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Distensione tra Biden e Maduro

Una delegazione statunitense si è recata a Caracas: sul tavolo, l’acquisto di petrolio dopo le sanzioni alla Russia, e la questione di alcuni ostaggi detenuti nelle carceri venezuelane

15 Marzo 2022 Vittorio Bonanni  1499

Sapevamo già che il rispetto dei diritti umani e la lotta alle dittature, vere o presunte che siano, sono un pretesto per fare i propri interessi. Ma questa volta l’inedita “amicizia” tra il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, con il Venezuela di Nicolas Maduro, erede della rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez, ha qualcosa di clamoroso. Il fine è molto chiaro: sostituire quell’8% di petrolio che Washington comprava da Mosca fino a pochi giorni fa (nel 2021 sono arrivati in America, dalla Russia, circa 540mila barili al giorno) appunto con quello di Caracas. Venerdì 11 marzo, una delegazione statunitense di alto livello – capeggiata da Juan Gonzalez, massimo consigliere della Casa Bianca per l’America latina – si è recata nel Paese caraibico per affrontare anche l’irrisolta questione dei nove ostaggi statunitensi detenuti dal regime: sei dei quali di Citgo, l’azienda statunitense partecipata, a maggioranza, dalla compagnia petrolifera statale del Venezuela, e tre accusati di aver cercato di rovesciare Maduro. Tra i membri della delegazione, c’era anche Roger Carstens, inviato presidenziale per gli ostaggi.

La delegazione è riuscita a ottenere il rilascio di due dei prigionieri, aggiungendo così un altro elemento favorevole alla distensione tra i due Paesi. Si tratta di Gustavo Cardenas, dirigente della Citgo, in carcere dal 2017, e di Jorge Fernandez, un turista cubano-americano, fermato lo scorso anno perché sorpreso con un drone. Erano vent’anni che una delegazione statunitense non si recava nel Paese latinoamericano, praticamente dalla vittoria di Chávez alle elezioni del 1999. Ricordiamo, inoltre, che circa due anni fa sono state comminate dall’allora capo della Casa Bianca, Donald Trump, delle sanzioni contro Caracas per avere interferito nelle elezioni americane del 2020; e contro Maduro, in particolare, per traffico di cocaina. Si volevano così creare le condizioni per le dimissioni del presidente venezuelano, che avrebbe dovuto lasciare il campo all’oppositore Juan Guaidó, riconosciuto dagli Stati Uniti, e a ruota dall’Europa, come legittimo presidente del Venezuela, malgrado non fosse stato votato da nessuno.

L’embargo, che sottrae al Paese il 96% delle entrate, ha fatto sprofondare il Venezuela in una crisi sociale ed economica profonda. Il settore petrolifero, di fatto l’unica risorsa del Paese, era stato affossato, con un conseguente quanto necessario avvicinamento di Caracas alla Russia e ad altri Paesi nemici giurati degli Stati Uniti, quali la Cina e l’Iran. Dopo l’embargo, le compagnie petrolifere del Venezuela erano riuscite a produrre solo 300mila barili al giorno nel 2020, mentre l’anno successivo, grazie all’aiuto dei già citati alleati, sono riuscite ad arrivare a 760mila: comunque un quarto di quanto riusciva a estrarre negli anni Novanta.

Secondo Reinaldo Quintero, presidente dell’associazione che rappresenta i petrolieri venezuelani, in otto mesi il Paese potrebbe invece tornare a produrre 1,2 milioni di barili al giorno. Ad aiutare Caracas, nel realizzare una produzione di greggio decisamente maggiore di quella degli ultimi anni e a commercializzarla, sarebbero la Chevron Corp (che ha già fatto domanda in questo senso), l’indiana Ong e le europee Eni e Repsol.

L’obiettivo di Biden è dunque chiaro: oltre all’acquisto di petrolio e all’allentamento dell’embargo, sia pure temporaneo e per motivi di sicurezza nazionale, c’è anche il tentativo degli Stati Uniti di portare clamorosamente dalla sua parte Paesi storicamente nemici degli Stati Uniti quali la Bolivia, il Nicaragua e la stessa Cuba, che potrebbe forse ricavare un vantaggio da questo nuovo scenario.

Questi Stati, non a caso, non si sono uniti a coloro che hanno detto “no”, in sede Onu, alle sanzioni contro la Russia ma si sono astenuti. Secondo quanto riportato dal “Corriere della sera” citando il “Wall Street Journal”, la proposta prevede che gli Stati Uniti dirottino le esportazioni dirette alla Cina verso le raffinerie del Golfo del Messico, e sostituiscano le forniture di condensato iraniano – un petrolio ultraleggero, che serve a diluire il pesante greggio venezuelano – con nafta e altri diluenti in arrivo dall’Occidente. 

Nel caso si realizzasse questo scenario, il governo venezuelano potrebbe sfruttare i prezzi alle stelle del petrolio per rimpiazzare gli introiti che arrivavano attraverso il sistema finanziario russo, bloccati dalle sanzioni americane. Naturalmente, non sono mancate le prevedibili reazioni avverse alla decisione di Biden. In primo luogo quella dei repubblicani. Per il senatore della Florida, Marco Rubio, il presidente sta cercando di “sostituire il petrolio che gli Stati Uniti stavano comprando da un dittatore assassino con il petrolio di un altro dittatore assassino”, mentre per il senatore Bob Menendez, democratico e presidente della commissione per le Relazioni estere del Senato, “le aspirazioni democratiche del popolo venezuelano, come la determinazione e il coraggio del popolo ucraino, valgono molto più di qualche barile di petrolio”.

Va invece considerato che questo riavvicinamento tra i due Paesi potrebbe indurre Maduro a riaprire un dialogo con l’opposizione. Qualora andasse a buon fine questa trattativa, i due Paesi dovrebbero cedere qualcosa in termini di alleanze. Da un lato Biden dovrebbe abbandonare Guaidó, già inviso a buona parte dell’opposizione venezuelana, passato nel giro di qualche anno dalle stelle alle stalle, visti i numerosi episodi di corruzione nei quali è stato coinvolto. E dall’altra, appunto, ci sarebbe l’allontanamento di Maduro dalla Russia di Putin. Quali vantaggi ne trarrebbero i due leader in termini di consenso? Maduro potrebbe arrivare all’appuntamento elettorale del 2024 con un’importante carta in più da giocare e, presumibilmente, con un Paese in condizioni economiche migliori di quelle attuali. Più incerti, invece, i benefici che ne trarrebbe l’attuale capo della Casa Bianca, in vista delle prossime elezioni di midterm dell’8 novembre, alle quali Biden e il suo partito arriveranno sfavoriti rispetto ai repubblicani. Uno di questi motivi riguarda il prezzo della benzina. Attualmente, è arrivato alla cifra record di 4,17 dollari al gallone (pari a 3,7 litri), con un conseguente aumento dell’inflazione e un calo del potere d’acquisto dei salari.

L’arrivo del petrolio venezuelano potrebbe comportare un ridimensionamento del costo dell’oro nero. Se questa operazione non dovesse andare a buon fine, causa anche lo scarso appeal di Maduro sull’elettorato americano, per Biden questa sarebbe un’altra pericolosa sconfitta. Ma, come abbiamo visto, allo stato attuale delle cose tutti gli scenari sono aperti. L’unica cosa certa è che, prendendo spunto da una frase di Vespasiano, “pecunia non olet”, il petrolio, allo stesso modo del denaro, non ha odore, come dimostrano le relazioni spregiudicate che l’Occidente intrattiene da tempo con i regimi mediorientali, colpevoli di gravissime violazioni dei diritti umani e ben lontani dal rispetto dei principi democratici.

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