Da sempre gli Stati Uniti hanno rappresentato la terra per eccellenza della libertà, nell’immaginario collettivo, con lo Stato come garante dei diritti individuali. Nel corso degli ultimi anni, questa convinzione è andata scemando, e venerdì 24 giugno è arrivata l’ennesima conferma: con la risoluzione del caso Dobbs versus Jackson Women’s Health Organization la Corte suprema ha deciso di ribaltare la storica sentenza Roe versus Wade del 1973. Questo pronunciamento, controverso ma non inaspettato, riporta nelle mani dei singoli Stati federali il potere legislativo in materia di aborto, eliminando il pericolo di conflitto con la sentenza Roe, che per cinquant’anni aveva garantito alle donne l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.

La decisione, oggetto di un leak a maggio scorso, era già stata resa pubblica da “Politico”: nella bozza circolata dentro e fuori la Corte, il giudice Alito, conservatore e promotore dell’iniziativa, scriveva “Roe aveva terribilmente torto fin dall’inizio”. La decisione è stata approvata con il voto a maggioranza dell’ala conservatrice della Corte suprema: rappresenta il culmine degli sforzi decennali, da parte degli anti-abortisti, ed è stata resa possibile dal rafforzamento dell’orientamento politico della Corte. Tra i giudici che hanno votato a favore, ci sono infatti personaggi fortemente conservatori, eredità lasciata dall’ex presidente Donald Trump. Il quadro generale è ancora più chiaro se si guarda alla dichiarazione, breve ma significativa, dell’ex presidente repubblicano: “Questa è stata la decisione di Dio”.

Gli Stati Uniti si aggiungono ora a un piccolissimo gruppo di Paesi che, negli ultimi anni, hanno inasprito le leggi sull’aborto. Dal 1994, si sono registrati i casi di Polonia, El Salvador e Nicaragua. Nello stesso periodo di tempo, 59 Paesi hanno invece ampliato le possibilità di accesso alla pratica, secondo i dati del Center for Reproductive Rights – un gruppo che combatte contro le restrizioni all’aborto. La posizione presa dalla Corte suprema non implica una penalizzazione dell’aborto a livello nazionale; crea però un vuoto legislativo che gli Stati federali hanno completa libertà di colmare. Molti Stati, principalmente repubblicani, hanno già approvato leggi cosiddette ban triggered,che hanno effettività con l’entrata in vigore del rovesciamento della sentenza Roe, e che renderanno di fatto illegale l’accesso all’aborto nel giro di poco tempo. Secondo il Center for Reproductive Rights, è probabile che 25 Stati vietino l’aborto se è consentito. Tra questi, alcuni tra i più popolati, come il Texas, la Pennsylvania, l’Ohio: in generale, ci si aspetta che più della metà delle donne statunitensi in età fertile si ritroverà a vivere in uno Stato che proibisce la pratica abortiva.

La criminalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza – non solo negli Stati Uniti – mostra che è in corso una guerra contro le donne, che consiste nel negare i diritti riproduttivi e la possibilità di scelta sul proprio corpo, nel rendere possibile la persecuzione legale di coloro che decidono di abortire – o persino di quelle che hanno un aborto spontaneo –, nel costringere le persone con gravidanze problematiche, o frutto di stupro, a portarle a termine. A pagare le conseguenze di questo passo indietro, non sono solo le gestanti, ma anche i medici pro-choice che diventano ugualmente perseguibili a livello penale, se decidono di praticare l’interruzione di gravidanza.

La questione è particolarmente sentita e dibattuta nella vita pubblica statunitense, e la divisione tra pro-life e pro-choice non è mai stata più profonda. Tendenzialmente, i due schieramenti si fondono nella contrapposizione tra i repubblicani e i democratici, che stanno vivendo negli ultimi anni un periodo di profonde lacerazioni. Il ribaltamento della sentenza Roe versus Wade non farà che accentuare i contrasti ideologici, creando di fatto due Americhe, una blu e una rossa, che vivono in una continua lotta fratricida.

L’ultima decisione della Corte suprema si inserisce in un generale progetto conservatore, che mira a ridisegnare il quadro giuridico nazionale: nelle ultime settimane, infatti, mentre il Senato statunitense approvava una prima timida limitazione circa la vendita e il possesso delle armi da fuoco, la Corte decideva che, nello Stato di New York, non è più proibito l’uso di un’arma nascosta: nello Stato, cioè, le armi non dovranno più essere portate in pubblico solo in modo palese e visibile. Con un’altra sentenza, inoltre, è stato aperto un canale di finanziamento tra Stato e istituzioni ecclesiastiche: la Corte suprema nel caso Carson versus Makin ha dichiarato che l’esclusione delle scuole religiose dai finanziamenti pubblici statali è una violazione del libero esercizio della religione. Da oggi, le tasse dei cittadini potranno essere destinate a istituzioni con una storia di politiche omofobiche e transfobiche alle spalle. Ancora, nella sentenza US versus Zubaydah,la Corte ha stabilito che il governo non era tenuto a rivelare l’ubicazione di un sito della Cia in cui uno dei detenuti di Guantánamo, sospetto terrorista, era stato torturato.

Il futuro degli Stati Uniti è incerto, è nelle mani di una Corte suprema che dovrebbe essere apolitica e si muove, invece, seguendo principi e interessi di parte. E a questo punto non è difficile pensare che la Corte non si fermerà qui: eliminare il diritto all’aborto apre le porte per abbattere tutti gli altri diritti civili protetti dal quattordicesimo emendamento, tra cui il matrimonio egualitario, il diritto alla contraccezione e alla condotta sessuale privata. Il giudice Clarence Thomas ha affermato che la Corte suprema dovrebbe riconsiderare le sue precedenti sentenze, citando quelle che codificano i diritti all’accesso alla contraccezione, alla libertà di orientamento sessuale e al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

L’ala liberal della Corte ha sottolineato le sue preoccupazioni in un’opinione dissidente pubblicata venerdì scorso, scrivendo che “nessuno dovrebbe essere sicuro che questa maggioranza abbia finito con il suo lavoro”. Il diritto costituzionale all’aborto “non è isolato”, hanno scritto i tre giudici in minoranza. Le sentenze precedenti a Roe, come Griswold vs. Connecticut (diritto alla contraccezione), Lawrence vs. Texas (libertà di attività sessuale), Obergefell vs. Hodges (matrimonio omosessuale), e altri casi analoghi, “fanno parte dello stesso tessuto costituzionale” – hanno proseguito i tre giudici –, “proteggendo il processo decisionale autonomo riguardo alle scelte più personali dell’individuo”. La land of freedom si sta trasformando in un paradiso – ma solo per una ristretta comunità privilegiata. È in corso una guerra contro le minoranze, e chi ancora vive il “sogno americano” finirà per trovare negli Stati Uniti una distopia divenuta realtà.