa sindacale, segno di una singolare neutralità che la comunità di “Futura” esprime verso le grandi piattaforme.

La politica industriale, che il capo della principale confederazione italiana ha inevitabilmente citato, è ancora una volta intesa come forma di sostegno assistenziale dell’occupazione, non come ricollocazione del Paese sulla scena internazionale del lavoro, oggi tutto giocato dalle modalità di automatizzazione che vengono gradualmente introdotte. Si sollecitano interventi e investimenti nell’intera area 4.0, ma non se ne individuano le direzioni e le discriminanti. Sarebbe stata utile una riflessione sulle prime esperienze di fabbrica a 5g, in cui il controllo numerico è diventato pianificazione diretta delle attività produttive da parte di un unico centro di comando, che riduce gli addetti a protesi delle macchine.

Un sindacato che non affronta di petto, oggi, le forme del moderno dominio capitalista, quale la potenza di calcolo, e che non individua nella ricerca un campo in cui impegnare il sindacato a organizzare le forme e i contenuti di quel mondo di esperti e ricercatori, che ormai rappresentano la spina dorsale della produzione manifatturiera, sta abdicando al suo ruolo di rappresentanza di una tensione permanente con il sistema capitalista, adattandosi a essere soccorritore degli aspetti più intollerabili.

Quali sono oggi i “mondi vitali” che richiamava Riccardo Terzi, lucidissimo dirigente prima del Pci e poi della Cgil, citato da Landini, se non questi? Come attualizzare l’eredità di Bruno Trentin – altra icona richiamata nella relazione – se non condividendo il suo brusco richiamo all’intera cultura di sinistra a emanciparsi da ogni legame con il mondo della produzione lineare? Proprio in uno dei suoi saggi più preveggenti (La città del lavoro: sinistra e crisi del fordismo, Feltrinelli, 1997) l’ex segretario della Flm scriveva: “Se riuscirà a prendere pienamente coscienza di questa sua lunga subalternità culturale al taylorismo e al fordismo, la sinistra potrà coraggiosamente elaborarne il lutto”.

Un lutto che ancora spinge la Cgil a esorcizzare la più intima trasformazione per interferire con il nuovo mondo dell’innovazione. Penso proprio a quei cambiamenti che un sindacato – che ancora riflette fedelmente la vecchia geografia organizzativa, figlia di un tessuto produttivo incardinato su categorie verticali separate e distinte – dovrebbe da tempo praticare. Come possiamo oggi rappresentare luoghi di lavoro e centri di servizi frantumati da mille discipline contrattuali diverse e soprattutto caratterizzate da figure occasionali e momentanee, non riducibili ad alcuna di esse? Come possiamo contrastare l’impatto di piattaforme che si rivolgono trasversalmente a territori o a comunità sociali, senza assumere questa trasversalità come motore di una nuova rappresentanza?

Il silenzio sul digitale, come frontiera di una nuova stagione di conflittualità organizzata, diventa così solo la conseguenza di un’autoconservazione che l’apparato burocratico più grande del Paese, quale è ancora la Cgil, sceglie di far prevalere su ogni altra necessità. Ignorando un altro versetto del Corano, che dice che ogni figlio assomiglia più al suo tempo che a suo padre. Quanti figli ci sono nella Cgil?

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